L’underground parigina. Soirées Nomades alla Fondation Cartier

Son des Mots – foto di Olivier Ouadah

Al numero 261 di Boulevard Raspail, sul prolungamento della famoso Quartier Latin di Parigi, ai margini di quella Saint Germain mitica, luogo di ritrovo dell’intellighenzia esistenzialista che rese celebri la zona e la città, si erge maestoso uno dei non rari esempi di mecenatismo del mondo della moda a favore dell’arte contemporanea della capitale francese: la Fondation Cartier.
L’edificio, che grazie alla trasparenza e alla luminosità delle sue mura riflette ciò che lo contorna e lo abita, ospita uno tra i musei più in voga di Parigi e, all’insegna della tendenza che vede sempre più frequentemente le arti figurative mescolarsi allo spettacolo, a cadenza mensile la apre le porte alle discipline della scena, ospitando le rinomate Soirées Nomades.

Esclusive, chic, underground, pointue (ricercate), ibride, ma soprattutto performative, queste serate, curate ogni mese da esponenti diversi del panorama artistico contemporaneo, sono la rara occasione per venire a contatto con le espressioni non main-stream della live art internazionale. I nomi piccoli e grandi, non giovanissimi ma “di nicchia”, che in questa città molto aperta al contemporaneo fanno comunque fatica ad avere spazio, trovano nelle belle sale del museo accoglienza e pubblico in abbondanza, dimostrazione del fatto che ciò che in Italia generalmente siamo abituati a cercare e trovare in squat di periferia o d’alto bordo, nella raffinata ed elegante Parigi conserva un proprio territorio all’interno di un museo privato. Naturalmente anche il pubblico è diverso da quello dei nostri Angelo Mai o Argot: prenotazione o invito obbligatori, età media più alta, e proposta artistica intellettuale. Si ride, ma alla maniera dei philosophe.

foto di Olivier Ouadah

Lunedì 19 Novembre il menu prevede una programmazione tripartita dal titolo Le son des mots (Il suono della parole): un concerto per piano, un pezzo coreografico, un’opera video e alcune letture di intermezzo, per un evento di circa due ore. Sébastien Grosset e Philippe Ehninger in Le Centre du Monde portano in scena una partitura per piano muto. Il pianista scandisce sui tasti il ritmo di un racconto che si dirige verso il centro del mondo: la piazza del mercato di Ouagadougou (amena capitale del Burkina Faso). Seguiamo con l’oratore il tragitto verso il supposto ombelico del mondo quando, una volta giunti, la domanda più che aulica sorge meschina (e umana): e ora cosa facciamo qui? I due artisti francesi mettono a punto un dispositvo stuzzicante, un giusto mescolarsi ritmico tra voce e azione del corpo sul pianoforte che segue un bizzarro spartito, ma nulla fuoriesce dalla macchina studiata ad arte, nulla trasborda e ci tocca nel vivo, nulla esprime, né esplicitamente né sul piano dell’inintenzionale, qualcosa che possa legare la storia (personale, culturale, politica o anche solo onirica) narrata e il gesto artistico scelto per narrarla. Un’esposizione elegante che diverte alcuni, lascia indifferenti altri, ma “non c’è storia”, né in scena né dentro di noi.

L’intermezzo è un coktail offerto in giardino e le parole dell’eclettica Magali Desbazeille (artista del net, performer, scrittrice), che accompagna e guidano la serata ci invita a cambiare sala. Alla luce di una delle sale principali del museo, l’artista belga Christine de Smedt – una laurea in criminologia per poi dedicarsi alla danza con Meg Stuart, Xavier Le Roy e personaggi dello stesso calibro, co-fondatrice la compagnia Les Ballets Contemporains de la Belgique (a Inequilibrio 2011 con Alain Platel) – approda alla Fondation Cartier con la nuova compagna d’avventura la danzatrice Eszter Salamon.

foto di Olivier Ouadah

Dance #2 le vede unite in un gioco di scomposizione e ricomposizione del linguaggio del corpo danzante e di quello del senso comune. Nella prima parte, listening & mouthing le due performer si rivolgono gorgheggi, articolano parole che fluiscono l’una nell’altra, accomunate dal suono delle sillabe che le compongono più che dal senso delle parole pronunciate. L’accostamento non casuale delle parole, ma fondato ancora una volta sul significante più che sul significato, sortisce spesso un effetto ironico e affascinante (scelto o accaduto), mentre la danza si concentra nell’articolazione delle azioni facciali e della bocche che si contraggono. Un canto di grazia e ironia inizia a costruirsi e poi esplode nella seconda parte, words & gestures, in cui le due donne, dagli opposti estremi del quadrato scenico, inventano un nuovo vocabolario del corpo, attraverso cui costruiscono frasi semplici per esprimere pensieri sempre più complessi.

A ogni parola e sillaba corrisponde un movimento composto, fuori da qualsiasi schema simbolico o metaforico. Un linguaggio “decolonizzato”, completamente arbitrario, attraverso cui le due artiste riconoscono con ironia il legame semplice tra l’assetto capitalista, la merce, il denaro, la nevrosi, alla ricerca del luogo piccolo dove risiedano i bisogni reali. Questa assurda e piena di grazia lingua dei segni, questo linguaggio dal codice che sfugge al controllo, renderebbe di certo felice il caro Artaud.
È stato proprio il lavoro sulla grazia a legare l’artista belga alla nostrana Cristina Rizzo, in una delle tappe di Looove, progetto che la danzatrice toscana porta avanti dal 2011. In entrambi i lavori è riconoscibile infatti una grazia che è, citando Raymond Bayer in L’Estétique de la Grâce (1933), «attitudine, politica del corpo, economia della bellezza in presa diretta con la realtà». Vedere come tutto torna.

foto di Olivier Ouadah

Riflessioni di linguistica, esperimenti da cui emerge la materialità della voce, il corpo che questa veicola, il senso del significante al di là e prima del significato, e poi ancora l’esperienza sensoriale come linguaggio del pensiero prima della parola; la riflessione teorica, una certa urgenza politica che si intreccia esplicitamente, e in alcuni casi freddamente alla pratica artistica nelle espressioni dei protagonisti di questa soirée nomade. Il nuovo e la ricerca si installano nei palazzi dei grandi mecenati, l’arte è ancora una volta veicolo di riconoscimento per un settore della società medio-borghese – non che in questo ci sia nulla di male.
Tendenze simili ad altre capitali europee, che si adattano alle pratiche e alle caratteristiche culturali di una società le cui peculiarità affondano le radici in una storia stratificata e imponente.
E nelle prossime puntate ci ritroveremo ancora in giro alla ricerca della scena underground parigina – apparentemente difficile da scovare – per capire, attraverso le differenze, il nostro mondo, quello piccolo in cui siamo nati, la nostra terra e la nostra lingua, e quello sempre più grande in cui ci ritroviamo a vivere.

Chiara Pirri

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