Il Doppio Senso – Unico – de La variante E. K.

Foto di Manuel Chittano

La lingua – ancor meglio l’uso che si fa del linguaggio – è un campo d’indagine da cui un artista non può non essere attratto: il fascino della corrispondenza tra la sintassi e l’espressione, della contraddizione tra gli stessi, l’enigmistico esercizio di illusionismo verbale che appartiene a chi sa manipolare suono e parola, traendo continui spunti di significato. Molti gli artisti che si distinguono in questo ambito, da Alessandro Bergonzoni ad Antonio Rezza fino al più nascosto ma limpidissimo Andrea Cosentino: il teatro è forse il luogo più adatto a questo tipo di sperimentazione, perché l’essenza che lega suono e significato non ha filtri d’intendimento ma giunge subito a una fruizione, dandone risultato immediato. In questo solco muove – o vorrebbe muoversi – una formazione attiva dal 1999 in varie attività spettacolari che ha prodotto prima nel campo della musica e del video, giungendo alla performance e da poco a progetti teatrali di composizione drammaturgica: DoppioSenso Unico, del duo Luca Ruocco e Ivan Talarico, porta nel nome un paradosso e cerca di maneggiarlo in uno spazio teatrale approfondendo quanto possibile la relazione fra attore e fruitore, eliminando in molti casi la linea di confine, quella congiunzione-muro che c’è fra di essi.

Dopo le esperienze di Viageatruà (2004) e Le clamorose avventure di Mario Pappice e Pepé Papocchio (2008) – entrambi in collaborazione con Lorenzo Vecchio – questo nuovo La variante E. K. presentato al Teatro dell’Orologio di Roma si innesta nel nero fondo della scena e intende dipanare una successione di quadri in cui si discuta il suicidio di E.K., malcapitato di turno che dal pubblico dovrà farsi sul palco uno spettacolo intero. Nato attraverso varie brevi performance nei locali durante l’intero anno scorso, lo spettacolo prende forma dagli oggetti sparsi sui tavolini ai lati del fondale che i due attori utilizzano per loro e per il suicida appena coinvolto, combinando rapidissimi sketch la cui mira è stimolare il riso anche e soprattutto verso una tematica, funebre, non certo esilarante. Uno schermo alle spalle fornisce loro indicazioni e scambi semantici. E dice a noi cosa starà per succedere. Ma ecco dunque in quel verbo al futuro farsi lampante una parte del problema: fin troppo sappiamo, e troppo presto: con eccessivo debito si concede spazio alla battuta di facile presa ma di corta gittata, dimostrando scarsa disponibilità ad esplorare il concetto tramite l’uso per la creazione della pur apprezzabile intelligenza.

Foto di Fabio Rodi

La variante di E.K. è un tentativo di scomposizione che attraversa sia quella linea di confine con la platea che il linguaggio espressivo, lungo i quadri i performer cercano interazione con il pubblico e contemporaneamente di tracciare il perimetro di una storia da cui fuggono di continuo, virando su altre strade al primo rischio di sequenzialità. Rischio. Poi ecco qualcuno potrebbe definirla opportunità. Punti di vista sui quali nessuno avrà mai ragione e teatro è territorio che appartiene a entrambi. E dunque non è quello il problema. Cosa c’è allora che non convince? L’impressione è che questo continuo fuggire il tessuto per disperdere i fili sia un’operazione per cui c’è bisogno di particolare precisione e di una qualità superiore al bisogno, perché là dove a tal punto si tenta il rischio nello stesso si cade se – non supportati da una capacità compositiva che tuttavia si rifugge – ci si appoggia su ciò che non è lancinante ma solo una simpatica devianza tra segno e senso: non basta, non basta ancora, bisogna essere crudeli, spietati, perpetrare una violenza che non colpisce ma dà tutta l’impressione di farlo, svelare il trucco dell’illusionista e saper illudere ugualmente, perché se una storia non si vuole raccontarla bisogna essere in grado di ucciderla, schiacciarla, ridurla in una polvere finissima, indistinguibile. Mostrare cioè la propria potenza, solo minacciando di esercitarla. Forse la carriera nei locali, che pure è una scuola di grande efficacia per affinare la gestione della relazione, non ha giovato nella ricerca di un equilibrio strutturale che sapesse salvare da una certa sterilità. Insomma per guidare su un DoppioSenso Unico bisogna essere acrobati da filo, bisogna illudere di essere nel giusto e insieme saper navigare l’errore. Altrimenti è fin troppo facile trovare, da un lato o l’altro della strada, un vigile minaccioso con una mano alzata e, nell’altra, il blocchetto delle contravvenzioni.

Simone Nebbia

Visto al Teatro dell’Orologio in gennaio 2013

LA VARIANTE E. K.
di e con Luca Ruocco e Ivan Talarico
maschere e oggetti Stefania Onofrio
una produzione DoppioSenso Unico