Il grande Inquisitore, una leggenda contemporanea

Foto di Tommaso Le Pera

Nella grande letteratura che si distingue nella forma romanzo c’è una tendenza ricorrente che certifica la misura di tale rilevanza: molto spesso l’opera è concepita come un corpo unico di strutture mobili che abbiano da sé stesse autonomia di esistenza, come cellule di pensiero compiute in una forma che sia possibile estrapolare e considerare – per densità di linguaggio e di contenuti – anche al di fuori dell’opera di appartenenza. Questa caratteristica è oggi decisamente inattuale per la scelta di cedere ad un’architettura monocorde, asservita all’occhio cinematografico che di realtà si consoli, il predominio compositivo e che dunque rende l’opera incapace di tener celati in sé stessa elementi di riflessione filosofica. Ma, ponendosi nel passato letterario, si manifesta con una qualità trasversale e riconducibile a poetiche ed esperienze artistiche molto diverse: è di Proust come di Joyce, di Dante come di Omero. E non c’è alcun dubbio che sia anche di Fëdor Dostoevskij, autore de I fratelli Karamàzov, cui tanto teatro anche illustrissimo ha spesso rubato quel racconto interno di un romanzo mai scritto che è La leggenda del grande Inquisitore, titolo portato in scena da Pietro Babina che vi dirige Umberto Orsini e Leonardo Capuano.

La Leggenda è un capitolo del libro, in cui Ivàn Karamàzov spiega al fratello Aleksej la trama di una sua idea di racconto: nella Spagna della Santa Inquisizione Cristo fa ritorno sulla Terra e di nuovo divide seguaci e detrattori: acclamato come Salvatore e perseguitato dal Grande Inquisitore che gli rimprovera la discordia e la generosità con cui ha concesso la libertà, ingiusta nel governo dei popoli che non sanno esercitarla, finendo per trasformarla in un sistema di regime coercitivo, l’unico in grado di governare. Come se l’intima essenza della libertà, la sua urgenza, fosse percepibile esclusivamente in un potere che la impedisce e paradossalmente più di tutti ne gode. Lui sì, esercitandola.

Foto di Tommaso Le Pera

Il Cristo tornato sui suoi passi intercetta un momento storico in cui l’umanità ha messo in piedi un sistema autodistruttivo fondato sul sospetto e l’eliminazione della dialettica. Quindi, mancante di Fede e Libertà. Sono queste infatti le parole sospese nello spazio di questo spettacolo, in una scena fintamente regolare che sfrutta ogni lato del palco per la base e l’altezza, costruendo una grande scatola rettangolare in cui soltanto sono un tavolo al centro e uno specchio d’angolo, ma differendo per il soffitto obliquo che si staglia verso l’alto come una rottura – ma per estensione – di quella regolarità geometrica. Ecco allora chiaro l’intento di Pietro Babina, regista che con Teatrino Clandestino ha rappresentato dagli anni Novanta una sperimentazione profonda in termini di linguaggio in un’estetica contemporanea, desideroso di sviluppare l’urgenza di oggi che un testo simile indubbiamente si porta con sé. Lo fa scegliendo due modi apparentemente antitetici: in primo luogo un ambiente cupo fatto di luci fredde, a volte intermittenti e ipnotici disturbi sonori in cui il dialogo fra i due attori, che arriva forzatamente dopo molto silenzio, si possa articolare generando una forte tensione; in secondo luogo la forza monologante di un attore d’esperienza come Umberto Orsini, che si misura nella seconda parte dello spettacolo con la forma “conferenza” e cattura il pubblico accentrando l’attenzione. Questa scelta, sia pur progettualmente intrigante, tuttavia non paga in termini di costruzione, perché resta congelata in una estetizzazione dello spazio (e dell’idea) che mette in mostra elementi sperimentali senza tuttavia farne un uso produttivo, componendo una struttura ancora cervellotica e lasciando così lo spettacolo a galleggiare in superficie.

Simone Nebbia

In scena fino al 9 dicembre 2012
Teatro Piccolo Eliseo Patroni Griffi [cartellone] Roma

LA LEGGENDA DEL GRANDE INQUISITORE
da I Fratelli Karamazov
di Fëdor Michajlovič Dostoevskij
con Umberto Orsini e Leonardo Capuano
regia Pietro Babina