Perdutamente. Cartoline dal Teatro India

A Perdutamente si fa teatro, ma non ci sono spettacoli. Ci sono 18 gruppi teatrali, ma non è una vetrina. Al Teatro India alcune serate cominciano alle 18 con performance, installazioni, e dimostrazioni, eppure Perdutamente non è un festival. Ci siamo domandati fino all’ultimo quale potesse essere il segno in grado di cogliere vivacemente un paesaggio artistico inesplorato e mobile, lavoreremo perciò su brevi appunti che colgano la fugace impressione, non solo i nostri, illustrazioni a carboncino di qualcosa che è appena cominciato e già perduto, ma da conservare, come le cartoline. A.P.

I contenuti appariranno in ordine cronologico decrescente, dall’ultimo al primo

In profondità di Laura Novelli (critica teatrale e giornalista)
Ho frequentato Perdutamente in modo sporadico. E dunque ho perso lo sguardo d’insieme. Focalizzo le mie sensazioni su un titolo: Culo di gomma. Studio firmato da Francesca Macrì e Andrea Trapani (anche in scena come voce recitante) e interpretato da otto giovanissimi attori non professionisti, reclutati in alcune scuole superiori della capitale. Si parla di adolescenza attraverso i corpi, i gesti, gli sguardi, l’incedere maldestro degli adolescenti. Si disegna la lenta agonia dei loro pensieri. Si assiste allo sballo che frantuma la vita. Si cade nel silenzio accorto della loro partitura fisica studiata nei dettagli. Il tempo rallenta, si slabbra nella ripetizione, che è poi una variazione, mentre una suite di Bach accompagna la fragranza instabile dei loro sogni, delle loro energie, dei loro desideri di fuga. Le parole di Pasolini – padre tenebroso e veggente – danno loro un afflato poetico e trascinano in un sempre il loro stato di nuvole, ma forse non rendono ragione alla loro potenza. Si scava dentro, si va in profondità. Nella perdita di un’età maledetta, nell’ingordigia di essere grandi. Ma c’è qualcosa di bello nella tragedia che li attende. C’è una sfida. E forse questa sfida sta proprio nell’aver avvicinato la scuola. Nell’aver confuso realtà e finzione, sé reale e sé ideale, talmente bene da risultare educativa e teatrale insieme.
Fugato il rischio del saggio. Resta un’opera, uno spaccato poetico, una dimensione altra così ancorata al reale. La mattina dopo aver visto lo spettacolo torno nelle classi dove insegno, i miei alunni sono un po’ più giovani degli otto… ma come gli somigliano!

particolare di una foto di Ilaria Scarpa

Pasolini, perdutamente di Simone Nebbia «Dio mio, ma allora cos’ha / lei all’attivo? […] Io? Una disperata vitalità.» C’è qualcosa di questo Pasolini “in forma di rosa”, nell’azione di Roberto Latini che abita il Teatro India con il suo Seppur voleste colpire, Perdutamente personale anticipato nei mesi prima che cominciasse tutto, con quella forza atlantica di essere critico con il dentro e con il fuori, di fare ogni cosa con un motivo e cercando il paradosso vitalissimo di “perdere” un vuoto a rendere. Teatro d’artista è quando la citazione non è un debito mal pagato ma una continua domanda che rifonde, ma a chi è reso dunque questo vuoto che si disperde? Poco in là, otto adolescenti siedono di fianco, al pubblico orizzontali in una scena spesso verticale. Dietro di loro il Culo di gomma di Biancofango non li protegge da un compito progressivo e feroce: «Qualcosa di nuovo possiamo anche notarlo no? Quel che non si vede si può anche inventarlo». Già. A chi parlano questi ragazzi se non alla comunità di cui non fanno parte e che gli muore accanto? È in loro la vita, direbbe e dice ancora Pasolini. La loro vitalità non è disperata ma germinale, sudata, semmai disinnescata per eccesso di cariche e non per difetto, non più secca negli sfiati lenti del poeta ma umida di una saliva che vanno ansimando via. Diciotto artisti sono qui per perdere qualcosa, chissà se otto “giovani infelici” cancelleranno le colpe dei padri e magari, in queste sale perdute, avranno trovato qualcosa.

