CK e il Teatro dell’Orologio. Un altro tipo di amore

Marco Cocci e Anna Favella in un particolare della locandina

Li avevamo lasciati con le mani ben affondate nel Petrolio di Pasolini, intenti a fare a pezzi e a ricostruire l’immagine di un mito nei bassifondi di una cristologia kitsch, li ritroviamo artefici di un breve, essenziale e cupo dramma psicologico sulle profondità della depressione.
CK Teatro, al secolo Leonardo Ferrari Carissimi e Fabio Morgan debuttano con il nuovo lavoro Love sul palco principale del loro “multisala off”: il Teatro dell’Orologio.

Una coppia di domestici dalla pelle più scura di quella dei padroni, lei incinta di un bimbo per il quale diviene subito necessario preparare un futuro; uno legato alla casa padronale da affetti di bambino, l’altra impassibile come una Lady Macbeth. Al ritmo di una musica scossa da accenti melliflui (The Niro), va in scena la servitù (o schiavitù) come condizione esistenziale, rivive nei gesti rituali, che creano quel mondo di apparenze in cui abitano i padroni; padroni da avvelenare quanto prima, non appena sarà servita la cena di compleanno. Lui e lei, seduti alle due estremità del freddo tavolo di design − che nelle impeccabili scene di Alessandra Muschella somiglia a un altare sul quale troneggiano corone di fiori più adatte a una bara che a un centro tavola − si consumano l’un l’altra insieme alle magre portate. Uno psichiatra/scrittore divorato, logorato, masticato da una depressione ormai in stadio terminale in cui il parossismo narcisista strangola ogni possibile risposta della moglie, accartocciata dentro spasmi di impotenza, impalata sulla sedia/trono e obbligata a fare da specchio alla disperata esibizione nichilista del marito.

Potremmo dire che il ragionamento sul potere, pur pulsante di una certa strana continuità con i precedenti lavori della compagnia, soffre qui di un manicheismo forse eccessivo, che scivola troppo nella seriosità che era la debolezza del più acerbo e minore Being Hamlet; il ritmo pachidermico che fa il verso ora a Pinter ora a Ibsen si salva con il discorso estetico della − come sempre − ottima scenografia e del livido e raffinato disegno luci, che da sé riescono a creare questa fantascienza coloniale in cui tuttavia non riusciamo del tutto a immedesimarci. Potremmo dire che gli attori principali (Marco Cocci e Anna Favella, belli e glaciali) fanno il proprio dovere, disegnando una chiara linea di tensione e quasi mai perdendo intensità, ma che il cerchio verboso del testo impone loro uno spazio  forse troppo limitato. Potremmo lodare il rigore e però non apprezzare la mancanza di una sincera ironia Il tutto può rappresentare una battuta d’arresto rispetto all’evoluzione di CK Teatro. Ma forse la funzione di queste righe stavolta prova ad andare anche oltre, dando conto del crescere, attorno a questo linguaggio, di un ambiente rinnovato.

Nel foyer mi trovo a scambiare qualche parola proprio con Fabio Morgan, che questa volta si è tirato fuori dalla scena e anche dalla regia. Il suo nome resta accreditato tra gli autori, stavolta, ma lui è anche quello che − «dall’anno prossimo», precisa − potrà dire di aver riportato l’Orologio a una vera programmazione. Quello che insegue è un vero e proprio progetto di cura, lontano da una semplice impostazione imprenditoriale, ancora di più da un piano catastale di affitto della sala, pratica che molti piccoli teatri romani prediligono. A lui interessa che «il pubblico si riconosca in questa programmazione, che possa fidarsi, che abbia la sensazione di poter trovare qui qualcosa di sensato». Rispondo che questo è ciò che serve alla città, al pubblico e anche alla filiera produttiva. Una filiera che su un piano quasi inconscio, in potenza, già esiste, se osservata con occhio periferico compare nella brulicante attività dei suoi agenti come il movimento continuo di un formicaio. Speriamo dunque ancora una volta nell’avvento di un “teatro popolare d’arte” che, per la propria nascita deve ricostruire una culla, poi un reparto maternità, poi un intero ospedale, in modo che lo si possa curare al sopraggiungere delle malattie che vorrebbero ucciderlo.
In un certo senso Morgan cerca lo spazio per esprimere un “amore”. Forse è proprio di questo amore che il teatro dovrebbe parlare.

Sergio Lo Gatto

visto al Teatro dell’Orologio Sala Orfeo il 22 gennaio 2013

LOVE
di Leonardo Ferrari Carissimi e Fabio Morgan
regia Leonardo Ferrari Carissimi
con Marco Cocci e Anna Favella, Nadia Kibout, Eliud Luciani
scene e costumi Alessandra Muschella
musiche The Niro
tecnica Marco Scattolini
grafica e foto di scena Martin Emanuel Palma
organizzazione Fabio Morgan