Locuzioni emozionali: la Scena Sensibile all’Argot Studio

foto www.teatroargotstudio.com

Guardare il mondo attraverso una lente, filtrarne assorbimento e rimando per restituirlo al tempo tramite una caleidoscopica visone al femminile. Qualora lo scorrer della vita potesse giungere al tatto su per le mani e traspirare restituendosi alla pelle come acqua di creazione, esso certo condurrebbe con sé l’odore di una donna, la sensazione solleticante delle sue ciglia che si schiudono al mattino contro il volto dell’universo.  Attraversare la realtà e scegliere un’ottica precisa per consegnare uno spaccato che, tra i frammenti, rinvenga più ampio respiro: questi i principi della rassegna Scena Sensibile, ospitata dal Teatro Argot durante l’intero mese di marzo. L’insieme degli spettacoli sembra voler denunciare l’intenzione del rigetto a quelli che generalmente si definiscono “quadri in rosa”, per travalicare la melassa concettuale e arrivare piuttosto alla presentazione dell’umano dentro una prospettiva emozionale inconfondibile.

Oltre gli intenti ci sono poi le realizzazioni ad assolverne la riuscita. Viene quindi il momento del teatro, la concretizzazione della scena come sintesi rappresentata o incontro percettivo al di là della divisione tra palco e platea. Così si arriva a due degli ultimi appuntamenti in cartellone.

Sopravvivere oggi è un atto unico costruito secondo la logica del montaggio. La cucitura è trasversale e si muove tra differenti tipi di testualità che accostano scritti conosciuti e più datati a pezzi di letteratura e drammaturgia contemporanee. In scena una donna sola, Benedetta Cesqui Malipiero (anche autrice), tratteggia i passaggi da una situazione all’altra, segna cesure e ricostruzioni delle successive coloriture d’ambientazione accompagnata da una sorta di commento cantato che, da Modugno a Mary Poppins, stornella la contropartita melodica degli argomenti sviscerati nella performance – la menopausa, l’infanzia, il desiderio di una figlia dall’uomo amato e mai posseduto del tutto, la prigionia, l’abuso, la perdita della figura paterna e così via. La costruzione registica è di Paolo Castagna e sperimenta lo spazio nell’essenzialità lignea di tre bancali da supporto che lo ridisegnano, trasformandosi di volta in volta, a seconda delle immagini di riferimento nell’ottima gestione delle luci; beneficia pure della consapevolezza motoria e  padronanza vocale dell’interprete che non fatica ad adattarsi allo spirito delle parole. Tuttavia una sorta di distanza persiste nell’osservazione che non riesce a divenire partecipazione: si paralizza su una sequela di episodi, li scorge e li insegue ma non riesce a penetrarli o a lasciarsi trascinare nella bagarre emotiva di un collage che risulti necessario più di quanto possa parer loquace.

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Differente è invece la concezione di Nordost, adattamento italiano ad opera di Luca Viganò del testo di T. Buchsteiner, portato in scena qui con la regia di Andrea Battistini. La messinscena è trasposizione del racconto di un attentato ceceno organizzato al Teatro Dubrovka di Mosca nel2002, in occasione del primo musical russo da cui prende il nome. Grazie alla narrazione di tre donne diverse – una terrorista, una spettatrice e una dottoressa la cui bambina è all’interno della sala – prende corpo l’affresco oscuro e angosciante dell’accaduto. Gli scorci offerti dai personaggi vogliono restituire una completezza cruda, consegnata da punti di vista pariteticamente implicati, che nella diversità si ricongiungono alla sciagurata traccia lasciata, al comune e sfaccettato trauma esistenziale. Il ritmo drammaturgico è crescente e incalza con il procedere delle ore riferite, con l’acuirsi della concitazione. La lentezza iniziale giunge sino all’urlo invasato della “vedova nera” che, sottraendosi allo strillo uterino, diviene vibrazione rabbiosa della frustrazione identitaria. Il gas nervino adoperato per addormentare tutti i presenti e permettere l’ingresso delle forze armate lo guardiamo in quelle parole, lo possiamo vedere mentre appanna gli occhi, sentirlo intontire plumbeo le coscienze istituzionali e quelle individuali crocifiggendo l’anima alla conservazione delle sue vittime. Un’unica incertezza fa capolino, porta a chiedersi se minor ordine e meno scuola nella realizzazione interpretativa avrebbero giovato ancor di più all’orrore, alla ferocia, alla crudeltà rappresentativa; se una qualche forma di distacco recitativo non avrebbe favorito l’allontanamento dalla facilità melodrammatica in un simile caso. Poi, all’uscita dalla sala, nel percorso del ritorno un velo d’asfissia turbata sembra guidar la strada e lì il dubbio si scioglie nella presa d’atto del messaggio, nel colpo subito che perdura e resiste al freddo.

E in fondo poi urtare contro la sensazione, infaticabile alle opinioni preliminari. Tentar di declinare l’efficacia, coniugare l’urgenza da un’esatta angolazione, cercare il verbo che le declami entrambe: tutte miserie del mestiere. Al teatro si conceda di gareggiar con lo stupore e colloquiare, quasi per caso, con le impressioni del suo pubblico.

Marianna Masselli

visti al Teatro Argot [cartellone], Roma. Marzo 2013

Programma Scena Sensibile 2013

Sopravvivere oggi
di Benedetta Cesqui Malipiero
regia di Paolo Castagna

Nordost
di T. Buchsteiner
regia di Andrea Battistini