La crudezza del dolce. Le minne di Sant’Agata

foto di Enrico Caroti Ghelli

Una cassapanca bianca e un tavolo del medesimo colore con sopra terrine e farina si impreziosiscono di rosso: un nastro qua, una ciotola con delle ciliegie candite là. Da dietro la cassapanca sbucheranno delle scarpine, rosse anch’esse che, solcando il proprio percorso, si lasceranno seguire nella narrazione de Le minne di Sant’Agata.

Inizia così lo spettacolo di Valentina Bischi replicato al Teatro Argot Studio nell’ambito de La Scena Sensibile. In questo libero riadattamento del romanzo di Giuseppina Torregrossa, Il conto delle minne, Bischi conduce sé stessa verso un monologo in cui la storia della santa catanese viene tramandata da nonna a nipote, entrambe portatrici di quello stesso segno di devozione. Mescolando la crudezza della storia alla cura del dolce tipico – le cosiddette Minne di Sant’ Agata, impastate direttamente in scena – risalta la freschezza di un lavoro immaginifico e concreto. Bischi scivola nei vari personaggi con scioltezza, prestando voce alla nipote, fermezza e sogni alla Santa, languido e crudele corpo al console romano. Una narrazione che scorre limpida, sebbene a tratti un’estrema fiducia nella modalità rappresentativa ceda il passo a un ritmo inutilmente sfilacciato, in cui i sorrisi dell’impastatrice tradiscono una compiacenza che forse esula dagli intenti.

Un’introduzione che è più un ricordo lascia posto non all’interezza ma quasi cinematograficamente al dettaglio. Quelle scarpine sbucate dal buio camminano, indugiano, si fermano, sembrano persino ridere: appartengono a una bambina, Agatina, che a passeggio con la nonna la ascolta raccontare storie di santi. Il ricordo si sposta, centrando ancora di più il suo fuoco sulla figura della nonna; un’intrigante gestualità delle mani è in grado di dar vita a quella memoria particolare che solo le dita possono trattenere. La figura della nipote in sottoveste sparirà non appena indossato il grembiule, lasciandosi dietro le scarpe, per consentire alla nonna pasticcera il compito di creare la storia davanti ai nostri occhi.

foto di Enrico Caroti Ghelli

Il dolce del titolo, piccolo seno di frolla bianca al cui apice è posta una ciliegina, non è solo idealmente trasposto nella ferrea bicromia di scena e costumi, né solamente simbolo dell’offesa subita; diventa in questo caso ingegnoso e autentico escamotage attraverso cui vivere gli episodi di questa donna che, nobile di nascita, divenne martire cristiana alla quale fu asportato il seno come punizione per la sua non sottomissione alle passioni di un console.

Accompagnata da una nenia di Rosa Balistreri (altra grandissima figura di siciliana tormentata), il racconto a volte si interrompe per lasciare emergere in brevi soliloqui la martire stessa. In un bagno di colore in cui luce, catino, fazzoletto posto sul capo, ogni cosa è rossa, ascoltiamo la voce di Agata quando è ancora una giovane ragazza che immagina l’amore, che sogna  qualcosa di «semplice, riconoscibile, possibile».

In una straniante ambiguità in cui Bischi è narratrice e personaggio assieme, la pasticcera assaggia la crema e nei suoi occhi si legge il desiderio inappagato di Quinziano; agguanta la farina come se fossero i cappelli della martire, la trascina a centro scena ma ora la farina diventa maschera di vergogna e raccapriccio della donna turbata. Le frustate sono sferzate di crema, la tortura investe le mani del rosso delle ciliegie candite, capezzoli e sangue. La ciotola stessa si fa corpo sbattuto a terra, incapace di sottomettersi alla volontà del più forte.

Sarà poi l’attrice a intonare la nenia, che da canto sommesso diverrà sempre più distorto e disperato; racconterà la prigione, il miracolo salvifico che poté purificarla e l’inferno del rogo. Su melodie arabeggianti che scandiscono le azioni quasi un rap di movimenti, qualcuno scende in campo per salvare la martire. Troppo tardi, l’attrice è già davanti al catino, luogo delle manifestazioni della santa, ma stavolta non è più bagnata soltanto di luce rossa, la sua testa è totalmente immersa nell’acqua.

foto di Enrico Caroti Ghelli

Come a confermare la laicità della storia a dispetto delle apparenze una voce registrata parla del patimento di acqua e piante, esplicitando esageratamente una morale in cui si raccomanda all’uomo di non forzare troppo la mano anche sulla propria donna, o il desiderio di libertà – dei palloncini che voleranno sul soffitto proprio alla fine – potrebbe avere il sopravvento. Il dolce impastato nonostante le cure è rimasto crudo, al suo posto verrà scartato uno vero, pronto. Valentina Bischi ci offre degli ingredienti genuini, una lavorazione appropriata e una messinscena che coinvolge, eppure rimane il dubbio che qualcosa non rispecchi quella ricerca di realtà sulla scena che pure affiora in diversi momenti; forse il salto di qualità che richiederebbe questo spettacolo risiede proprio nella differenza tra un dolce in lavorazione e uno già pronto.

Viviana Raciti

Visto a marzo 2013 presso il Teatro Argot Studio

Vai al programma di Scena Sensibile

Le minne di Sant’Agata

di e con Valentina Bischi

liberamente tratto da Il conto delle minne

di Giuseppina Torregrossa