Gli ultimi giorni dell’underground di Attilio Scarpellini (giornalista, critico letterario e teatrale) Entro di soppiatto in sala b, superando due bambini sullo skateboard: sul palco, in una mandorla di luce, c’è Luca Tilli che suona. E’ abbarbicato al suo violoncello, batte il tempo e canticchia come Glenn Gould al pianoforte: tra l’esecuzione e la sala, nei brevi intertempi in cui si ferma, volta i fogli della scrittura e li fa cadere a terra, per lui non ci sono pause, si capisce dai suoi movimenti che la musica prosegue da qualche parte nel silenzio. E’ questo linguaggio totale che paradossalmente assorbe il non artistico nell’ orizzonte dell’arte, che accoglie lo sfondo profano, il brusio del pubblico (intendo quel mormorio fisico inevitabile di persone costrette su una sedia e, perché no, il rumore psichico che emanano), i colpi di tosse, persino una frugale interlocuzione con uno spettatore che, a un certo punto, dice qualcosa. Tutto nella musica. Le porte oggi sono rimaste aperte, lasciando filtrare la luce e il rumore dei piccoli mondi che si organizzano e si muovono in altri punti del Luna Park di Perdutamente. Non è la grande celebrazione pasquale o natalizia. Piuttosto una discreta pentecoste, fatta di transiti e di tocchi, di inspiegabili aure. Tilli suona col cappotto ancora addosso, ricorda il violoncellista che suonava tra le macerie della biblioteca neo-moresca di Sarajevo e poi si copriva il volto con le mani (per dieci anni ho tenuto quella foto sulla mia scrivania). Guardandolo, mi sorprendo a pensare che potrebbero anche essere gli ultimi giorni dell’underground, gli ultimi di una certa volontà artistica decisa a permeare la vita. E che forse hanno ragione gli scettici e i perplessi. Ma stasera, stranamente, di avere torto non mi interessa.

particolare di una foto di Ilaria Scarpa

Primi passi di Simone Nebbia Dico è difficile, fare i primi passi a “perdersi”. Uno può pensare i “primi passi” per una direzione nota, ma se così non è la direzione nemmeno induce il viaggio e quei primi potrebbero essere i soli. Per questo, direi, non si chiamano così. In pochi giorni questo Perdutamente è stato già mangiato e rigettato, visto etichettato e dimenticato nella pagina precedente. Ma non si era qui per studiare e porre – e porsi – domande? Non eravamo qui per credere nel divenire, anche degli errori? Nel salotto di Actor Stadio, qualche giorno fa, pochi fottutissimi amici attorno a un circolo di poltroncine rosse, tra loro discorrevano di “attori carne” e “attori paesaggio”, senza magari comprenderne tutti il senso ultimo (e non occupandosi tra l’altro del più diffuso “attore cane”, che per un pezzo di carne farebbe qualsiasi ruolo liberando nel paesaggio i suoi risultati artistici), ma tutti coscienti di essere nel qui e ora dell’esperienza: stimolarsi e recepire, contraddirsi e ignorare, passare la bottiglia di vino rosso da un divanetto a una sedia e poi a chi è seduto per terra. È in questo e meno nella fase spettacolare che Perdutamente mostra il suo lato migliore. La cultura (e va bene borghese ma abbiamo davvero ancora voglia di tirarcene fuori e porre distinzioni?!) si è formata nei salotti – da Virgilio a Moravia, da Leopardi a Pasolini –, oggi possiamo essere felici che distinzione fra cultura gnostica e agnostica non sussista più, se non in “alte” (!) e impermeabili sfere: perché allora dovremmo lamentare l’assenza di questo grande pubblico (che così grande non è) nella formazione di una comunità? I mondi si vanno permeando e si produce in ambienti diversi, ognuno con i suoi risultati. D’altronde non ho mai visto un ricercatore molecolare lamentare la presenza di un amplificatore – non alle scoperte ma ai suoi stadi di lavorazione. Ecco, qui si parla d’arte: impariamo allora da questo tempo e a questo tempo insegnamo: qualità e non quantità, sia misura della dismisura.

