L’essenziale Antigone di Maurizio Panici

foto di Massimo Achilli

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Non sappiamo se Jean Anouilh avesse letto e conosciuto gli studi di Bertolt Brecht sul teatro epico, eppure Antigone, quella che è decisamente la sua opera più celebre comincia con un prologo straniante: un personaggio senza nome racconta l’antefatto. Tebe è appena uscita da una guerra civile durissima, i due fratelli di Antigone, Eteocle e Polinice, che avrebbero dovuto governare nel segno dell’alternanza si sono scontrati causa la rottura del patto a opera del primo. Ora Polinice è un traditore perché ha chiamato in suo aiuto gli stranieri e Creonte gli nega per legge la sepoltura che invece concede al fratello. Alla parola dello stato si oppone quella di Antigone, decisa a seppellire il fratello.

Questa è la tragedia sofoclea che, nelle mani dell’autore francese, diventa materia ancor più incandescente, alla ricerca di un approfondimento interiore – con una matrice esistenzialista, si sarebbe detto più tardi – nelle motivazioni che muovono le azioni dei personaggi e il sacrificio di Antigone. La portata politica della pièce, derivata direttamente dal mito, rimane comunque intatta e divide infatti la platea che nel 1944 assiste alla prima messinscena nella Francia occupata: Antigone eroina della popolazione oppressa e Creonte baluardo dello Stato che deve far di tutto per non cedere ai sentimenti degli oppositori.

Maurizio Panici apre la scena al Teatro Italia di Roma con i personaggi immobili come statue, se non per qualche movimento scandito nel ritmo del prologo, occupano frontalmente lo spazio di un praticabile che sin da subito svela la sua funzione di interno ed esterno del palazzo di Creonte. Proprio il regista va a ricoprire il ruolo del coro con la responsabilità del prologo e dell’epilogo. Al fondale l’opportunità di accompagnare il dramma con mutamenti cromatici. È con grande rigore che Panici dirige la costruzione visiva, vi è un’atmosfera rigida e tesa che guida lo spettatore verso la tragedia.

foto di Massimo Achilli

Eppure si sente l’assenza di uno spunto più funzionale a una resa innovativa del mito: nella cornice austera non si muovono scelte artistiche che indicheremmo come coraggiose, non c’è la pulsazione di un’urgenza che spingerebbe a cercare l’eroina sofoclea tra i nostri contemporanei e neppure l’ardire di smontare il testo per andarne a scovare il fuoco. In presenza di attori a tratti eccellenti – si veda la protagonista Lucia Cammalleri e il Creonte pavido e razionale di Roberto Latini, il quale non manca neanche in questa occasione di dimostrare un talento purissimo – ci si aspetta dalla regia una maggiore spinta verso la creazione; in questo caso poco si aggiunge a un testo che invece aprirebbe la strada a interpretazioni e ulteriori evocazioni di senso. Nella pellicola del 1968 I Cannibali Liliana Cavani attualizzava la vicenda di Antigone tra le proteste studentesche; nel recente lavoro della compagnia belga del Théâtre Royal des Galeries le tensioni sociali della Crisi apparivano sul palcoscenico in un groviglio di tubi da impianto petrolchimico e in un video di apertura dedicato agli Indignados in apertura: pur senza spingersi a queste soluzioni, un teatro che voglia oltrepassare la soglia dell’artigianato ha bisogno proprio di quel rischio per non rischiare invece di essere mera trasposizione letteraria.

Andrea Pocosgnich

visto al Teatro Italia in febbraio 2013

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ANTIGONE
di Jean Anouilh
traduzione e adattamento Maurizio Panici

scene Daniele Spisa costumi Marina Luxardo
musiche Stefano Saletti luci Roberto Rocca
con Roberto Latini
e con (i.a.o.), Lucia Cammalleri, Maurizio Panici, Rocco Piciulo, Daniele Pilli, Gioia Salvatori, Alice Spisa
regia Maurizio Panici