Calore. Nel rifiuto del codice, la grande rivoluzione di Enzo Cosimi

    In dialogo con questo articolo abbiamo pubblicato un approfondimento di Francesca Magnini, che ricostruisce il passaggio dall’edizione del 1982 a quella del 2013.

    foto timedancemagazine.eu

    Grazie a Marinella Guatterini e al suo progetto Reconstruction Italian Contemporary Choreography Anni Ottanta-Novanta, questa è la stagione nella quale è possibile recuperare momenti fondativi dell’esperienza coreografica italiana d’autore, pezzi di memoria che hanno chiosato alfabeti e avanzato ipotesi nel creare immaginari ancora potenzialmente fertili. È un progetto che va a recuperare quel fraseggio linguistico che è stato capace nel tempo di coniare sia concettualmente che visivamente un proprio logo, un proprio agio di pensiero, una propria riconoscibile architettura del gesto, e ne riporta alla luce quella certa attuale tensione, ne evidenzia insomma la portata innovativa anche a distanza di decenni, scaturigine di tanta (e a volte vana) impressione di “nuovo” dei nostri ultimi venti anni.

    E così Enzo Cosimi torna ad allestire il suo Calore, spettacolo emblematico dei primi anni ottanta che riuscì a governare il desiderio di frantumazione del segno tipico di una condizione postmoderna, per dirla con Jean-François Lyotard, e a traghettare ciò che c’era prima verso partiture sceniche che sarebbero “accadute” poi e avrebbero dato senso al contenitore del contemporaneo, anche in tempi in cui l’abuso del termine era ancora tutto a venire. Rovistando, dunque, con precisione quasi maniacale (qual è lui, d’altronde) nella sua memoria fisica e percettiva, Cosimi si rivolge a un altrettanto efficace parco di danzatori scelto per l’occasione e ricostruisce uno spettacolo folgorante, decisamente puntuale nel fotografare l’umore di questo riverbero da fine che gioiosamente, anzi inebetitamene viviamo incassando la speranza che possa protrarsi il più possibile. Perché, nemmeno a dirlo, dentro il “corpo” di Calore ecco presentarsi come posticipo di una arcaica dichiarazione di intenti la cinica messinscena di un morituro racconto del tempo, lo sfaldarsi dei precetti giovanilistici di cui s’era imbevuto all’origine, laddove l’intelligenza di Cosimi non poteva non sintetizzare in questo momento con quella forma anche l’aspetto meno consolatorio di una proto, iper-narrazione pop.

    Quando una trentina di anni fa debuttò, lo spettacolo fu “accolto”, soprattutto da alcuni accorti sguardi provenienti dal mondo del teatro, mentre un po’ tutta la danza si irrigidì nella scia del tentativo di decodifica malriuscito secondo gli “strumenti” di scuole o accademie, evidentemente non efficaci o utili a motivare la lettura di un “oggetto” che di per sé già andava collocandosi in un altrove linguistico (una cattiva attitudine della critica a usare lo strumento del giudizio e non l’ analisi). Rispetto alla versione originaria, lo spettacolo torna a dire, a nominare l’oggetto per farlo esistere o per modificarlo, in quel disegno nominale – appunto – esteriore e interiore direbbe Maurice Merleau-Ponty, che è riconoscimento, torna cioè con la sua apparenza empirica a definirsi partitura di segni, rumori, suoni e accenti fisici decisamente aperti e vitali (ovvio), ma è la struttura del tempo, l’attraversamento concreto dello spazio scenico che crea un tempo discontinuo con gli anni Ottanta ma saturo del presente che viviamo, e che a mio avviso questa volta ne definirne maggiormente l’essenza.

    foto timedancemagazine.eu

    E mi sorprendo quando, di nuovo, si torna a parlare di Calore più o meno con lo sguardo d’allora, ovvero definendolo esclusivamente nella traccia della superficie della sua impaginazione dinamica, in quella vera e propria effervescenza danzata che l’ha collocato fra i prototipi del teatro-danza italiano, sebbene nella struttura coreografica chiaramente si individui una sottesa e disperante stagnazione del tempo che sposta l’asse del lavoro nella frase della performance, per giunta tragica, e che offre allo spettatore un quadro dissonante e inquieto, carico di equivoci compiacimenti lì a titillare un assemblaggio di materiali fatti di intemperanze provenienti dall’arte visiva, dalla musica colta o dal pop, in sostanza da una certa ossessione occidentale che Cosimi aveva avvertito ed era stato capace di trasformare, una cifra della danza – come aveva scritto Titti Danese – decisamente “anticlassica” che non ha più abbandonato attraverso gli inabissamenti in Bacon, Eliogabalo, Kawabata, Guénon, collaborando con Aldo Busi, Daniela Dal Cin o Fabrizo Plessi.

    Per questo, e non soltanto, Calore è uno spettacolo straordinario, eseguito con quella giusta dose di allergia al codice dentro un disegno luci pastello turchese, un alveo che riflette il ritmo del respiro, il carattere ingannevole del tempo. Cosa accade in scena? Due giovani danzatori sembrano svegliarsi da un atavico sonno, un altro si muove lungo il perimetro dello spazio, rovescia una cesta piena di limoni, che da solo è un gesto di grande effetto, uno dei tanti di Cosimi simbolicamente proteso verso esperienze creative, come scrive di lui Stefano Tomassini, che rovesciano l’apparente significato come in una sorta di calembour del più recente repertorio della compagnia, capace cioè di riutilizzare materiale già esistente: è il caso di Remix 2 – una passeggiata alla fine del mondo di ormai tredici anni fa e dove lo spazio era disseminato di mele verdi, e dove il coreografo tornava a indicare una versione di sé ante litteram del concetto di fine. In questo luogo naturale e asfittico allo stesso tempo i danzatori si muovo per sintagmi animaleschi, schivano la frase danzata con precise ellissi di un movimento – appunto – “anticlassico” perfetto, si rincorrono, cercano un contatto acerbamente erotico, malizioso, ma prima che si eclissi questa rutilante vibrazione su un crinale da fine giornata campestre, che tanto potrebbe ricordare Le bagnanti di Courbet o di Cezànne o di Renoir, o ancora in quel gioco di rincorse quanta danza di Matisse ritroviamo che fa da sponda al contemporaneo We’re all in this together di Stephen Allen (e quanto teatro o danza degli anni recenti)? Ebbene, lo spazio si riempie di materiali, si “ingombra” il palcoscenico di oggetti d’uso (scale, trolley o valige), esplode nelle risa e nei movimenti concitati, fintamente gioiosi finanche acidi, si copre di coriandoli colorati prima dell’immateriale cicaleggio di un happy end rimandato.

    Paolo Ruffini