Teatropia 2013: nella tana dei Topi Dalmata

Topi Dalmata
Cucina dei Topi Dalmata – Foto di Alberto Massi

Avevo salvato la pianta in una foto sul telefono. Perché nonostante conoscessi un poco Siena Via Lucherini 6 non sapevo dove fosse. Un paio di vicoletti discosti dal corso che circonda tutta la Piazza del Campo e si arriva a Casa. Maiuscola. Già perché tutto è una casa, centro propulsore e punto d’arrivo – primo il mio – per viandanti di percorsi teatrali. Appena sotto, di fronte al citofono (scoperto poi in video) ho esitato e ho pensato per un attimo di aver sbagliato. Ma la maiuscola m’ha convinto a spingere quel tasto e farmi accogliere nel Festival Teatropia, giunto alla sua seconda edizione nell’abitazione covo, laboratorio, salotto dei Topi Dalmata. Che se non si parlasse di teatro un occhio scientifico li direbbe malati, incongrui, o al massimo chiazzati da uno spruzzo di candeggina. Ma invece qui si fa teatro, si fa come nell’altra sala, adiacente e delle stesse dimensioni, in entrambe dal mattino alla sera si cucina e si compone il complemento dell’accoglienza.

Una crasi fa di due parole un’intenzione ben visibile, affondando nella loro sinonimia. Teatro e Utopia si rincorrono e si specchiano l’uno all’altra, fanno l’uno le veci dell’altra e la loro vocazione è penetrarsi, sciogliersi in un composto. Appunto, diventare una parola sola. Una follia, il cui metodo è suddividere uno spazio tra vita e arte da una porta appena, socchiusa e mai del tutto serrata al fine così di contaminarsi, anzi, vivere nella contaminazione fino al contagio epidemico. D’altronde è per mero spirito riproduttivo la moltiplicazione dei Topi. Sono Dalmata, mi par di capire, quelli che hanno accettato l’inverosimile, quelli che della vita fanno teatro.

Topi Dalmata
Teatro dei Topi Dalmata – Foto di Alberto Massi

Parte di una rete più ampia (Teatronet) di compagnie che innescano una sorta di mutua assistenza all’ascolto in varie parti d’Italia, procurandosi date e quindi possibilità di esistenza, questi Topi Dalmata hanno ripensato un concetto di residenza artistica affiancandolo a quello di residenza amministrativa, riconducendo l’una all’altra in un progetto che tende a scegliere uomini e artisti un po’ con lo stesso metro di giudizio.

In uno stanzone nero con quindici sgabelli e uno spazio scenico ridotto, i Topi Dalmata sperimentano la relazione e le possibilità di un’esistenza con ogni mezzo. Qui sono presentati gli studi in concorso per la sezione Legalità e Politica (diversamente da quella per Teatro Ragazzi che fa il giro di centri anziani e nuclei aggregativi nella città), di là le stesse compagnie protagoniste dormono e mangiano. Nel frattempo, anche, mettono su il loro spettacolo. Ma le compagnie della rete portano in serale il loro spettacolo alla sala Lia Lapini, storica sede del premio omonimo (ora interrotto) e di altri festival senesi seguiti in questi anni. Dopo il Garbatella di Matutateatro che, tra le note della musica popolare romana, riconosce al Pasolini narratore anni ’50 la capacità di rintracciare nei personaggi che la abitano il sentimento di una città, il Gruppo di Teatro Campestre vincitore del concorso dell’anno precedente (che ha avuto in palio tre date nel circuito) presenta Ci vediamo al DìperDì, leggero e ironico affresco delle storture che accompagnano il nostro culto del mangiare bene e le relative incongruenze. Ideato da Elisabetta Granara, genovese, lo spettacolo è cresciuto con Elisa Occhini e Sara Allevi abitando la cucina del ristorante Besame Mucho, luogo elettivo della pratica e dove invece i pensieri e le emozioni conquistano spazio e rilevanza. L’idea intrigante che presiede alla mostra scenica è quella di far corrispondere l’intenzione e il sentimento a un impianto sonoro prodotto dall’uso degli strumenti da cucina.

Ci vediamo al dì per dì
Ci vediamo al DìperDì – Foto di Jan Papas

Ecco che il loro racconto si dipana allora fra grattugie e varie stoviglie, recuperando l’idea che il rumore in quanto suono sia generatore di emozioni, o meglio, impressione sonora delle stesse, come osserva lo studioso Piero Mottola autore delle Passeggiate emozionali (Maretti Editore) e nella stessa direzione della ricerca svolta dai musicisti Mirto Baliani e Marco Parollo con Fuocofatuo. Lo spettacolo in sé ha bisogno del coraggio per condurre più a fondo l’inventiva scenica e scegliere fra questa direzione accennata, la più interessante, e altri nuclei maggiormente dispersivi che non giovano alla composizione drammaturgica. Ma c’è nelle intenzioni e nella bontà della proposta un valore cui si è portati, da spettatori, a credere.

Ultima nota. Perché come spesso accade ci si accorge dei luoghi, delle cose, quando se ne prende una anche piccola distanza. Per passare la notte mi sono spostato nella campagna che circonda la città, verso Pian del Lago che non c’è più, che c’era nel ‘700 e ora è solo un avvallo sotto la Montagnola Senese. Era buio, poco si vedeva attorno. Così per scendere dalla macchina sono finito con le scarpe nel fango. Il primo contatto mi ha ricordato di essere un cittadino abituato a calpestare l’asfalto e che questo non lascia residui. Il fango sì. Ma un attimo dopo mi sono accorto che al secondo passo me n’ero già dimenticato, il fango era ormai parte della scarpa, del mio cammino. Insomma bisogna avere fiducia, farsi toccare e sporcare da ciò che è fuori dai circuiti abituali, camminarci attraverso e sorprendersi, con leggerezza, a dirsene parte.

Simone Nebbia

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