Con La macchina dei desideri Rappa porta il fantasy a teatro

foto Ufficio Stampa

Un uomo in giacca bordeaux con stivali neri e cravatta rossa, in proscenio, illuminato da una luce flebile, il re è nudo, il potere smascherato. Unico desiderio, essere tutto: il boia e il carnefice, il dittatore e la sua scorta, Cesare e i congiurati allo stesso tempo, perchè lui solo può incarnarsi nella propria nemesi.

Per una volta possiamo cominciare dall’epilogo, dall’emblematico monologo con il quale Giampiero Rappa chiude il suo ultimo lavoro, La macchina dei desideri, in scena al Piccolo Eliseo fino al 4 novembre. Possiamo farlo perché quel finale è un encomiabile a parte, “giocato” con accattivante bravura da Antonio Zavatteri, che nulla aggiunge o toglie alla tessitura drammaturgica, amplificando invece il senso di una riflessione sul potere misurata attraverso la creazione di un impianto favolistico.

In un villaggio di nome Obetrek, fuori dalla geografia e dal tempo, il neo sindaco ha incrinato il quieto vivere della piccola comunità. Come in qualsiasi metropoli occidentale, ha sacrificato la natura sull’altare dello sviluppo economico, gli alberi hanno fatto il posto al cemento e il torrente con il quale la comunità si dissetava si sta ora prosciugando. L’acqua diventa così un bene di lusso perché va attinta dal fiume più lontano e il sindaco-dittatore può moltiplicare le tasse per ingrassare le casse comunali, anzi le proprie tasche.
In una scena scarna fatta di ambienti delimitati solo sul pavimento del palcoscenico con sezioni colorate e ornata di pochi oggetti – un letto, qualche sedia, un trespolo per il sindaco e la macchina dei desideri che allo spettacolo dà il titolo – si muovono personaggi e situazioni saltati fuori da una saga fantasy. I due loschi proprietari della macchina (Sergio Grossini e Fortunato Cerlino) sono forestieri, vestono abiti monastici e determineranno le sorti del villaggio innestando involontariamente il cambiamento: ai confini hanno una bottega, i clienti esprimono un desiderio e la macchina con tanto di scontrino quantifica con il prezzo da pagare il valore della richiesta e la difficoltà di realizzazione. Il marchingegno, il cui prodigio non è rivelato ma rimane nell’ambiguità del classico imbroglio da suggestione o della più misteriosa magia, innesta avidità, degrado e violenza: migliaia di cittadini si riversano nella bottega per chiedere l’avverarsi dei più turpi desideri indebitandosi fino all’ultimo centesimo.

foto Ufficio Stampa

È un teatro diretto, semplice nella costruzione drammaturgica e capace di alternare ineccepibili fendenti comici a momenti più riflessivi – inappuntabili gli interpreti in questo senso –, è una favola per adulti e bambini. Certo il limite tra universalità e ingenuità è molto labile. Nel testo scritto da Rappa quattro anni fa non c’è nulla di nuovo, come non ci sono sferzate avanguardistiche nella regia curata dallo stesso autore, ma è l’interpretazione di fatti, condizioni e sentimenti universali a conferire forza al lavoro: gli attori esaltano l’ironia del testo, non enfatizzano i caratteri e non badano alla perfetta dizione, anzi di tanto intanto lasciano che il parlato si colori di qualche musicalità regionale ben in accordo con le differenti provenienze dei singoli personaggi.

L’immagine, ormai non più tanto distopica, di una società allo sbando, incapace di rispettare ciò che la natura le ha donato e nella quale il potere fagocita e replica se stesso non curandosi del domani, sopravvive alla forma che potrebbe risultare stanca, causa decenni di narrazioni cinematografiche a tema:  Obetrek è il nostro specchio deformato, eppure mai così vicino, mai così urgente il  nostro guardarci attraverso.

