Disgrace. I fiori del male di Coetzee e Mundruczó

foto di Behrouz Mehri

Il Disgrace dell’ungherese Kornél Mundruczó fa male, malissimo. Colpisce in faccia fin dal primo minuto. Eppure, grazie a una strana alchimia che è solo dei grandi artisti, è un’operazione di sorprendente delicatezza. In questo apparente paradosso stanno la forza di un linguaggio e la sfrenata energia di una narrazione, entrambi derivati direttamente dall’omonimo testo letterario del premio Nobel sudafricano 2003 J.M. Coetzee che allo spettacolo dà origine.

La storia dell’insegnante di letteratura inglese David Lurie e della sua malata e insopprimibile passione per una studentessa ha poco o niente a che fare con le torbide e pure patinate atmosfere disegnate dal Nobokov di Lolita. Il Sudafrica che fa da sfondo alla vicenda ne diventa anche ingombrante personaggio, una patria di nessuno da poco liberata dall’orrore umano dell’apartheid e tuttavia assolutamente impreparata a emanciparsene. Reo confesso di quel peccato carnale che è anche peccato sociale, David decide di raggiungere la figlia Lucy, che in una località sperduta nella campagna conduce una piccola azienda agricola. La vergogna (da qui il titolo) di David non riuscirà a trovare pace perché in fondo manca una sincera ammissione di colpa: il fatto di presentarsi in tribunale ammettendo la propria debolezza non coincide con il passo morale che avvia alla redenzione. Tutt’altro. Fa bene Emanuele Trevi, nel denso e rivelatore foglio di sala, a parlare di «fantasmi trattenuti nella parola scritta»: uno di questi è proprio l’inquietante senso di colpe che non solo si trasmettono di generazione in generazione, di popolo in popolo, ma che tormentano uno spazio e un tempo come farebbero gli spettri. Quasi che la lettura psicologica di Ibsen nell’omonimo dramma famigliare esplodesse, qui, in un ritratto terreo e impietoso della resistenza umana a una totale moralità.

foto di Behrouz Mehri

Per affermare la propria presenza in un luogo e in un tempo che la rifiutano, Lucy è disposta a tutto, addirittura a non denunciare un agghiacciante stupro di gruppo subito, di cui sono autori ben noti individui del quartiere, neri che non hanno bisogno di coprirsi la faccia perché nel loro gesto fiammeggia una vendetta in qualche modo autorizzata. Nel romanzo di Coetzee questo stupro rappresenta, sostiene ancora Trevi, «la pietra di volta, l’apice drammatico, il perno del racconto». Nella messinscena di Mundruczó diventa il quadro d’apertura, che inchioda alla sedia chi non avesse letto romanzo o foglio di sala e gli disegna in volto una smorfia irripetibile (basta voltarsi a guardare la platea per farsene un’idea). Eppure, via via che il racconto si snoda, a essere insopportabile non è tanto la violenza, ma quello che c’è sotto, quella disperata impossibilità di salvezza che rende irreparabili certi solchi nella Storia. Per rendere possibile questo cortocircuito delle coscienze, Mundruczó appone il proprio sigillo stilistico creando uno spettacolo dal ritmo impeccabile e che non punta mai a una totale immedesimazione né degli attori nei personaggi né del pubblico nella vicenda, ma piuttosto distanzia con grande pazienza (e a volte con eccessiva didascalia) la traccia drammaturgica dall’interpretazione, facendo esplodere una lettura crudele, senza filtri eppure perfettamente a proprio agio con il mezzo teatrale, di cui padroneggia ogni ingranaggio. Allora il lavoro della dramaturg Viktória Petráni costruisce una narrazione multistrato che ha il piglio e l’inesorabilità delle sinapsi cerebrali, viaggia a grande velocità portando lo spettatore avanti e indietro nella cronologia dei fatti, dentro e fuori dall’io narrante e si adagia sulla sorprendente scenografia disegnata da Márton Ágh, scrupolosa nei dettagli e perfettamente modulare.

foto di Behrouz Mehri

Quella di Mundruczó è innanzitutto una reazione ai segni e agli squarci che albergano tra le pagine del romanzo di Coetzee, ingeriti come si ingeriscono e respirano i batteri e poi sputati via in una tosse convulsa che getta in scena una parafrasi totalmente personale, liberando – come suo solito – la creatività nell’uso del video e ancor di più dell’audio: la scena è disseminata di microfoni che amplificano respiri e rumori e gli attori, un gruppo di performer di sommo livello, vi si muovono all’interno abbandonandosi, qua e là, a lunghi brani suonati e cantati dal vivo.
Per quanto potesse essere smussata dal taglio di qualche finale di troppo (tendenza comune in certo teatro est-europeo), la durata dello spettacolo è sostenuta da un grande lavoro non solo tecnico ma anche concettuale. I cani addestrati ad azzannare i neri e ora destinati a una rapida estinzione per eutanasia si fanno metafora della negata speranza di un cambiamento, quasi di una stupidità endemica del DNA umano: gli umani si trasformeranno in cani, mai il contrario. C’è poi l’emblema delle radici impossibili da piantare davvero, che rivive nella soluzione scenografica dei pallet, i bancali di legno che compongono un pavimento posticcio. Così in pochi e precisi passaggi un interno torna a essere esterno, torna quella terra bruna profumata e pure finta, la cui natura di aperta e sfacciata rappresentazione gli attori non perdono occasione di sottolineare. Allora i fiori che Lucy e David continuano a piantare sono fiori già morti, puntati in una terra che le radici se le è viste strappare per sempre.

Sergio Lo Gatto

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DISGRACE

regia Kornél Mundruczó
musiche Janos Szemenyei
drammaturgia Viktória Petráni
Attori: Annamaria Lang/Orsi Tóth, Lili Monori, Kata Weber, Gergely Banki, János Derzsi, Laszlo Katona, Roland Raba, Janos Szemenyi, B.Miklos Szekely, Sandor Zsoter
disegno scene e costumi Marton Agh
Produced by: Proton Cinema+Theatre
Coproduzione Wiener Festwochen, Festival d’Avignon, KunstenfestivalDesArts,Trafó House of Contemporary Arts, Malta Festival, Hebbel am Ufer, Romaeuropa Festival