L’amore è un cane blu. Il delirio organizzato di Paolo Rossi

foto di Costanza Maremmi

La nuova identità della cultura festivaliera senese si coagula nell’eterogenea proposta di Sienafestival, che ha appena concluso la prima edizione portando nell’offerta e nella composizione direttiva l’eredità di tre importanti eventi, Voci di Fonte, Contemporaneamente Barocco e TeatrInScatola. Un’unione di certo dovuta ai problemi economici cittadini ma che, se interpretata nella giusta direzione, può portare interessanti novità: per ora c’è la creazione a freddo di un nuovo soggetto, messo in bella mostra, con vestiti tutti nuovi. In questo senso un ripensamento negli anni futuri è atteso: se il nuovo nasce evidentemente dalle ceneri delle esperienze passate perché disperderne il lascito nel vento? Che si crei allora un archivio –  basterebbe online –  per raccontare a chi non ha avuto la possibilità di conoscerlo cosa è stato ad esempio Voci di fonte e l’abbinato premio alla scrittura di scena dedicato alla memoria di Lia Lapini, che per quattro anni ha reso possibili nuove produzioni.

La volontà di mettersi in relazione con la città è visibile, le scelte per quello che riguarda la sezione teatrale sono nette e condivisibili, pure nella chiusura popolare e di richiamo affidata a Paolo Rossi, voce fuori dal coro, nello stesso cartellone dove sono passati ad esempio Danio Manfredini e Daniele Timpano, alfieri della ricerca teatrale e attoriale lontani dall’intrattenimento main stream. Eppure la scelta non stona, anzi è come un grande saluto alla città, un premio e un cortocircuito che, se utilizzati a dovere, permettono un vivace contagio. Contagiosa d’altronde è la forza che il minuto comico mette a disposizione della platea del Teatro dei Rinnovati, al completo pure nei palchetti più alti. Al di là delle premesse contenute nelle note di accompagnamento dello spettacolo, la serata è un grande rito di passaggio: un momento nel quale la comunità si stringe attorno al proprio clown non solo per lasciarsi alle spalle i difficili momenti, ma anche per riflettere e guardare avanti.

foto di Costanza Maremmi

La struttura è quella classica del teatro canzone, con un ritmato alternarsi di satira politica e sociale (frecce per tutti da Berlusconi ai rottamatori del Pd, fino al momento poetico dedicato alle liriche di Sandro Bondi), colorata qua e là di surreali provocazioni: «Invadiamo la Germania, poi ci arrendiamo e ci facciamo ricostruire – ipotizza Rossi per superare la crisi – legalizziamo la criminalità organizzata, che si chiama così per differenziarsi dal Ministero della Cultura». Ma alla satira fa da contrappunto la quotidianità famigliare, il matrimonio, i diritti civili; la biografia dell’artista e il suo viso – incontenibile maschera di tecnica e sincerità – sono il collante drammaturgico primario per tenere insieme la «serata di delirio organizzato». Che ci si trovi di fronte a un work in progress puntellato da molto repertorio è di immediata comprensione, che questi materiali abbiano la forza e lo zelo per trasformarsi in uno spettacolo cristallizzato e definito ne siamo meno sicuri: forse sarebbe semplicemente un’altra cosa. Della sottile trama rincorsa sulle note di accompagnamento – nella quale un uomo si perde sulle montagne del Carso – rimane formalmente ben poco, qualche passo che trova spazio con difficoltà tra racconti e citazioni.
È dolcissimo infine il filo rosso che lega Rossi a Enzo Jannacci, una figura presente come padre e maestro, pronto a dispensare consigli e trucchi, ma vicino come un amico da riaccompagnare a casa nelle albe milanesi. A lui il nostro fool dedica gran parte dello spettacolo un finale nel quale, accompagnato da chitarra e fisarmonica (I virtuosi del Carso) e pizzicando un ukulele, reinterpreta due successi dell’amico, “Faceva il palo” e “Ho visto un re”.

Andrea Pocosgnich

visto il 12 ottobre 2012
Teatro dei Rinnovati – SienaFestival 2012 [vai al programma]

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