Conversazione in gelateria: L’Agnello di Gaetano Colella

Nel sotterraneo della Gelateria Splash di Via Eurialo che ci fa da redazione ci ritroviamo a parlare dello spettacolo di Gaetano Colella arrivato al Piccolo Eliseo di Roma nella rassegna La Puglia in scena. Quale miglior occasione per sperimentare una nuova modalità di confronto critico? Eccovi la trascrizione del dialogo e il file audio, che inaugura la sezione PODCAST.

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foto di Lorenzo Palazzo

Innanzitutto c’è il velatino, poi tutto il resto. Però lo spettacolo comincia al velatino. La prima azione sembra accadere fuori. Però il velatino ha un preciso ruolo drammaturgico. O no?

Beh direi di sì, qualsiasi sia stata la drammaturgia il velatino ne era un po’ la cesura: ciò che accade dietro e ciò che accade davanti. La terza prospettiva era infine quella finale, nella quale i personaggi escono fuori tra il pubblico. Non ricordo però se davanti al velatino si presentasse solo l’Agnello o anche altri personaggi.

Se non sbaglio solo lui, soltanto alla fine compaiono anche gli altri.


Allora sì che c’è un significato drammaturgico nel velatino.


Però scusa partiamo dal principio. Questo velatino ha innanzitutto una funzione scenografica. Si comincia con i giochi di luce, che all’inizio mi hanno convinto molto. Accanto alla funzione basilare di cancellare e mostrare elementi a seconda della posizione della luce (se dietro o davanti) si creavano degli effetti più astratti (ad esempio le due bande orizzontali) molto suggestive.


Suggestive, hai detto bene. In tutto lo spettacolo sembra esserci questo tentativo di suggestionare lo spettatore. Anche in una delle immagini promozionali utilizzate dal Teatro Eliseo vi era il proposito di lanciare lo spettacolo come esempio di “teatro emozionale”.


È vero, l’immagine sulla locandina, con solo l’attore centrale messo a fuoco mentre urla dà la sensazione (la suggestione, anzi) che il tema sia qualcosa di doloroso, che siamo in presenza di un “etero-teatro”, qualcosa di catartico. Ma, al di là dell’uso a volte sapiente di velatino e fari, quella catarsi emotiva arriva o non arriva?


Il problema probabilmente è nella linea drammaturgica, sin dall’inizio lo spettatore è spinto in un vortice di percezioni visive e uditive che però non si muove verso una catarsi definitiva: non c’è il ritmo di una tragedia, ma di tanti piccoli atti tragici che finiscono quasi per negare quel dolore tanto agognato.


E forse contribuisce anche una certa tendenza a fare di ogni scena una scena “definitiva”. C’è una ricerca piuttosto meticolosa di materiali con una precisa capacità evocativa. Parlo dei vari tulle che separano diverse profondità dei piani, di quello specchio rotondo che sembra dominare tutto l’ambiente come un totem. Però, pur riconoscendo l’estro quasi artigianale, è la linea narrativa che si perde a cercare simboli o troppo ovvi e diretti oppure troppo indecifrabili.


Ecco, appunto: ci perdoneranno gli amici lettori se abbiamo indugiato fino a questo momento nel parlare del contenuto. Cosa c’è all’interno di questo scrigno immaginifico? Abbiamo un agnello, interpretato dal regista Gaetano Colella, suo dovere è quello di sacrificarsi (per l’umanità?), vi è un uomo che scioglie dei nodi, c’è un Caino reo confesso, una danzatrice in abito rosso che diventa preda del branco.


E poi l’agnello decide di togliersi il giogo, ma sembra così togliersi anche il respiro.


I richiami simbolici si affestellano con la stessa violenza delle immagini ed è qui forse la difficoltà che personalmente ho riscontrato nella fruizione dello spettacolo: l’immagine come i simboli (appartenenti a questo immaginario evangelico e apocalittico) non hanno il tempo di sedimentarsi nella percezione dello spettatore.


Forse ci sono troppi richiami a immaginari che di per sé ci affollano già la mente e la coscienza: c’è il tema biblico con creazione e apocalisse, c’è quello religioso giudaico-cristiano, ma soprattutto c’è un impianto visivo che appartiene a un teatro poco collegato al presente. Potrebbe essere questa la nostra difficoltà? Personalmente ho una resistenza nei confronti di toni così “assoluti”: i testi assolutamente lirici, la recitazione assolutamente evocativa, la drammaturgia assolutamente fatale, addirittura scena e luci assolutamente scollati. Mi è mancata una boccata d’aria critica o ironica che stemperasse il tutto.


Mi piacerebbe essere in disaccordo, ma è questa la maggiore criticità: una tragedia senza neanche un respiro ironico è una tragedia? Shakespeare direbbe di no!


Ma forse Sofocle direbbe di sì.


Probabilmente considero Shakespeare a noi maggiormente contemporaneo di Sofocle. E comunque l’emozione dichiarata deve poi trovare una comunità ricettiva: lo spettatore di oggi mi pare tutto fuorché indifeso rispetto a un immaginario perturbante e seducente. Oggi mi verrebbe da dire che fa più paura l’assenza delle immagini che le immagini stesse.


Va be’ questa è una frase “assolutamente” storica.


Infatti basta, siamo bombardati da frasi storiche.


Hai ragione, oggi fa più più paura l’assenza della storia che la storia stessa.

(ridono)

Sergio Lo Gatto e Andrea Pocosgnich

L’AGNELLO
scritto da Francesco Ghiaccio
con Catia Caramia, Gaetano Colella, Roberto Marinelli, Damiano Nirchio, Maria Pascale
spazio scenico e disegno luci di Michelangelo Campanale
elementi scenici di Pancrazio De Padova
costumi di Cristina Bari
cura del movimento Maristella Tanzi
responsabile tecnico Carlotta Tagliente
video Altre Visioni
regia di Gaetano Colella
Teatro Crest
PUGLIA IN SCENA A ROMA
Progetto in collaborazione con il
Teatro Pubblico Pugliese