Tempo / Verità. Storia di Bill T. Jones

Story / Time – foto Paul B. Goode

Per andare avanti bisogna fare i conti col proprio passato, specialmente se si hanno alle spalle trent’anni di lunga e variegata carriera. Così la Bill T. Jones / Arnie Zane Dance Company decide di offrire al pubblico del Romaeuropa Festival 2012 un ampio sguardo sul proprio processo creativo, confrontando tre opere del suo vastissimo repertorio − Spent Days Out Yonder (2000), Continuous Replay (1977, rivisitato poi nel ’91) e D-Man in the Waters (1989, rivisitato poi nel ’98) presentati sotto il titolo 30th Anniversary Program il 12 e 13 ottobre presso l’Auditorium Conciliazione e, durante la serata successiva,  il suo ultimo lavoro in prima europea al Teatro Eliseo, Story / Time (2012).

Presentare lavori del proprio repertorio ultimamente è per parecchie compagnie esigenza comune, intesa come volontà di far parte della Storia  non tanto come sequela di episodi conclusi in se stessi, quanto come l’esplicita costituzione di una “nuova tradizione” che non cessa di esplorarsi e perpetuarsi. In questo caso non si tratta però della semplice giustapposizione di nuove produzioni a opere già andate in scena; la celebrazione delle magnifiche performance  del passato, appartenenti a momenti diversi della carriera del coreografo, acquisisce oggi nuova consapevolezza rapportata a quello che lui stesso ha definito un esperimento fondamentale a questo punto della carriera.
Story / Time  è un lavoro di messa in crisi, dove l’intento è scoprire tra le righe qualcosa di vero, smascherando i propri schemi, denudando i propri attori, perfino il palco, con tanto di ballatoi e scale di servizio a vista; portando una scena spoglia composta solo di un tavolo, due quinte mobili velate e un divano, che segneranno con la loro presenza o assenza lo spazio.

Story / Time – foto Paul B. Goode

Prendendo spunto dall’opera di John Cage Indeterminacy del 1959, Jones prepara per i suoi danzatori centoquaranta coreografie costruite sulla base di altrettanti suoi racconti, di un minuto ciascuno, che egli stesso si occupa di leggere sul palco. Dal soffitto scende un orologio pronto a sottolineare il rispetto delle regole scelte, a terra una griglia. Tuttavia ad andare in scena ogni sera è uno spettacolo diverso, poiché di tutte queste possibilità solo settanta vengono presentate secondo un ordine che cambia a ogni replica, scelto casualmente attraverso un computer. Scoprendo la nuova “scaletta” ogni giorno il regista-narratore e i suoi danzatori scelgono volontariamente di sfidare la smania di controllo e di sicurezza, accettando che un programma decida quali brani portare in scena e sotto quale ordine, anche quando queste scelte non sono condivise − è stato il caso della replica romana.
Ciò che interessa di più in un’operazione di questo tipo è l’osservazione dei punti di passaggio, che vedono i danzatori nel nudo delle proprie fragilità, incerti sulla riuscita dello schema proposto. Il tentativo è di cercare, di spiegare a se stessi e agli altri il senso del perché danzare; del perché farlo ancora.
Pur nella sua frammentarietà strutturale, lo spettacolo si presenta unitario, ricco di emozioni assicurate dalla complessa drammaturgia sonora fatta di suoni ritmi rumori, dall’ascolto delle storie − note autobiografiche espresse ad alta voce − e dei movimenti dei danzatori che, pur rispettando il linguaggio della modern dance, non si negano l’accesso a momenti più quotidiani. Ma tale armonia si costituisce come concetto solo nella testa dello spettatore, dove la complessa rielaborazione dei frammenti acquisisce chiarezza solo nella loro interrelazione. Nemmeno questa è una novità, eppure il rischio generale da parte della comunità teatrale di preferire uno spettacolo (o ancor peggio uno spettatore) addormentato, è sempre dietro l’angolo. È allora che la richiesta da parte dello spettatore di ascoltare – tradurre,  guardare e dare un senso a ciò che si vede – si rende non solo utile ma necessaria.

D – Man in the Waters – foto Paul B. Goode

Prima che inizi lo spettacolo entra in scena Bill T.  Jones, scusandosi della sua voce rauca: «Ieri dopo lo show ho gridato troppo». Il perché (spiegato a fine spettacolo durante l’incontro con il pubblico nell’ambito del progetto Appena Fatto in collaborazione con Rai Radio 3) è dovuto alla voglia, nonostante la grandiosità e la purezza formale degli spettacoli appena presentati, di donare al pubblico qualcosa di genuino, di vero. Un urlo atavico che rompe le righe della perfezione delle coreografie per corrispondere a un’eguale pienezza di consensi da parte del pubblico che lo ha seguito col battito delle mani.
Consapevole dei propri successi, il coreografo rivela il dubbio alla base dei pensieri che lo hanno portato a concepire Story / Time. «Perché piace D – Man in the Waters? Sospetto che qualcosa sia bello, troppo bello». E allora bisogna chiedersi che senso abbia, cosa valga la pena donare. Un grido, la perdita della voce, il senso, il controllo della propria opera. Ciò ha un prezzo, ma anche nella perdita il processo acquista evidenza e si fa testimone di ciò che non è avvenuto in scena, di qualcosa che è avvenuto prima. La perdita è testimone di un processo.
Che cosa è ancora importante per un regista? Che cosa rimane? Raccontare delle storie.

Viviana Raciti

visti il 12 ottobre 2012 presso l’Auditorium Conciliazione e il 14 ottobre 2012 presso il Teatro Eliseo

Romaeuropa Festival [vai al programma 2012]

Leggi tutti gli articoli sul Romaeuropa Festival 2012

30th Anniversary Program
PROGRAMMA
Spent Days Out Yonder (2000)
Continuous Replay (1977, revised by Bill T. Jones 1991)
D-Man in the Waters (1989, revised 1998)
con Bill T. Jones/ Arnie Zane Dance Company
musiche eseguite dal vivo dalla Roma Tre Orchestra

STORY / TIME
Ideato e diretto da Bill T. Jones
Coreografie Bill T. Jones con Janet Wong e i danzatori della compagnia
Musica Ted Coffey
testo Bill T. Jones
scene Bjorn Amelan
Disegno luci Robert Wierzel
costumi Liz Prince