Refuse the Hour. William Kentridge e l’opera totalizzante

foto di John Hodgkiss

«Opera da camera», così viene definito Refuse the Hour, nuovo spettacolo di William Kentridge in prima nazionale a Romaeuropa Festival 2012. Come accade ad altri suoi omologhi, per un maestro della scena avanti negli anni come l’artista sudafricano pare urgente inserire nelle più recenti produzioni lo spiegamento di tutte le forze che hanno dato forma a una gloriosa carriera. Allora musica dal vivo, lirica, animazione, video estemporaneo, teatro puro, narrazione e danza convivono sullo stesso palco in un’ora e mezza di sarabanda ricchissima di ispirazione, ma anche di portafogli. D’altronde Kentridge è sempre stato un virtuoso dell’eclettismo ed era naturale che il suo percorso avanzasse verso un sincretismo estremo.

È proprio lui, stavolta, a salire sul palco: da un leggio che tanto somiglia a un pulpito di chiesa e concedendosi generose passeggiate alla maniera socratica in proscenio, legge e racconta una lunga elucubrazione tra filosofia, epistemologia e psicologia, composta a partire dalla consulenza con lo storico della scienza Peter Galison. Il tema è quello del tempo, attaccato dalle più fantasiose angolazioni e usando tutte le possibili armi argomentative e semiotiche. Mescolando teorie scientifiche e fantascientifiche con brani di storia personale, ricordi d’infanzia e guizzi d’invenzione dialettica, Kentridge rovescia sul palco una confusa collezione di segni, dalla danza, liberatoria e didascalica, della sudafricana Dada Masilo al canto lirico, da strumenti musicali modificati a ordigni meccanici e sonori di sua stessa invenzione, fino a multivisioni e video live grazie a cui i pensieri prendono forma sul fondale.

Una produzione mastodontica si mette a servizio di questo conato di teatro totale che, nonostante l’impressionante carica performativa e l’adorabile incontrarsi di linguaggi, non riesce del tutto a restituire un’idea convincente. A tenere in vita l’esperimento è senza dubbio l’evidente carattere ludico, la gioia genuina con cui forme, macchinerie e stimolazioni visive e uditive prendono posto, conquistano spazio e lo distruggono, eludono ogni ordine ed esplodono nella tenera e un po’ bambinesca negazione del tempo come concetto finito.
Tra macchinari leonardeschi fatti di ruote, carrucole e tiranti, al suono di una batteria di tamburi e piatti appesa al soffitto e suonata da bacchette meccaniche, l’organizzazione non organizzata dello spazio, la struttura complessa ma tutto sommato rudimentale nei passaggi, i momenti di astrazione speculativa che tendono trappole al ritmo forsennato e sfacciato, la pittura visiva rigorosamente digitale che mescola – quasi scambia – il nuovo con l’antico, la dirompente potenza scenica dei performer, la stimolazione visiva e uditiva quasi maleducata, tutto si fa efficace nel rappresentare dall’interno il pittoresco disordine mentale della creatività.

foto di Christophe Raynaud De Lage

Il testo, “detto” da Kentridge in un inglese piano e radiofonico, detiene in sé parte dello studio sonoro di questa “opera da camera”; nei termini scelti e nelle pause riposano infatti mille piccoli spunti di riflessione che purtroppo sfuggono a chi debba affidarsi ai sopratitoli: giochi linguistico-semantici calcano l’accentazione delle frasi e l’associazione involontaria delle immagini, andando a ragionare sulla reversibilità dei concetti oltre che degli schemi cronologici. Il tempo come dimensione liquida e come ordine programmato e impossibile da negare, una parabola narrata con mezzi spettacolari e con un piglio mai pretenzioso. Eppure forse proprio in questa vena semiseria che non assume posizioni serie, in quel rigurgito quasi dadaista, che salva in parte lo spettatore dalla noia, risiede la responsabilità di aver creato qualcosa di effimero.

Lasciando la sala dell’Argentina, il pensiero corre veloce all’Einstein on the Beach di Robert Wilson e Philip Glass, mastodonte della ricerca che, seppur pagando qualche tassa di anacronismo, era tornato sui palchi lo scorso aprile dopo quarant’anni per insegnarci che cosa volesse dire – allora e ora – non avere timore di far detonare una creatività. Anche quel ragionamento partiva dal tempo, comunque da una spinta epistemologica a una serie di concetti, ma lì le posizioni estreme assunte dall’intera macchina scenica (tra musica classica contemporanea articolata su estenuanti ripetizioni di note, pittura recitativa immacolata e innaturale e cinque ore ininterrotte di performance) creavano per lo spettatore uno scivolo di percezione talmente ripido da far perdere i sensi a metà della corsa. E in quel glaciale e severo statuto di alienazione implodeva e insieme esplodeva l’evidenza dei concetti.

Se in Woyzeck on the Highveld, presentato a Romaeuropa 2009, la collaborazione di Kentridge con la Handspring Puppet Company dava alla lama della politica (lo sfondo dell’apartheid) un filo drammaturgico e anche visuale, qui non è sufficiente vestire i performer con riferimenti grafici a Rodchenko ed Ess Lissitzky per imporre un ragionamento sulla massa. Refuse the Hour tiene il fuoco sul discorso intellettuale più intimo e non riesce a imprimere al fiero disordine una spinta poetica tale da tramutare la semi-serietà in ironia, vero scarto che permetterebbe al mezzo teatrale di farsi nervo filosofico.

Sergio Lo Gatto

Leggi tutti gli articoli sul Romaeuropa Festival 2012

REFUSE THE HOUR
visto al Teatro Argentina
il 16 novembre 2012
per Romaeuropa Festival 2012/Metamondi Telecom  [programma]

musica William Kentridge, Philip Miller
coreografia Dada Masilo
ideazione e video editing Catherine Meyburgh
drammaturgia Peter Galison
stage design Sabine Theunissen
movement direction Luc de Wit
costumi Greta Goiris
machine design Christoff Wolmarans, Louis Olivier, Jonas Lundquist
luci Urs Schoenebaum
direzione musicale e orchestrazione Adam Howard

Performes: William Kentridge, Dada Masilo danzatrice, Donatienne Michel-Dansac soprano, Ann Masina vocalist, Joanna Dudley vocalist Bahm Ntabeni attore e cantante, Thato Motlhaolwa attore, Adam Howard direttore musicale, tromba e flicorno, Philip Miller harmonium, Tlale Makhene percussioni,Waldo Alexander violino, Dan Selsick trombone,
Vincenzo Pasquariello pianoforte, Thobeka Thukane tuba

Produzione:
Caroline Naphegyi, Olivia Sautereau coordinamento, John Carroll produzione tecnica, Charles Picard assistente tecnico, Gavan Eckhart ingegnere del suono, John Torres assistente al disegno luci, Kim Gunning video manipulator and operatore luci, Boris Theunissen assistant video manipulator, Snezana Marovic assistente al video editing
Co-prodotto da: Holland Festival, Festival d’Avignon, Romaeuropa Festival, Teatro di Roma, Onassis Cultural Center
Con il supporto di: from Marian Goodman Gallery (New York and Paris), Lia Rumma Gallery (Naples and Milan)
the Goodman Gallery (Johannesburg e Cape Town) and Goethe Institut (South Africa)

nell’ambito di Metamondi di Telecom Italia
con il patrocinio dell’Ambasciata del Sudafrica in Italia