Andrea Pocosgnich

in scena al Piccolo Teatro Eliseo [vai al cartellone 2012/2013] fino al 4 novembre 2012

LA MACCHINA DEI DESIDERI
testo e regia Giampiero Rappa
con Silvia Ajelli, Cristina Cavalli, Fortunato Cerlino, Massimiliano Graziuso, Sergio Grossini, Francesco Guzzo, Mauro Pescio, Antonio Zavatteri
scene Barbara Bessi
costumi Anna Coluccia
luci Gianluca Cappelletti
musiche originali Arturo Annecchino
assistente alla regia Stefano Patti
Teatro Eliseo / Gloriababbi Teatro

Comments
  • andrea 13 ottobre 2012 at 14:23

    Sono pienamente d’accordo con lei. Mi chiedo solo perchè Rappa è considerato uno dei drammaturghi di punta della nuova generazione. Non trovo i suoi testi degni di essere annoverati come drammaturgia teatrale di rilievo. Sarà per la penuria del nostro tempo?

    • Andrea Pocosgnich - Redazione 15 ottobre 2012 at 10:35

      Ma forse l’equivoco è proprio in quel “nuovo”. Cosa intendiamo per nuovo? Come spesso succede, in campo artistico le etichette sono fallimentari, soprattutto quando vengono utilizzate con movimenti artistici contemporanei. E questo è un problema anche (o forse soprattutto) di noi critici e osservatori del teatro…

      Io parlerei più che altro di drammaturgia contemporanea, ovvero della parola utilizzata sul palco che per contenuto o forma rifletta e attraversi le inquietudini del presente. E in questo senso l’ultimo lavoro di Giampiero Rappa mi sembra sia molto interessante: spingendo sulla metafora cerca di parlarci di noi.

      Se invece cerchiamo il “nuovo” nella scrittura drammatica (rimanendo ben consapevoli della differenza con la scrittura scenica), il discorso si complica perché a parte testi come L’Origine del Mondo di Lucia Calamaro o alcuni britannici – Stoppard ad esempio – faccio fatica a trovare novità. In “The Coast of Utopia” (2002) ad esempio il complesso montaggio temporale/spaziale è già interno al testo divenendo una possibile sottotraccia registica.

      Questo semplicemente per dire che la ricerca delle nuove forme non può sistematicamente monopolizzare l’arte e le sue finalità, probabilmente in questo momento storico mi sento di accogliere maggiormente un’ambizione che si concentri sul contemporaneo (nel senso spiegato sopra) che sull’utopia del nuovo ad ogni costo.

      grazie per aver dato il via alla riflessione

      Andrea

  • andrea 17 ottobre 2012 at 10:09

    A teatro non cerco il “nuovo” ad ogni costo. Cerco qualcosa che mi sorprenda. Sia a livello di testo che di regia. In questo, la drammaturgia e la regia di Rappa (è il suo terzo spettacolo che vedo) credo falliscano. Premetto che non sono un addetto ai lavori ma sono spettatore da tanti anni e mi piace seguire il teatro in tutti i suoi aspetti e discuterne. Leggo spesso il nome di Giampiero Rappa come uno dei drammaturghi più interessanti della sua generazione. Sotto questa ottica, dico che, secondo me, con tutto il rispetto, questo è frutto della pochezza drammaturgica contemporanea. Che poi riesca a raccontare il nostro tempo non credo sia impresa titanica. Bisogna sempre vedere come lo si fa. Questa commedia in particolare ha come suo spunto principale la metafora dell’avidità per parlare di ciò che ci circonda, il sacrificio della natura in nome del progresso, la descrizione di una casta di potenti che decide la vita del popolo….cose che tra l’altro non mi sembrano così contemporanee ma piuttosto moderne. Chaplin lo fece nel 1936 con “tempi moderni”, Orwell nel 1948 con “1984”.
    Grazie a lei per la risposta. E’ difficile trovare siti dove si possa avere un confronto diretto con i critici!!!

  • Threaded commenting powered by interconnect/it code.