Arlecchino servitore di due padroni: la sottrazione dell’anima al tempo

Foto di Diego Ciminaghi

«La poesia non è perduta per sempre: la bontà, la musica, la bellezza, non è stata spezzata per sempre. È stata spezzata per un momento, ma poi riprende, perché gli uomini continuano a crederci, perché il pubblico possa continuare a crederci. […] Il teatro rinasce sempre dalle sue ceneri, cioè finisce una sera per ricominciare la sera dopo. Gli uomini muoiono, ma gli uomini nascono anche, crescono e poi muoiono e altri nascono e altri crescono, ecco questo senso del futuro e del possibile. Non si chiude tutto lì e quindi il dramma molto tragico e negativo diventa positivo per virtù del teatro». Se gli occhi di Giorgio Strehler cercassero ancora luoghi in cui far albergare lo sguardo, ieri sera gli avrebbero suggerito queste stesse parole, pronunciate nella sua ultima intervista. La sala del Teatro Argentina si è riempita per la messinscena di Arlecchino servitore di due padroni, pietra miliare che conobbe il debutto in una sera di luglio del 1947, come secondo spettacolo allestito dal maestro milanese nell’allora appena nato Piccolo Teatro di Milano. Palchi e poltrone affollati da molti ragazzi che si salutavano da una balconata all’altra, giovani e giovanissimi estranei alle logiche di rappresentanza tipiche di simili occasioni, hanno soffiato vita nei polmoni di quella fenice che è la scena quando il mestiere smette di essere replica o ricordo e si trasforma in memoria e lascito vitale.

Il testo di Carlo Goldoni è del 1745 e si inserisce tra le opere dell’autore in cui l’eredità della Commedia dell’Arte reca ancora i segni di una apertura testuale più simile a quella di un canovaccio, seguendo gli schemi situazionali e di personaggi che, nella commedia, risolvono la vicenda sciogliendola nella distensione di un immancabile lieto fine. Tra segreti, giuramenti e scambi di persona i destini di due coppie di innamorati si intrecciano alle peripezie di un unico servitore che, allettato dall’idea di doppia paga e doppi pasti, si barcamena confusamente tra le esigenze e i comandi di due padroni diversi. Nessuna figura meglio di Arlecchino avrebbe potuto incarnare l’infantile semplicità, quella brama primaria di arrabattarsi tra bisogno e godimento che ne fanno uno dei topoi della coincidenza tra pensiero scenico e tradizione. L’interpretazione di Ferruccio Soleri, che già dagli anni ’60 succede a Marcello Moretti, poco concede al tempo che passa: non si lascia appannare dal sopraggiungere degli anni, non permette soprusi energetici che si tradurrebbero in snaturamenti sostanziali di un simbolo. Ritroviamo intatte – esclusa forse qualche capriola – la tempra motoria e l’articolazione anatomica, tutta la consapevolezza che nella gestione degli arti, tra le tensioni di un disequilibrio cercato,  transustanzia l’entità stessa, trascinando tra un passo e una camminata la potenza che si offre a chi ad un volto senza carne ha votato il percorso di una carriera intera. Seppure l’immagine di Arlecchino è concretizzazione recondita del riso diabolico, opposizione al compìto temperamento cattolico della moderazione controriformistica, l’ossimoro concettuale trova carattere nella  maschera come annullamento della fisionomia organica. Questa stessa morte dell’individualità del viso si tramuta in risurrezione di un profilo universale che rivela nel corpo la significazione di un linguaggio che appartiene a tutti.

Foto di Diego Ciminaghi

Nella proposizione di uno spettacolo che ha conosciuto migliaia di repliche, ha riempito le serate di milioni di spettatori nell’arco di oltre mezzo secolo di attraversamento dei palcoscenici del mondo,  quasi nulla si perde dell’impianto originario, sia per quanto concerne le intenzioni, che per ciò che ha a che vedere con la realizzazione. La padronanza, la presenza attoriale sono riconoscibili nei protagonisti con una certa omogeneità, imprescindibile peraltro dal contatto del presente con la storia. Le candele alla ribalta sono ancora lì a significare la continuità con ciò che nella stasi muta fino a farsi mito, pronte ad essere accese e spente ad ogni atto. I lazzi, le trovate, l’assetto intero restano pressoché invariati, portatori responsabili della restituzione di un’ idea di teatro che parla ancora nella zona di confine tra ieri ed oggi. Una visione forse  pronta a dire che il teatro ha la consistenza del qui ed ora, l’alito della presenza condivisa perché conserva la sapienza di ciò che era prima. D’altro canto se l’attimo sfugge all’uomo come un respiro del passato, l’arte porta alla coscienza la sua occasione di farsi anima che si rinnova e si protrae.

Marianna Masselli

In scena fino al 16 dicembre 2012
Teatro Argentina [cartellone] Roma

Arlecchino servitore di due padroni
di Carlo Goldoni
regia Giorgio Strehler
messa in scena da Ferruccio Soleri
con Ferruccio Soleri
e con Enrico Bonavera, Giorgio Bongiovanni, Francesco Cordella, Leonardo De Colle, Alessandra Gigli, Stefano Guizzi, Pia Lanciotti, Tommaso Minniti, Katia Mirabella, Fabrizio Martorelli, Stefano Onofri, Annamaria Rossano (nei giorni 6,7, 13 e 16 dicembre Ferruccio Soleri sarà sostituito nel ruolo di Arlecchino da Enrico Bonavera)

suonatori Leonardo Cipiani, Francesco Mazzoleni, Elisabetta Pasquinelli, Emanuele Piccinini, Celio Regoli

scene Ezio Frigerio
costumi Franca Squarciapino
luci Gerardo Modica
musiche Fiorenzo Carpi
movimenti mimici Marise Flach
scenografa collaboratrice Leila Fteita
maschere Amleto e Donato Sartori
con la collaborazione di Stefano de Luca

Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

durata
3 ore con due intervalli