Seguendo i Passifalsi di Claudia Scuderi (operatrice teatrale) Un’immersione, un frammento, un rifugio, una sospensione, un momento di apnea. Come in un film muto, d’un tratto sono caduta dentro una pellicola in bianco e nero. Non tanto per il contenuto di ciò che stavo vedendo, ma per la forma. Passifalsi è il titolo di uno studio sull’Ivanov di Checov, firmato da Andrea Baracco. Il frammento che ho catturato, assolutamente non preparata, raccontava del momento in cui Anna Petrovna viene ripudiata dalla famiglia per sposare Nikolai Ivanov. Uno scatto di un istante che nella più ampia opera (interminabile) di Checov, non esiste. La Petrovna è costretta a lasciare tutto per Ivanov, abbandonando persino la religione ebraica e convertendosi alla Chiesa ortodossa. Per amore di un uomo che non la ama. Baracco ha tirato fuori il non detto, il non esplicito, l’antefatto, le emozioni. E la Anna Petrovna (Ersilia Lombardo) e il Nikolai Ivanov (Giandomenico Cupaiuolo) di quel frammento che ho visto la scorsa domenica, per caso, all’India, mi hanno molto emozionato, in soli 15 minuti. Una donna che stacca dalla sua stessa pelle le immagini dei suoi familiari, cercando, con fatica e dolore, di lasciarli andare. Un uomo che la sostiene di un sostegno che si fa grave, solenne, freddo. Un meccanismo perfetto, dentro uno spaccato immaginifico, fatto di dettagli, piccoli movimenti, squilibri, simboli di una malinconia, mista a incomunicabilità dell’oggi, che apparteneva a tutti in quella sala, in quei 15 minuti di assoluto silenzio. “Passo falso”, quindi, come quel preciso istante che viene svelato dal dettaglio in cui un personaggio tradisce se stesso, per precipitare nella verità della propria esistenza. Era la prima sera che entravo nel “magico” mondo di Perdutamente. E non posso giudicare l’intero percorso, ma quello che ho visto mi è piaciuto.

particolare di una foto di Marianna Masselli

Gli “altri”? di Simone Pacini (operatore e critico teatrale) Noi operatori e gente di teatro stiamo bene nella comunità di Perdutamente, ma non posso che essere d’accordo con la cartolina di Giorgio Testa. Ci chiedevamo, ieri sera: “ma uno spettatore puro che viene qui e non conosce nessuno, cosa pensa di tutto ciò?”. Forse il progetto poteva concludersi in maniera diversa: poteva rimanere una factory aperta solo per addetti ai lavori, senza – ad esempio – far pagare 5 euro per l’entrata, oppure, e sarebbe stata una grande scommessa, poteva diventare un’occasione per avvicinare nuovi spettatori al teatro contemporaneo. In questo secondo caso, secondo me, bisognava fare un altro lavoro: cercare maggiormente l’interazione e l’integrazione con “gli altri”: sia nel foyer (con più coinvolgimento, informazioni, spiegazioni, programmi dettagliati, poetiche che io non ho trovato) che sul web (in maniera più attiva, ovvero non solo “questa sera in scena..” ma “che vorresti fare stasera?”). In questo senso (a parte i laboratori) l’esperimento più azzeccato è Art you lost?: l’attesa sì è sviluppata incessante in rete, l’interazione in teatro potrebbe davvero diventare arte e aspettiamo con ansia il risultato finale.

Qualcosa che mi confonde di Laura Novelli (critica teatrale e giornalista) Una donna febbrile, tremante, nel suo abito nero senza tempo, che stacca fotografie dei cari dal suo corpo come fossero brandelli di pelle, di carne. Le pone a terra adagio, una ad una. Le saluta. Prima vicina, timida, incerta. Poi lontana, sicura, ansiosamente protesa verso la nuova esistenza che l’attende. È solo un frammento dello studio “Tra gli spazi bianchi del testo” che Andrea Baracco, ispirandosi all’Ivanov di Cechov, ha presentato qualche giorno fa a India. In scena Ersilia Lombardo/Anna Petrovna resta muta. Parlano il suo corpo, il suo volto, i suoi occhi, i suoi movimenti allusivi di un abbandono che è soprattutto un trovarsi. Ecco, in questo luminoso interstizio di teatro ho rintracciato un universo di perdite, di addii, di abbandoni, di memorie, di attese, di illusioni, di scelte, di silenzi che rendono ragione alla profondità del fatto teatrale e alla profondità della crisi in cui siamo immersi. Laddove profondità significa paradossalmente bisogno di risalita: dal particolare all’universale, dal racconto all’umano, dalla vita alla poesia. C’è in Perdutamente qualcosa che mi sfugge. Che mi confonde. Che mi radica nella convinzione di avere fame di teatro leggibile, evocativo, sapiente, sincero. Perché questo sì, oggi, è davvero sovversivo.

