La Democrazia magica di Franco Cordelli

L'edizione Fandango (2012)

«Comunque si metta, la storia del romanzo è la storia di forme rifiutate o modificate, attraverso parodie o proclami o disprezzi, perché assurde. Mai come per il romanzo ci possiamo rendere conto del dissidio che c’è fra delle forme ereditate e la nostra propria realtà». Così recita un passaggio di un illuminante libro di studi sulla teoria del romanzo, Il senso della fine di Frank Kermode, cercando di definire l’evoluzione (e la deriva) che la forma romanzo ha attraversato lungo la sua storia. Della stessa si occupa uno di quei libri capaci di introdurre i tempi rappresentandoli e presentendo i successivi, un libro uscito nel 1997 (per Einaudi) e ristampato nel 2012 (da Fandango), forse più ora capace di definire l’esatta luce fra i due pilastri di un arco che tiene insieme le tre figure autoriali in discussione: il narratore, il romanziere, lo scrittore: La democrazia magica di Franco Cordelli, critico teatrale di professione, scrittore di vocazione.

Nella raccolta di saggi, Kermode si propone di rintracciare la relazione artistica fra kairós (la durata, la sezione narrata) e chrónos (il Tempo e – dunque – la realtà universale), il romanzo è dunque il genere principale che nonostante la sua dichiarata imperfezione, la sua fallacia, anzi con ogni probabilità proprio per questo, più di tutti rappresenta in esso la relazione tra l’uomo e il mondo. Cordelli, che certo non ignora Kermode, rinnova questo processo che tiene insieme il disprezzo e la dedizione alla stessa forma, dichiarandola fallimentare esempio di rappresentazione contemporanea, ma ad essa restituendo per purezza di contraddizione lo status di unica forma possibile.

Franco Cordelli

Come già intuiva Giovanni Raboni in una recensione (co-firmata da Paolo Di Stefano) sul Corriere della Sera del 18 gennaio 1997, lo spirito di contraddizione fa di Cordelli un interprete puntuale nell’epoca del romanzesco discutibile, nell’epoca cioè in cui la «dittatura del romanzo» può lasciare spazio per difetto a questa sorta di democrazia delle forme letterarie. Lo stesso titolo prende il calco da una fortunata espressione di Vladimir Nabokov al proposito di Casa desolata di Charles Dickens: «Il mondo di un grande scrittore è fatto di una democrazia magica, dove anche certi personaggi assolutamente secondari […], hanno il diritto di vivere e generare»; da Nabokov Cordelli assume la dichiarazione, applicando il concetto espresso per personaggi di romanzo al romanzo come personaggio che, tra gli altri personaggi e dunque le altre forme, possa concedere una rivendicazione di pari opportunità in grado di rappresentare meglio la nuova epoca in trasformazione (dunque, artistica).

Cordelli indaga nelle sue pagine una distinzione fra narratore, romanziere e scrittore, decretando per quest’ultimo una certa inclinazione perché il suo spirito è quello che trasforma anche il romanziere, quando cioè esso scrivendo «lascia dietro di sé le tracce di un’esperienza esistenziale» nell’opera che compone; se il narratore è una figura antica di cui si rintracciano maggiormente gli stilemi nella trasmissione orale, scrittore e romanziere sono l’uno innesco e complemento dell’altro, la loro interrelazione si concretizza in segno positivo quando lo scrittore è del romanziere come un doppio, «la sua buona coscienza».
Un esempio lampante e fondativo che attraversa la serie di sedici saggi scritti in tempi diversi viene per paradosso non già dai tanti – forse troppi – romanzi citati, ma da una scrittura quasi involontaria, quella sceneggiata da Paul Auster per il film Smoke, diretto da Wayne Wang. In questa pellicola di culto degli anni novanta William Hurt è un romaziere alla ricerca di un’idea non trovata, un’idea che rivendichi il primato della forma di cui dispone (il romanzo, appunto) e che invece non sa dall’interno vivificare; l’amico Harvey Keitel – fotografo e quindi scrittore secondo Cordelli – che ogni giorno osserva e ritrae lo stesso angolo, gli giunge in aiuto suscitando spunti di visione che narrano storie, come fosse lo stimolo per lo scrittore interno al romanziere, che di per sé stesso sarebbe portatore di una forma piatta e priva di prospettiva.

L’edizione Einaudi (1997)

Lo stile di Cordelli, fatto di tante domande conoscitive, si nutre di un denso e appassionato flusso critico, recuperando così su di sé certi accenti del suo maestro Giacomo Debenedetti – ricordato in un bellissimo passaggio quasi autobiografico che conclude il libro – saggista che «quando parla è uno scrittore», critico che proprio a Il romanzo del Novecento dedicò forse le pagine più belle della sua attività. Da questo stile nasce un libro che è una scrittura di scritture, che si arricchisce – e volutamente – di tanti rimandi a certi libri noti o meno noti che hanno segnato il Cordelli lettore, attraverso una sorta di atlante intellettuale verticalmente vissuto ma percepito in un tempo che diremmo orizzontale: ogni libro letto in passato è qui, aperto, a noi di fronte. Ecco allora che la sua scrittura si fa paradigma, nel bene o nel male: frammentata, omissiva, dispersa, ma lo stesso appassionata e vitale; ha la sua critica la stessa venatura scintillante che chiede ai romanzi per durare e scriversi non per oggi ma per domani. Si ama o si odia la sua posizione e più ancora la sua contraddizione forte di spirito, apprezzando meglio quando il ragionamento che passa attraverso il sé pensante da esso si libera e rischiara paesaggi con l’efficacia del disegno, apprezzando meno invece i punti in cui il moto della riflessione inciampa e si disperde tra i fumi dell’io, che ne confondono gli obiettivi e le prospettive.

In un recente articolo apparso su Repubblica il 18 agosto 2012, Nicola Lagioia riflette sulla forma romanzo e sul racconto moderno – recuperando il tema del romanzo breve proposto da Giulio Ferroni in Scritture a perdere – che il dibattito internazionale definisce più incline ai nostri tempi; Cordelli, pur interrogandosi, in questo libro sembra non scegliere pensando lo scrittore e non la scrittura determinante alla capacità di raccontare il presente.
In ultimo, ancora in Kermode scopriamo che «la storia del romanzo è una storia di anti-romanzi» e lo stesso Cordelli facilmente potrebbe sottoscrivere, ma in lui questa dichiarazione non si connota più con uno spirito di irriducibile avanguardia come forse fu un tempo, bensì nella condanna apparente che vede in ogni anti-romanzo un romanzo – o romanzo involontario si direbbe – sembra lasciare in conclusione la rinnovata fiducia nella letteratura di domani, quella che resti e superi i confini del tempo e che gli permetta di dichiarare ancora il romanzo, ora e sempre, «una scelta in favore del mondo».

Simone Nebbia

Articolo pubblicato sul numero di Ottobre 2012 dei Quaderni del Teatro di Roma