Sulla necessità del rito. La seconda Neanderthal di Claudia Castellucci

Foto Andrea Macchia / Festival delle Colline Torinesi

Presentato all’interno del “Le vie del festival” presso il Teatro Vascello, La seconda Neanderthal, ultimo lavoro di Claudia Castellucci e della sua compagnia Mòra, prende le mosse dal Sacre du Printemps. Tuttavia, sebbene la  coreografia riprenda minuziosamente l’originale ritmo stravinskijano, la riscrittura musicale affidata al compositore Scott Gibbons risulta molto diversa. Dopo un accenno alla riconoscibile melodia introduttiva del fagotto,  le sonorità spaziano dall’elettronica alla riproduzione di cinguettii, da eco orientali a rumorizzazioni d’ambiente sospese ed estraniate. Ciò che rimane anche in questo caso è il ritmo, ripreso dal compositore americano non direttamente – per quanto in certi momenti sia possibile riconoscere frammenti musicali più o meno distorti – ma a partire dall’osservazione della partitura coreutica scritta movimento su movimento, metronimicamente direbbe qualcuno,  in accordo all’evoluzione sonora  dell’opera russa.

Lungi da una rappresentazione didascalica di ominidi e caverne, i quattro danzatori presenti sulla scena indossano ampi abiti blu notte, con in testa un disco del medesimo colore che verrà poi abbandonato – senza che se ne possa trovare una spiegazione – a circa metà rappresentazione; al centro della scena a terra la sagoma stilizzata – anch’essa blu – di una tavolozza da pittore, mentre sul fondale una quinta ovale bianca.  A un tale formalismo visivo risponde non solo l’impianto scenografico, ma tutta l’impostazione generale, dalla fissità dei volti alla preferenza di geometrie definite – circolari o quadrangolari nei percorsi – nei gesti volutamente ieratici, alternando a passi classici, in elevazione o estensione, momenti di contatto con la terra, sottolineati dal costante tappeto musicale.

Foto Andrea Macchia / Festival delle Colline Torinesi

Anche per quel che riguarda la trama, o per meglio dire il tema de La seconda Neanderthal, non si può non tenere in considerazione il Sacre. In entrambe le opere sono centrali il rito di passaggio da un’era ad un’altra, le scelte e soprattutto le rinunce che esso comporta. Ed è questa la domanda che, nell’unica parentesi parlata, viene posta al primo personaggio sulla scena nel momento in cui sta per abbandonare il bastone che tiene in mano; una voce registrata salutandolo lo identifica come artista per poi schernirlo ripetutamente con l’accusatorio “Rinuncia? Rinuncia, signor pittore, rinuncia?” I Neanderthal rinunciarono alla loro sopravvivenza. L’eletta del Sacre sacrifica sé stessa  in cambio della prosperità del suo gruppo. Ma a cosa rinunciamo oggi noi? E a cosa rinuncia l’arte? Queste le domande a cui non vuol certo rispondere la danza di Mòra, ma da cui prende spunto per sviluppare la propria ricerca sul ritmo e su una forma visivamente definita. Parallelamente al suo lavoro con la Socìetas Raffaello Sanzio di cui è cofondatrice, la Castellucci ha portato avanti tale ricerca sia con la scuola di movimento ritmico (la Stoa, conclusasi nel 2008) sia con la fondazione della sua compagnia di ballo.  Nel caso di questa seconda produzione, così come nella precedente Homo Turbae, il concentrarsi sulla ritmicità della scena, sia essa visiva, gestuale o sonora è messo in luce dalla scelta di collaborare con danzatori che abbiano una formazione classica, sebbene la resa finale non testimoni appieno la perfezione e la pulizia tecnica di cui dovrebbero esser latori. I quattro si muovono sulla scena secondo una partitura che si complica man mano: visualizzazione coreutica della crescente complessità ritmico-sonora  sottolineata anche dai violenti cambi di luce. Una danza che non lascia trapelare emozioni, se non quella di una sorda tensione, e forse in ultima analisi, di attesa. Risulta quasi spontaneo allora cercare di capire se,  nel gioco dell’individuazione della vittima designata, i “secondi Neanderthal” (gli eletti da sacrificare) siano tutti e quattro i personaggi o se sia soltanto uno. A un certo punto sembra che il gioco venga scoperto, che la sorte tocchi a una delle due danzatrici,  compianta e consolata dagli altri.

Foto Andrea Macchia / Festival delle Colline Torinesi

Ma nella logica dell’interscambiabilità dei ruoli, al posto della danzatrice entra nel cerchio il cosiddetto pittore, unica figura leggermente distinta,  sia nell’abbigliamento che nella danza vera e propria; iniziano gesti di offerta, tutto sembra concludersi prevedibilmente ma la danza termina prima che sia avvenuto il sacrificio. In questo fallimento del passaggio ci chiediamo se non sia più possibile la salvezza attraverso il rito, oppure se  semplicemente non sia più necessaria. La domanda rimane aperta come il finale di questo  momento di transizione, una seconda Neanderthal che nell’incompletezza, pur rimanendo tutto sommato oscura, trova la sua apertura verso il mondo.

Viviana Raciti

visto in novembre al Teatro Vascello di Roma [cartellone] Le Vie dei festival 2012 [programma]

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LA SECONDA NEANDERTHAL
Coreografia, scene e costumi Claudia Castellucci
Musica Scott Gibbons, ispirata al SAcre du Printemps di Igor Stravinski
Interpreti Gloria Dorliguzzo,Rob Fordeyn, Beatrice Mazzola, Eugenio Resta
Produzione Francesca Melis, Cosetta Nicolini
Organizzazione Valentina Bertolino, Lorenzo Mori
Produzione Riverrun – Performing Arts, Cagliari / Théâtre de la Place, Liège – Centre européen de création théâtrale et chorégraphique / Fundacja Nuova, Poznan / Hellerau – European Center for the Arts, Dresden / Festival Wiosny, Poznan / Teatr Wielki, Poznan
Con il sostegno dell’Istituto Adama Mickiewicza, Polish-German Foundation, Elevenprogramm of Palucca Hochschule für Tanz e Semperoperballett

Le Vie Dei Festival 2012 XIX edizione [leggi altri articoli]