particolare di una foto di Marianna Masselli

Immagine, di ritorno di Marianna Masselli Accade a volte che un luogo si ripieghi su se stesso, che lo spazio si comprima per diventare dimensione. Pareti immaginarie vengon su mattone dopo mattone in un solo istante, ambienti disegnati su fogli della mente come carta di riso impressa a china, perimetro e immagine al contempo di un interno costruito per concetto, su sostanza di dibattito. Succede altresì in simili stanze che il torpore intellettuale, tisico assideramento derivato da inflazione di esercizi quotidiani, si redima in attenzione, che cominci a seguire il discusso tentativo di afferrare l’essenza di un incantesimo incarnato, di trovarne il gradiente di definizione. Un bagliore sale agli occhi, poi si smorza disorientato e torna al nome dell’uomo che un giorno annodò I fili del tempo, irradiazione per altra voce e parentesi cosciente d’espressione argomentata. Scandagliare la profondità della padronanza altrui nella condivisione del mestiere, cantare un virtuoso violino transgenico per emissione del rossetto rosso: così si fa il gioco della comunità, così si osserva in doppio riverbero il proprio riflesso contestualizzato e straniato assieme. E quando infine è tempo d’ andare, prima che il momento si faccia nesso con il giorno e che aria nuova spiri sul brecciolino bianco della dipartita, uno sguardo di ghiaccio sotto cappello d’inverno ti viene a ricordare che, tu non lo sai, ma casa è proprio dove non cercavi.

Affettuosamente perplesso di Giorgio Testa (formatore e mediatore culturale) Il 15 Settembre, da Short Theatre 2012 ho scritto questo appunto-cartolina, per me: “arrivati alla fine L’effet de Serge si presta a far da metafora a tutto questo teatro visto in Short (con spettacoli anche per niente Short, quest’anno…): artisti, chiusi nel loro spazio “privato” tra loro giocattoli e fisime e scacchi, che organizzano in casa spettacolini riservati a spettatori ben disposti ad ammirare e compiacere, pur tra imbarazzo e malcelata costernazione, senza sollevare la questione del senso di ciò che vedono, paghi e commossi dalla dedizione dell’attore-impresario e dal candore con cui tiene in vita il gioco infantile, radice e origine di ogni teatro… e intanto mentre si sta lì a non turbare troppo il nostro teatro-Serge milioni di spettatori chiedono altro e altro vedono…”. Ecco, nelle mie due visite serali a Perdutamente sono stato in una situazione analoga, affettuosamente perplesso.

particolare di una foto di Marianna Masselli

Don’t feed the zombies di Andrea Pocosgnich Gli zombie a teatro non li ho mai visti. E infatti qui non ci sono visi smunti e occhi iniettati di sangue, arti strappati e fame di cervelli umani: i giovanissimi performer di Frosini e Timpano attentano alla sicurezza degli spettatori del Teatro India spingendo sulla porta a vetri dell’ingresso. Vagano in branco e, come la maggior parte dei non morti che il cinema ci ha lasciato in eredità, hanno poca dimestichezza con le più semplici coordinazioni motorie: aprire una porta, cambiare direzione velocemente. Rallentano gli impazienti, entrano in sala a spettacolo appena concluso e debbono lottare per avere uno scampolo di attenzione. Allora è facile ritrovarseli tra i piedi sorseggiando un bicchiere di vino o uscendo dagli ipnotici Bagni Rossi. E se non fosse per i cartelli che portano al collo e i loro celebri motti tradotti in linguaggio zombie, ci sarebbe da spaventarsi davvero e domandarsi chi sono gli zombie nella nostra società, quanti zombie incontriamo ogni giorno e velocemente facciamo finta di non vedere? E i giovani? Quante generazioni di zombie ci sono in circolazione? Ma dall’altra parte del foyer si danza… basta poco per lasciarsi l’orrore alle spalle.

