Impeto e timori nell’Homburg di Cesare Lievi

Il principe di Homburg
foto di Flàvio Martins Dos Santos

Nel bel mezzo di una notte dai toni caldi in cui, intrecciato al canto delle cicale, sembra di sentire il suono di un violino, un giovane intreccia un serto d’alloro. Sta sognando; eppure i suoi movimenti sono vigili e rispondenti ad altra coscienza. Allo stesso modo è altro il piano d’azione dei personaggi, nobili principi e principesse che, al contrario di lui svegli e incuriositi dalla stranezza della situazione, entreranno per canzonarlo e innescare le vicende del Principe di Homburg. Arriva dunque al Teatro Quirino questa versione diretta da Cesare Lievi e coprodotta dall Teatro Nuovo Giovanni da Udine e il CSS – Teatro stabile d’innovazione del FVG quasi al termine della sua tournée dopo la prima nell’ottobre 2011.

Il dramma di Heinrich von Kleist, articolato nell’arco di cinque atti (in questa versione suddiviso però da un’unica cesura) e ispirato alle guerre tra il Brandeburgo e la Svezia, narra la storia di Homburg (qui Lorenzo Gleijeses): principe, generale di cavalleria e pupillo di Federico Guglielmo, egli è un “eroe atipico” che, distratto da un amore appena rivelato, non ascolta con la dovuta attenzione le istruzioni da tenere in battaglia e così, nonostante la vittoria riportata, viene incriminato e condannato a morte. Dal soffitto calerà una grande griglia (imponente elemento scenico forse al pari della mappa strategica calata anch’essa dall’alto durante la seconda scena), separando da una parte il colpevole e dall’altra il principe elettore e la cavalleria. Ribaltamento interessante quello dell’allocazione della prigione: l’ideale “dietro le sbarre” risulta in proscenio, lasciando il principe – apparentemente – prigioniero libero di esternare i propri conflitti interiori mentre i reggenti, sullo sfondo della propria condizione, rimangono fisicamente liberi ma, sembra suggerire Lievi, incastrati nella rigidità di una decisione «tanto sublime da sembrare inumana».

Il principe di Homburg
foto di Flàvio Martins Dos Santos

Quasi un novello Creonte il principe elettore (qui il credibile e umano Stefano Santospago, tra i pochi assieme a Gleijeses ad adattarsi bene alla messinscena) rimane imbrigliato nel suo rispetto per la legge, decidendo infine di salvare Homburg solo a condizione che accetti la sua condanna come ingiusta. In questa trovata risiede tutta la crescita psicologica e morale del principe condannato; resosi conto che così facendo verrebbe meno ai suoi valori di giustizia e coerenza, rifiuta il ritiro d’accusa e si prepara alla morte.

Uscire dall’empasse sembrerebbe impossibile e allora per Kleist non rimane che un’unica soluzione. Homburg, convinto dell’imminente esecuzione è condotto bendato in giardino, questa volta non per distoglierlo dai suoi desideri di gloria – affettiva e militare – ma per la rivelazione che tutta la vicenda appena vissuta, al posto della realtà, era solo un sogno da lui immaginato. La scena ricalca quella iniziale, tuttavia dietro il fondale velato appare un alter ego di Homburg, e mentre tutti festeggiano il suo risveglio, cadranno contemporaneamente le corone d’alloro appese alle pareti e il principe dietro il velo. La decisione su quale sia la verità e quale l’immaginazione appare in questo finale felicemente ambigua, lasciando uno spiraglio di variazione rispetto al testo e portando lo spettatore a una anche se minima ma sostanziale scelta d’interpretazione.

Il principe di Homburg
foto di Flàvio Martins Dos Santos

Da molti considerato come il più alto di Kleist, questo testo porta con sé una propria storia di grandi consensi e dinieghi, dal rifiuto di pubblicazione nella Prussia di Guglielmo III all’accorata apologia da parte del Terzo Reich che vedeva nel principe sonnambulo, disobbediente per distrazione e pavido di fronte la propria morte, una morale sull’obbedienza da strumentalizzare e distorcere a proprio piacimento. Ma al di là della sua ricezione, oggi è ancora in grado di parlare allo spettatore contemporaneo? Nel rispondere a questa domanda – soprattutto in conseguenza alla traduzione di Lievi – il regista rende omaggio al grande testo, cui sceglie di rimanere fedele a discapito di una collocazione a noi più vicina, affidando molto più alle suggestioni della parola – scandita, pensata, declamata – che ad una contemporaneità scenica. L’opera scritta nel 1808 e ambientata a metà Seicento trova qui affabulazione in un’atmosfera dichiaratamente neoclassica, fatta di grandi spazi delimitati da strutture mobili, fondali velati, vessilli e abiti sontuosi, in cui i personaggi si muovono esaltando l’imponenza e l’eleganza della composizione. Quel teatro “bello”, o definito tale da una buona fetta della cultura, ma che inevitabilmente rischia di apparire come già conosciuto, attraversato, digerito.
Un po’ fine a sé stessa sembra dunque rimanere questa ricerca estetica, in cui la pulizia delle forme ottiene una distanza incolmabile tra la vicenda e una narrazione partecipata, stimolando semmai una riflessione su come il teatro possa parlare attraverso questi temi e su quali linguaggi adottare per non tradirne lo spirito, portandoli però in una dimensione a noi più vicina. Sono domande senza un’univoca risposta, con le quali bisogna confrontarsi di volta in volta chiedendosi se abbia più valore mostrare una storia o valutarne la sua efficacia.

Viviana Raciti

visto al Teatro Quirino di Roma in  febbraio 2013 [cartellone]

IL PRINCIPE DI HOMBURG
di
Heinrich von Kleist
traduzione e regia Cesare Lievi
drammaturgia Peter Iden
scene Josef Frommwieser
costumi
Marina Luxardo
disegno luci
Gigi Saccomandi
con Stefano Santospago, Ludovica Modugno, Maria Alberta Navello, Emanuele Carucci Viterbi, Lorenzo Gleijeses, Graziano Piazza, Fabiano Fantini, Sergio Mascherpa, Andrea Collavino, Paolo Fagiolo, Fabiano Fantini
co-produzione Teatro Nuovo Giovanni da Udine CSS Teatro stabile di innovazione del FVG