École des Maîtres: le cellule catastrofiche di Rafael Spregelburd

foto Eugenio Novajra

Ciò che nel nostro linguaggio comune caratterizza la parola “catastrofe” è spesso associato ad avvenimenti tragici o tristi; eppure il tema scelto per la XXI edizione dell’École des Maîtres poco ha a che fare con questa norma. In Cellule teatrali: macchine per produrre catastrofiè racchiuso l’esito del master internazionale d’alta formazione attoriale voluto e pensato da Franco Quadri, in collaborazione con il CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, il belga Centre de Recherche et d’Expérimentation en Pédagogie Artistique, il portoghese Teatro Académico de Gil Vicente, la Comédie de Reims e il Centre Dramatique National.

«Vorremmo che non lo consideraste come uno spettacolo, anche se potete comportarvi da pubblico», queste le parole di introduzione alla serata di Rafael Spregelburd, argentino e poliedrico maître di questa edizione.  L’École prevede ogni anno direttori e metodi differenti, tanto da abbracciare il più ampio spettro di possibilità e visioni teatrali, passando da Ronconi – con il quale Spregelburd ha recentemente collaborato –  a Grotowski, da Garçia a Delbono, solo per citarne alcuni.

In questa occasione l’offerta presentata alla straripante sala del Teatro India, a conclusione dell’appena trascorso Short Theatre, si rivela sotto forma di due sezioni intervallate. La prima parte si compone di una serie di corti teatrali nati dalla collaborazione tra regista e allievi, attraverso discussioni visioni ed improvvisazioni; nella seconda parte della serata, invece, prendono corpo due opere: L’inappetenza — “aperitivo teatrale” per nove attori estratto dalla sua Eptalogia di Hieronymus Bosch — e La fine dell’Europa, ironico esperimento di teatronovela che, contrapponendo la differenza di luoghi comuni tra produzioni americane (pompose e tecnologicamente superiori sebbene prive di umanità) ed europee (malmesse e pericolanti sul piano tecnico e drammaturgico, ma in fondo umanamente vive), instilla una  complessa e variegata riflessione sul mito dell’Europa, sulla sua perdita dell’egemonia culturale e politica.

foto Eugenio Novajra

Pur trattandosi di piccole  “cellule teatrali” distinte, i vari momenti sono attraversati da una riflessione sulla catastrofe nel suo significato “neutro” di fine. Indubbiamente la riflessione su La fine dell’arte — non a caso titolo della prima cellula — è costante riferimento e matrice di immagini e situazioni che spaziano dalla confusa ambiguità su cosa può essere considerato arte in questa prima, fino alla stufa ribellione di quello che in un’altra è un annoiato signorino (La fine della nobiltà): egli, dismettendo i panni della nobiltà, mostra agli artisti imbroglioni e ambigui entertainers della festa la sua idea di arte come verità scomoda e dolorosa, letteralmente martellandosi con un chiodo nella carne viva della narice.  Un senso di perdita costante, dunque, come anche ne La fine dei confini che sarà tra le parole, le conversazioni, negli spazi del discorso, ma che si avverte anche in quella che è La fine del trauma, condizione che non sappiamo più definire ma la cui cura riesce — nonostante appaiano in scena sinistre fattezze di dittatura televisiva — a svolgere ugualmente il suo compito di comporre e mantenere relazioni tra le persone.

A differenza e in opposizione a tanta drammaturgia contemporanea, nel teatro di Spregelburd non è la fabula a venir meno; ciò che si perde è il senso di linearità della storia per la quale, usando le sue stesse parole, è pur sempre presente «un ordine che si riferisce a se stesso tramite un’intricata rete di grammatiche e riferimenti incrociati,  nascosti sotto la pelle del linguaggio». Senza passare per il citazionismo tipicamente postmoderno, è possibile allora accorgersi di un Cechov o di un Pinter, di suoni e situazioni conosciute, svelando un gioco di appropriazioni sincere perché pienamente parte della nostra identità culturale.

Dell’intero spettacolo resta allora una frammentarietà ulteriore rispetto all’ovvia articolazione divisa per cellule; ciò è evidente da una parte per la varietà delle lingue utilizzate – italiano, inglese, ma anche francese e portoghese – che manifestano l’eterogeneità di provenienza artistica dei vari attori, dall’altra per l’uso di una scenografia naturalista sebbene in continuo movimento e dove — in base alla logica del far di necessità virtù — i cambiamenti tra le scene e i relativi spazi sono operati dagli stessi attori, coerentemente con quella liquidità di ruoli e confini che è fulcro dell’intera opera. La messinscena, declinata con leggerezza e ironia anche se non in forma pienamente originale, ha giustamente il carattere di una  dimostrazione di lavoro – preparata dai diciassette bravissimi attori  in poco più di un mese durante le residenze di Udine e di Coimbra – eppure questo non toglie assolutamente organicità e coerenza d’insieme alla costruzione di uno spazio mentale in cui si possa riflettere su ciò che riguarda la catastrofe, non partendo genericamente dal suo significato comune, dal suo centro, ma dalle sue manifestazioni periferiche, decentrate e per questo, forse, più vere.

Viviana Raciti

Visto a Short Theatre 7 a Roma in settembre 2012

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École des Maîtres – XXI edizione

CELLULE TEATRALI: MACCHINE PER PRODURRE CATASTROFI
Maestro Rafael Spregelburd
Artista associato Manuela Cherubini
Diarista Amândio Pinheiro
Allievi Rita Brütt, Robin Causse, ĺris Cayatte, Julien Cheminade, Sofia Correia, Bernardo De Almeida, Sol Espeche, Valentine Gérard, Vincenzo Giordano, Sophie Jaskulski, Alexis Lameda Waksmann, Fabrizio Lombardo, Emilie Maquest, Adrien Melin, Deniz Özdoğan, Aude Ruyter, Giorgia Salari
Uditori Federico Parrone, Lorenzo Piccolo, Maria Chiara Tofone