Corpi parlanti, corpi nudi, corpi muti. La Creation di Dave St. Pierre

foto www.biennaledeladanse.com

Ascolta il podcast

La platea poco rialzata dell’Auditorium Parco della Musica è inadatta alla danza, non aiuta la visione dei movimenti a terra. Ma uno spettacolo del coreografo canadese Dave St. Pierre non punta certo alla precisione della visione, quanto a un’ampia, squadernata prospettiva su un grumo di corpi. Se la danza moderna ha cominciato a fare a meno delle scarpette da punta e quella contemporanea di molte delle forme canoniche, tornando al piede scalzo ma anche all’anima libera del movimento, il tenace demone del postmodernismo ha fatto proprio piazza pulita. Anche questo Creation 2012, terzo capitolo della trilogia aperta con La pornographie des âmes e proseguita con Un peu de tendresse bordel de merde!, si presenta come un’esplosione di carne nuda, il rifiuto completo degli abiti civili e il ritorno a uno stato naturale. Almeno visivamente.

Quando gli spettatori fanno il loro ingresso un nutrito e ben assortito ensemble di danzatrici e danzatori è intento a liberarsi dei vestiti e a indossare un paio d’ali posticce sistemate a zaino sul corpo nudo. Solo due di loro resteranno vestiti, un uomo e una donna, novelli Adamo ed Eva cui un conclave di perfidi angeli giocherà ogni sorta di tiro mancino. Da subito evidente è la netta divisione tra i nudi e i vestiti, in questa sorta di straniante purgatorio in cui le anime devono superare prove atroci per potersi dire degne di quell’abito. La carica concettuale di questo lavoro è forte al punto da rischiare più di una volta di trasformarsi in didascalia, soprattutto là dove sfugge di mano quella vena di dissacrante ironia che di St. Pierre è un tratto distintivo.

Se uno dei problemi di certa creazione contemporanea – soprattutto quella che affronta temi di alta caratura sociale e politica con un’estetica apertamente postmoderna – è la mancanza di ironia e l’ostentazione di una vis provocatoria, non sembra essere questo il problema di St. Pierre, che conosce molto bene i meccanismi per stemperare l’incombente moralismo di quelle pratiche e che riesce a sottolineare una trama poetica e tenera (come evidenziava Matteo Antonaci) anche nelle orge (alluse o simulate) di corpi sul palco o nel coinvolgimento spudorato degli spettatori – lì privati della loro immunità di scalda-poltrone e qui trascinati sul palco per una performance sessuale con una bambola gonfiabile. Stavolta la debolezza sta innanzitutto nella struttura a quadri, rispondenti a uno stesso argomento di per sé molto liquido (sesso, società puritana versus emancipazione dei generi, repressione sessuale come regime di controllo delle masse, antenne di solitudine che non riescono a comunicare, c’è posto per tutto) e che però non riescono a rispettare logiche di ecologia della scena che vorrebbero durate più brevi, ripetizioni meno ridondanti e la mitigazione di eccessivi ammiccamenti, visivi e di senso.

biennaledeladanse.com

Il citazionismo spudorato che riporta in scena, in un’estetica estremamente pop che rimanda ai video di Madonna, non solo la comunicazione di massa ma ancor di più alcuni numi tutelari della danza e della performance del Novecento (da Merce Cunningham a Pina Bausch, fino a Jan Fabre) finisce per scavalcare la misura dell’omaggio o della dissacrazione diventando in più punti una diligente celebrazione di padri che non si riesce mai a uccidere davvero.
In questo lavoro lungo, impegnativo, ipertrofico e senza freni i momenti più efficaci sono paradossalmente quelli in cui la volontà di riempire ogni sequenza di distorsioni grottesche, di idiozia calcolata, di sberleffi al pudore e l’urgenza di ammiccare a ogni costo allentano la presa e scoprono un genuino e generoso talento coreografico, visivo e compositivo.

La carica lirica dei due “protagonisti”, quando non messa in ombra dal coro che invece dovrebbe esserne il piedistallo, sprigiona qualche momento realmente magnetico, che lascia apprezzare il sottile evolvere degli equilibri di peso e prossimità tra i due corpi. Per quanto fuori misura nella durata e nelle ripetizioni, quel semplice disperato attrarsi e respingersi degli unici corpi vestiti è più toccante di tante sequenze più furbe come quella dell’amante con un mazzo di rose bianche che si rivolta in una pozzanghera di sangue finto. Sebbene ogni eccesso melodrammatico sia trattato da St. Pierre con la distanza ironica che manca – ad esempio – a ricci/forte, l’ostentazione di quell’ironia rischia addirittura di comporre un’operazione intellettuale troppo compiaciuta, che distanzia lo spettatore e il cui impatto comunicativo risulta inferiore al puro recitare i contenuti, danzare i contenuti, agire i contenuti.

Sergio Lo Gatto*

Ascolta il podcast

visto all’Auditorium Parco della Musica di Roma – Sala Petrassi il 16 febbraio 2013

CREATION 2012
di Dave St.Pierre
creato in collaborazione e interpretato da Karina Champoux, Marie-Ève Carrière, Marie-Ève Quilicot, Joannie Douville, Sarah Lefebvre, Nadine Gerspacher, Natacha Filiatrault, Susan Paulson, Aude Rioland, Francis La Haye, Anne Thériault, Alanna Kraaijeveld, Éric Robidoux, Philippe Boutin, Christian Garmatter, Frédéric Tavernini, Luc Bouchard-Boissonneault, Alexis Lefebvre, Marc-André Goulet, Milan Panet-Gigon, Michael Watts, Renaud Lacelle-Bourdon, Julien Lemire, Vincent Morelle, Simon Fournier
con in alternanza Jérémie Francoeur, Philippe Thibault-Denis, Capucine Goust
drammaturgia Geneviève Bélanger
compositori Stéphane Boucher, Tomas Furey

*si ringrazia la collaborazione di Matteo Antonaci

Comments
  • Matteo 23 febbraio 2013 at 20:02

    Anche io concordo naturalmente. Però penso che St-Pierre, al contempo, abbia la leggerezza di certa commedia americana, dei film di Woody Allen, di quelli di John Cameron Mitchell. Una retorica giocata con arguzia e talento che si dispiega nel suo immaginario pop (postmoderno o no che sia). Ecco, forse tra i coreografi internazionali è il più “pop”, se questo termine ha ancora un senso. Veri gli errori di costruzione, ma è bello, ad un tratto, abbandonarsi a questa leggerezza un po’ romanticona e un po’ sporcacciona, e non pensare al resto. E quell’intento probabilmente catartico dei suoi drammi amorosi che depositandosi nell’autoironia assoluta e nel culto del bello (del bel corpo), finisce, tutto sommato, per funzionare.

  • Threaded commenting powered by interconnect/it code.