Una giornata a Terni: il festival ecosostenibile

Giovanna Velardi nella foto di Agata Wawryszczuk

Un festival ecosostenibile, una manifestazione che vuole lasciare una pluralità di segni non solo artistici, ma soprattutto politici. Terni quest’anno è stato anche il festival degli slogan, proprio della reazione politica attraverso l’atto artistico. Il festival umbro ha lavorato programmaticamente su questi temi, tanto da progettare un percorso biennale attorno alla riflessione civile.

Numerosi dunque gli eventi in calendario nei quali viene declinato con fantasia il motto del festival: “up to you”. Allo spettatore la responsabilità di prendere delle scelte che siano visibili anche rispetto alla comunità che lo circonda. Tra i lavori che abbiamo avuto la possibilità di attraversare nella giornata di giovedì scorso (20 settembre) il penultimo in calendario è stato il più emblematico da questo punto di vista: E.I.O., degli artisti Dragana Bulut, Maria Baroncea e Eduard Gabia, dichiarava una riflessione sul valore del lavoro nella nostra società – attitudine, fatica, impegno e valutazione gli spunti di osservazione. Dividendo in due fazioni, il pubblico gli artisti hanno chiesto a una parte di loro di essere operai del palcoscenico, tecnici senza un obiettivo reale, costretti a trastullarsi per la scena con corde, forbici e alla ricerca di inventiva e fantasia. Agli altri spettatori l’onere di osservare e valutare. Ma non basta il concetto e purtroppo la performance si riduce in una serie lavori e lavoretti senza meta e fini estetici, cosa che determina anche il collasso dell’idea di partenza.

Anche un concorso nel quale valutare giovani artisti da far debuttare nel calendario della rassegna è però – a nostro avviso – un’azione politica. É il caso di Created in Umbria, bando ideato dal Festival in collaborazione con le istituzioni umbre per dare residenza e produzione a nuove creatività. Una dei finalisti è stata Carolina Balucani con il suo monologo L’America Dentro (interno di un a casa di bamboccione), commovente confessione di una trentenne incapace di trovare lavoro nell’Italia della crisi e costretta a rimanere a vivere con i genitori. Imprigionata in un vestito rosa da bambola depressa se ne sta nella minuscola e desolata cameretta: vita vuota come la scena nera nella quale spicca una raffigurazione della Madonna, vita in attesa di un telefono che squilla, di un curriculum accettato.

fotogramma di "That’s the Story of My Life" - foto ufficio stampa

Fitto e variegato il calendario della manifestazione diretta da Massimo Mancini e Linda Di Pietro, tanto da proporre nella stessa serata altri due spettacoli, uno di seguito all’altro: come due biglie di metallo che scontrandosi schizzano in direzioni opposte per poi ritrovarsi, That’s the Story of My Life della spagnola Macarena Recuerda Shepherd e Alice’s room di Giovanna Velardi, partendo da posizioni apparentemente lontanissime nei linguaggi scenici, entrambe mettono in gioco i propri fantasmi intimi riuscendo quasi sempre a catturare sguardo e attenzione dello spettatore, soffiando una leggera e ingannevole brezza nel caso della giovane spagnola, oppure stringendo lo stomaco in un pugno tra coreografie sincopate e incubi visivi nel caso della danzatrice italiana.
Macarena Recuerda Shephard costruisce un’autobiografia per immagini, sulla cui veridicità ci mette in guardia da subito, utilizzando numerosi linguaggi visivi, dallo stop motion ai classici libri tridimensionali. La performance vera e propria è tutta nell’animare foto, disegni e pagine sotto l’occhio passivo di una telecamera pronta a scrutarne le emozioni. Eppure, in questa sorta di cine-teatro dal gusto molto retrò lo spettatore viene condotto per mano tra emozioni vere e gesti toccanti.
Come vero e sincero è d’altronde Alice’s room di Giovanna Velardi: su una diagonale corta del palco, di fronte a uno specchio omologo dell’altro che chiude l’angolo opposto. Sfida se stessa nel ripetersi di un corpo spezzato, in una ritmica perduta di gesti apparentemente automatici. Un vestito rosso ne fa una regina incatenata a una follia dolorosa, alle sue spalle una rete la divide da uno spazio altro, probabile noosfera malata e perturbante nella quale si muovono giovani in sottoveste, simulacri moltiplicati di una Alice imprigionata e lontana dal suo paese delle meraviglie.

“Up to you”, tocca a te decidere se essere il fruitore o il performer, l’osservatore o il lavoratore. Emozionati o derisi, responsabili o inerti?  L’importante è essere spettatori attivi, più che protagonisti.

Andrea Pocosgnich

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