Un sogno di giustizia. Antigone pìetas di Ilaria Drago

fotogramma da video di Marco Guidi

«Fin da bambina, ho sempre amato salire sugli alberi», me lo disse qualche anno fa Ilaria Drago, quando andai a trovarla nella sua casa laboratorio della Tuscia viterbese. Era un giorno di pioggia furiosa, in una stanza vidi appesa una foto che la ritraeva tra le cavità dei rami e lei mi disse che era un «gesto di empatia con la natura», come se tra lei e l’albero esistesse una muta concessione di levità lei, di gravità lui, e insieme si tendessero l’una verso l’altro. Difficile non pensarci, non tornare su quel pensiero di fronte a questa Antigone pìetas, lavoro che, a partire dal grande testo sofocleo, ella interpreta e dirige, donando leggerezza a un mostro d’acciaio grazie proprio a quel «gesto di empatia».

Prima di ogni cosa, quel sostantivo che succede al nome dell’eroina: pìetas. Attorno si solleva una voce, una preghiera: «cosa hai lì nel fondo del petto?», il dialogo comincia come a voler bucare il cuore e a trarre un ascolto dalle sue cavità più nascoste, in quel buio immenso la voce inizia a svelare fasci di metallo come sottili fasci di luna: la macchina sembra quasi natura. La voce è totale, auratica, si irradia a farsi cellula d’accoglienza per quell’ascolto, ritmo cadenzato di una storia. Su una trave obliqua, fronte alla platea, Antigone è sospesa tra suoni di vento e promesse tempestose, nell’atmosfera lugubre la sua voce sembra provenire da altrove, il suo corpo come vittima di una ragnatela si dimena per liberarsi – consapevole di non averne potere – nelle altezze della sua solitudine. In alto è l’eroina che sfida il re Creonte perché dia sepoltura a entrambi i suoi due fratelli belligeranti: Eteocle e Polinice, sfida il potere sovrastando la terra dove si esercita e che le impedisce la terra più sotto, la terra che dà quiete al dolore e ai delitti. Anche nella discesa si fa donna vibrante e muscolare, non tocca il suolo ma è subito nel sotterraneo gocciolante e tetro della grotta in cui quel potere la rinchiude. Tocca terra la sua discesa in un blu ghiaccio opacizzato, ma non la terra: il suolo di un inferno, cui la terra sta sopra. È una bambina, o poco più, questa Antigone costretta a concetti più grandi della sua età che le svelano quanto l’inferno non sia fatto di morti ma di «ombre di ombre», morti rimasti nelle vite altrui, privati di pace e redenzione.

foto di Marco Taglienti

La tensione del corpo si misura nell’unità drammaturgica fatta di un tessuto innervato di luci, suoni, suggestioni immaginifiche, evocate. Si ha la sensazione che Ilaria Drago – grazie ai suoni e le luci di Marco Guidi e all’opera scenica di Mikulàš Rachlìk apra uno squarcio in cui far stare Antigone, la sua storia particolare, il suo dramma universale. Parla a sua madre, l’eroina, prega in un microfono per la vita e la fecondità, le consegna l’urlo strozzato dell’angoscia che le strappa dal corpo la sua femminilità, cui altre grida fanno eco. Ma tutte le grida sono lei. In una barra di metallo concava va dondolando la sua risposta, come una gondola basculante, assieme parto e lapide gemellare.

L’eroina si eleva, conquista il velo nero e sparge terra che, cadendo al suolo, si alza in polvere verso l’alto. Lì tornerà anche lei, spiegherà le sue ali al di sopra della legge emanata dal potere, lì dove il sogno si fa concreto, dove risiede la giustizia. Come un’apparizione era stato il suo ingresso, nello stesso buio ritorna all’uscita, svanisce nella fuga della luce, Antigone, racchiude la sua storia in una cellula buia, rivela per poco questo piccolo capolavoro nascosto come fosse, silenziosa, l’apparizione di un sogno.

Simone Nebbia

visto al Teatro dell’Orologio Sala Orfeo a febbraio 2013

ANTIGONE PÌETAS
di e con Ilaria Drago
testi interpretazione regia Ilaria drago
Musiche sonorizzazioni luci Marco Guidi
opera scenica Mikulàš Rachlìk