Al freddo, nella memoria, un pensiero di Marianna Masselli Quando il gelo sopraggiunge a sfocare la lucidità della presenza, la fruizione dell’esperienza apre i battenti di uno spazio che a breve assisterà alla chiusura delle sue porte. Ecco allora che si comincia a popolare di zombie, abbandonati alle riserve di una contestazione che cerca sfogo nell’inchiostro di targhe scritte a mano. Un incontro per sviscerare la perdita della memoria come annullamento dell’autonomia identitaria, il riso amaro di una piéce a significare che la cancellazione del ricordo, nelle sue forme plurime, conduce sull’orlo del baratro, nel buio di una zona in cui persino il potere diventa asservibile, manipolabile come può esserlo la convinzione di un bambino. L’assemblaggio slogato delle epifanie di eventi si compatta e scopre il senso nella negazione, per opposizione a quella cancrena umana che è l’assenza delle idee, combattuta tramite una varietà di stimoli agiti. Il tempo si fa vita nell’attraversamento, dallo stremo acustico di tracce ultrasoniche fino alla percezione di un’Ecotrasmessa da volti riflessi, nell’acqua di uno specchio in proiezioni, nella scarnificazione di un corpo volatile, natante del vuoto sorretto da fili, rimando alla sua anima di donna osservata nello spioncino, quasi duchampiano, di un recinto di porte. Per dire in fondo che l’accompagnamento al sonno è più lieve se guidato dalla luce del pensiero.

particolare da una foto di Marianna Masselli

Il pubblico e la comunità di Attilio Scarpellini (giornalista, critico letterario e teatrale) “E ce lo so certo ando’ sta il Teatro India, mo’ va de moda”. I tassisti romani, come è noto, non sbagliano mai: sismografi degli umori politici più viscerali – quelli che premiano i sindaci che dopo qualche mese sono pronti a scaricare – indicano a colpo sicuro tendenze di cui ignorano tutto, un po’ come l’allenatore di boxe dei Tony Clifton per cui esistono tre tipi di teatro: un teatro buono, un teatro del cazzo e un teatro del cazzo che è pure buono. Se c’è da credere a Marzia Spanu (ma agli uffici stampa non bisogna credere mai del tutto) che me l’ha raccontata appoggiata al banco della buvette, l’India di Perdutamente si sta staccando dalla carta di Roma come uno dei toponimi cerchiati con il pennarello sulla vertiginosa mappa di Art You Lost, la prima al mondo concepita non per far ritrovare la gente, ma per farla smarrire per sempre. Secondo altri, invece, il pubblico di Perdutamente stenterebbe ad uscire dal circuito autoreferenziale del teatro romano. La verità è che nel foyer natalizio di Perdutamente comunità e pubblico si incrociano e si confondono di continuo: sembrano pochi quando sono sparsi negli angoli più riposti del dispositivo che colonizza gli spazi – ma al bagno rosso di Pallara prima o poi ci capitano tutti – e poi bruscamente si moltiplicano al momento di entrare in sala, riempiendo tutti gli ordini di posti: gli adolescenti adorano il Clima di Michele Di Stefano (lo paragonano a un video gioco), trattano fraternamente gli zombies di Timpano e Frosini, le signore con la pelliccia (bisogna dirlo a Pippo Delbono: esistono sempre e ce le porteremo appresso in paradiso) si raccolgono in rispettoso silenzio, assiepate in piccole oasi di colore fulvo, stupite e felici di ritrovarsi dove sono, ad ammirare un estratto di teatro del cazzo che è pure buono. Credono, è vero, che Fabrizio Arcuri sia la reincarnazione di Jean-Louis Barrault in Les enfants du paradis. Ma dategli torto, se potete. Sembra che Molly, la bastardina joyciana che entrava dal fondo della scena e cavalcava fino alla sua padroncina abbia fatto guaire di invidia Uggie, il jack russell di The Artist. A Nollywood anche il pubblico fa comunità. Parlez à vos voisins (et à vos voines, bordel!) diceva il maggio del ’68. Parlate alla signora impellicciata che vi sta accanto. Scoprirete che dell’arte contemporanea sa tutto, come Martin Crimp. Preoccupatevi dei singoli, non dei numeri.

