American Buffalo di Mamet. A caccia della drammaturgia americana

foto di Luca Rossini

Insieme a Perversioni sessuali a Chicago e a Le variazioni sull’anatra, il testo American Buffalo, datato 1975, consacrò David Mamet come uno dei più importanti autori teatrali degli ultimi decenni. Una piccola parabola fortemente teatrale sul possesso e sull’arguzia come possibili motori di riscatto, nell’America decadente e cinica delle periferie metropolitane.
Il rigattiere Donny scopre di aver venduto a un fortunato avventore un vecchio nichelino (l’American Buffalo) per un prezzo ampiamente inferiore al suo valore reale. Convinto di potersi riscattare, coinvolge il giovane garzone Bobby in uno strampalato piano per svaligiare la casa del collezionista. A tutti i costi vorrà entrare nella partita anche Walter (soprannominato Teach), vecchio amico di Donny perennemente in bolletta. Questi farà di tutto per liberarsi dello sprovveduto Bobby, ma Donny insisterà per includere nella gang anche Fletcher, un fantomatico Godot che rappresenta l’unico asso nella manica e che in scena non comparirà mai, ma riuscirà a mandare all’aria il colpo.

L’allestimento in scena al Teatro della Cometa Off di Roma fino al 3 febbraio, diretto da Gianluca Soli e Mario Sgueglia, sceglie come impostazione visiva quella iperrealista, dimostrando come risorsa un’ottima organizzazione dello spazio: entrando in sala, si bordeggia il palco, trasformato nell’interno del negozio di Donny, completo del più piccolo dei particolari. In quel disordine sistematico fatto di cianfrusaglie, di oggetti inutili, di aggeggi dall’uso difficile da decifrare, si ambienta questo perfetto gioco drammaturgico a tre, una specialità della penna di Mamet. La traduzione fa il proprio dovere, scegliendo di non sacrificare quasi nulla del testo originale. Eppure manca nel trattamento della pagina un elemento che risultava invece determinante nella versione originale (cui abbiamo avuto occasione di assistere allo Steppenwolf Theatre di Chicago nel 2009): il ritmo.

foto di Luca Rossini

I tre personaggi esprimono tre velocità e intensità diverse, la cui combinazione equilibrata e i relativi cortocircuiti sono essenziali per la messa a punto del climax. Strizzando l’occhio alla modalità di Pinter, la struttura drammaturgica di Mamet chiude il tutto in quattro mura e stringe su tre personaggi, usandoli come cassa di risonanza per una vicenda più ampia, che include altri luoghi e altri volti sotto forma di «racconto per interposta persona». Di questa dinamica sembra tornare traccia nella originale scelta della compagnia di pubblicare come promozione foto dei personaggi ritratti in momenti altri da quelli narrati nel testo. Il risultato è che tutto quel che accade fuori dal negozio di Donny potrebbe esistere o essere solo il frutto di una sorta di gioco psicologico, che in molti punti si incaglia, portando i personaggi ad arenarsi su ragionamenti e relazioni.

Perché questo gioco funzioni, tuttavia, occorre che la rete tra i tre caratteri resti sempre tesa, che il contrappunto sia sempre pulsante tramite una scena tenuta sempre in silenziosa tensione. In questo i tre attori, pur affiatati (da citare soprattutto la performance minuziosa di Sgueglia) non riescono del tutto. Complice forse l’identificazione tra regia e interpreti, sembra mancare un occhio esterno che imponga ai corpi in scena una presenza altisonante: quel gioco di energie dà senso all’epilogo, il caso fortuito che sgretola in un parossismo di squallore quella magra utopia di riscatto che aveva mosso i protagonisti.

Sergio Lo Gatto

visto al Teatro Cometa Off il 25 gennaio 2013

AMERICAN BUFFALO
di David Mamet
regia di Gianluca Soli e Mario Sgueglia
con Alessandro Procoli, Mario Sgueglia, Gianluca Soli
aiuto regia Benedetta Comito
progetto fotografico Luca Rossini