Macerie di Simone Nebbia Un rudere conserva nelle sue polveri memoria di ciò che è stato. Almeno quanto ciò che è tiene in sé l’intimo segreto di una rovina. C’è un filo segreto che attraversa gli stati del tempo e fa rabbrividire dell’onda che li scroscia su un’unica riva: il presente. La perdita della memoria, nella prima conferenza/spettacolo di Cruciani/Raimo a Perdutamente. Ma è mai davvero? C’è un paese irpino spento da un terremoto vecchio trent’anni, lo vidi un giorno tra i tanti tutti uguali da quell’ultimo in poi, tanti ieri a seguirsi l’uno all’altro. Sparito nei cartelli stradali, disabitato dagli abitanti che vivono ora un altro paese costruito da capo. Con un altro nome. Nelle sue strade le scarpe perdute di una fuga che l’immagine ha reso eterna, tutto è rimasto come allora: quaderni aperti a quell’ultima pagina, polvere che il vento non trasporta. C’è un silenzio come una bolla che stride la devastazione. Andarci oggi è camminare dentro ieri, in un luogo dove la vita c’è stata. E dove aver perduto una scarpa andando via, per paradosso, è ciò che impedisce l’altra perdita, quella della memoria. E dove quindi la vita che pareva perduta, muta e sommersa, è rimasta.

particolare da una foto di Vincenzo Schino

Contemporaneo di Katia Ippaso (critica teatrale, giornalista e drammaturga) Echi e passi di artisti “contemporanei”. Tanto più remoti quanto più sono contemporanei. Perché questo per me è contemporaneo: andare giù a ripensare gli scarti che qualcun altro ha lasciato per affondarci dentro con furore. Contemporaneo è ascoltare il respiro di tre vecchie pensionate greche prima che si diano la morte, capire perché, perché loro, perché noi, perché loro prima di noi. Capire di cosa stiamo morendo. Contemporaneo è agitare un corpo sottile, aereo, disossato, che fa eco a un corpo di carne, e ascoltare il suono che fanno i volti di coloro che si sono specchiati nell’acqua di Narciso. Contemporaneo è tagliare una pera seguendo il galateo e fare uscire il sangue dal vestito bianco. Contemporaneo è il ritratto che un artista fa dei suoi compagni, riservando a se stesso il tratto più impietoso, quello che ci fa dire: resto qui, anche se fa un freddo boia.

Nella caverna  di Sergio Lo Gatto Sarà che tra poco questo spazio lo perderemo, appunto, ce lo toglieranno per ridarcelo – dicono – rinnovato, rimodernato, rifatto, riqualificato, ma a noi allora viene da ri, ri, ri, riconquistare innanzitutto gli spazi di questa strana caverna prossima all’erosione. Ri-cordare, cosa più importante, ri-vedere (in inglese recensire ha questo suono, molto più elegante). E dunque. Della prima discesa a questi affollati inferi rivedrò la confusione viva ancora negli occhi di chi era al nollywood degli Artefatti, una autoconfessione surreale che io mi sono perso e che pure non riesco a fare a meno di immaginare cruciale; rivedrò la straniante distanza dei Losers di Tony Clifton Circus, il loro venire trasformati in diretta da corpi umani in corpi astratti, il loro sudore sublimarsi in perle, mentre la luce li lascia soli. Rivedrò il gocciolio sommesso e virginale dell‘Eco di Vincenzo Schino. La sua Opera che disegna forme in un buio pesto che ha qualcosa di liminare, una volta di più di murale, di preistorico; il bagliore digitale che fa tornare volti che sono i nostri, ri-flessi eppure immersi in una melma di passato; il gioco delle luci che massacra la gravità e che di quello scheletro d’anima teso tra cielo e terra urla la condizione di pericolo. La perdita di ogni freno. La caduta.

particolare da una foto di Andrea Pocosgnich

Narciso di Simone Nebbia Per un buco, un buco appena si inizia a perdere mentre attorno l’ipertrofia delle esperienze sembra comporre certezze di possesso, nel silenzio si abbandona e sfiata via un respiro, nell’abbaglio delle luci clamorose non si raccoglie l’intima gravità del buio. Cade qualcosa repentinamente, non visto mentre si affloscia piano l’enorme Babbo Natale dei Tony Clifton Circus, la nostra identità si rapprende in ciò che non resta e diventerà plastica informe accartocciata a bordo palco. Anzi. A bordo ring. Perché poi una volta persa la dignità della nostra essenza non resta che combattere, darsele senza indugi: nei lividi e nel sudore pulsa quel che abbiamo perduto. Il brivido di una voce dall’alto ammonisce che se la realtà penetra in palcoscenico, il problema è come uscirne. Ma a noi sembra di essere, essere di nuovo. Esaltati dal contatto del reale. Ma siamo, davvero? Più tardi, in uno specchio nell’Eco di Opera, il volto di un Narciso che non conosciamo si specchia nell’acqua al posto nostro, e di fianco il nostro viso incredulo e sbiadito. Chi è io? È forse l’altro? Nel riflesso di una realtà di nuovo manomessa, sfumano i lineamenti della perpetua illusione.

Una birra con Massimo Paganelli (operatore teatrale, docente universitario) Durante una birra in quel di via del Porto Fluviale, Massimo Paganelli commenta: «Poteva essere una grande occasione, poteva non essere una cosa solo romana. Avendo al tempo dal primo ottobre al 30 dicembre poteva essere pensata una sezione che immaginavo e che avevo suggerito loro, dedicata alle eccellenze giovanili italiane, per dare all’operazione un senso nazionale. È India, ragazzi, non è uno spazio di periferia. Sarebbe stato difficile ma possibile, farlo vivere come nel primo Novecento si vivevano le chiese: il pellegrino che veniva a Roma trovava la perpetua che gli offriva un piatto di pasta e un giaciglio. Le compagnie che provano e che incontrano le scuole e le università sono il piatto di pasta, il giaciglio la possibilità di dormire li dentro dando la dimostrazione che un teatro Stabile può essere uno spazio che si muove; il segno grande sarebbe stato farlo accadere a Roma, dove c’è il teatro “più stabile” d’Italia. Fare una battaglia e dire a Lavia che 5000 euro è un rimborso spese. E rifiutarli. Ché non è con questi soldi che risolvi, quella è gente che se non fa teatro non mangia; il teatro è vitale in quanto spirituale ma non ci mangi. Dimostrare che i soldi servono per occupare la città e dire alla città che ci siamo. Io sono un vecchio comunista. Quando ero ragazzo si andava alle riunioni del comitato: «la prossima volta ciascuno di voi porta altre due persone». Stai insieme agli altri, allunghi la notte, il tempo. Quelli dell’India vi rompono i coglioni? Incontrate i sindacati e dite loro che ci sono vostri iscritti che ci ostacolano. Chiediamo le chiavi del teatro. S.L.G.

particolare da una foto di Andrea Pocosgnich

Lo spazio abitato di Andrea Pocosgnich Atmosfera intima nel foyer del Teatro India, è evidente il segno: poltroncine rosse sistemate a semicerchio con un tavolino in mezzo, sul pavimento dei tappetti. Installazioni che si perdono tra l’arredamento, luce soffusa. Una grande parete bianca con un calendario (troppo piccolo) degli eventi in programma, un sacco da boxe preannuncia la follia di Tony Clifton Circus: un ring sul quale prendersi a pugni in un vero e proprio incontro. Perdere il teatro per ritrovare lo sport. Ma se lo sport diventa spettacolare la linea di demarcazione con il teatro non è poi così netta. Per la cronaca: non c’è un vincitore. Dall’altra parte del foyer la biglietteria si è trasformata in un’agenzia viaggi, una hostess in rosso e grandi occhiali fornisce istruzioni, gli spettatori possono iscriversi a brevi lezioni nelle quali i danzatori professionisti mostrano una breve partitura di movimenti, i volenterosi accettano di rieseguirla sul palco nelle stessa serata, ma in un momento diverso, è Clima di Mk. Nel retropalco si agitano i fantasmi di Vincenzo Schino: una pozza d’acqua in cui qualcuno si è già specchiato e un fortino chiuso allo sguardo, qui  l’umano manovra la propria proiezione stilizzata, in alto lo scheletro di un uomo. È tempo di fuggire per tornare.

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Comments
  • Dario 13 dicembre 2012 at 17:47

    Ieri sono stato a Perdutamente…
    Dico tutto fuori dai denti, faccio una cartolina anche se non potrei (pare riservata solo agli operatori che solo SOLO operatori) e per dimostrare che se c’ho da dire qualcosa io lo dico apertamente e non mi nascondo dietro uno pseudonimo (che cazzo farei a fare Er Lisca, se dicessi le stesse cose che dico in faccia? come fate a pensare che sia io?)
    Cosa ho visto, poca gente, pare che nel fine settimana ce ne sia di più.
    Tante persone, nessuna non del nostro campo.
    Aria che si respira poco conviviale.
    Il più conviviale mi è sembrato quello che da tutti è sempre disegnato come schivo e con la puzza sotto il naso: Arcuri.
    Oltre a Jacopo (Tony Clifton) che era in vena di tante parole (ma non era muto o quasi?).
    Scherzi a parte:
    ho visto, gente che provava nel foyer delle parti di danza, ma non ho capito se anche quella era un’istallazione, anche la prova stessa.
    Scritte sui muri che francamente mi faceva tristezza andare a leggere e perciò non l’ho fatto e anche pochi altri facevano.
    Divanetto simpatico che ricreava però, in alcuni momenti, l’aria da spritz del fuori Valle.
    Gente divertita all’uscita degli artefatti.
    Gente incazzata all’uscita della Calamaro, con addirittura bestemmie!
    Gente che parlava bene dell’istallazione di Lisa, Santa sangre (una parte) e MutaImago, ma nessuno che indicasse dove cazzo fosse.
    Sentire rispondere una maschera che alla mia domanda “perché è chiuso il botteghino per l’ultimo spettacolo?”, “non si preoccupi, facciamo entrare gratis, che lo teniamo aperto a fare il botteghino se paga una persona su 10 il biglietto? gli altri sono tutti con il pass”.
    Non voglio dire cosa dicevano dopo Cosentino, sarei di parte.
    Dopo uno spettacolo come però quello di Cosentino, sbalgiatissimo mettere il trombonista (io suono il trombone), l’ho apprezzato tanto musicalmente, ma dopo lo spettacolo di Andrea, non era proprio il caso di fare sperimentazione musicale. Una cattiveria nei confronti del musicista stesso.

    Detto questo ho pensato.
    Forse ha ragione Er Lisca, siamo morti.
    Ma ora ammettiamolo!
    Facciamo quello che abbiamo sperato che facessero i vecchi con noi: lasciamo il passo.
    Forse (a parte Arcuri che con le sue direzioni artistiche e con la presenza a Scenario lo fa in parte) nessuno di noi ha mai dato spazio ai giovani e non avrà spazio finché non si creerà.
    Saremo la generazione teatrale tra 10/15 anni, mediamente abbiamo quasi 40 anni (io un po’ di meno, ma parlo di media)
    Tra 10/15 anni saremo prodotti dai teatri stabili o almeno saremo lì dentro a far teatro.
    Quando saremo “arrivati”, saremo già i tromboni di domani, o in via di diventarci.
    Siamo già sui posti di partenza pronti a sgomitare, ora, chissà dopo.
    Già partiamo con la voglia di no dar spazio a nessuno.
    Quando avremo preso una poltrona ci sembrerà dovuta. Ma l’arte è più veloce di noi, le idee anche e noi non gli daremo spazio.
    Forse questa volta era il caso di dar spazio ad altri a quelli che verranno dopo.
    Fare una direzione artistica dell’India, dando spazio ai 20/25 enni, massimo ai 28/30enni.
    (E NON PENSATE CHE CI SIA TANTA ROBA DA 4 SOLDI TRA I GIOVANI: nel 2005 ci incontrammo allo stesso Scenario, io, Santasangre, Timpano, Lisa e Andreoli e chissà quanti altri, c’era gente tra di noi di molto al di sotto dei 28 anni).
    Se gli avremmo dato il nostro pubblico (che poi siamo noi), chissà quanto ci avrebbe fatto bene anche a noi.
    Donare la nostra esperienza ad altri che ne hanno meno.
    Invece di litigare sui soldi pochi, perché non investirli?
    Invece vedo gente arroccata sul suo trono, vincitori di Ubu pensierosi, gli attori che pensano a come camperò domani e non cosa vedrà uno spettatore dopodomani.
    Ci siamo lamentati sempre dei Lavia e degli Albertazzi che non ci davano spazio e sappiamo dopo Perdutamente che noi non lo daremo agli altri, o meglio la mia generazione sarà un’altra generazione di tromboni!

    Io vorrei crescere in mezzo a quelli più giovani di me, fare le mie cose senza scannarmi con gli altri.
    Vedere cosa non riesco ancora ad immaginare…
    Non sentire quell’aria pesante, mista al freddo dell’India.
    Vorrei che fossimo diversi da come ci ho descritti.
    POSSIAMO ESSERLO.
    Perché umanamente e/o artisticamente poi io stimo tutti e 18 (no 17 perché Baracco proprio non lo conosco e credo di aver visto uno spettacolo che non mi è piaciuto, ma ha la faccia simpatica).
    Risorgiamo dalla morte, non come zombie, però! ;)

    Baci a tutti, vi voglio e ci voglio bene
    (si chiudono così solitamente le cartoline, no?)

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