Totò e Vicè: la magia clochard di Franco Scaldati

Foto di Ufficio Stampa

Franco Scaldati nella letteratura teatrale del ‘900 ha rappresentato una tra le figure forse più appartate e solitarie, il cui valore è stato riconosciuto soltanto dopo molti anni. Il teatro di Enzo Vetrano e Stefano Randisi ha una profonda ricerca nelle radici della parola teatrale, con un forte senso dell’indagine esistenziale – celebri i loro Pirandello – e dunque non potevano non incontrare le parole di queste drammaturgie amorose e vibranti, intrise di pensiero che s’interroga e nel paradosso indaga. Totò e Vicé, testo che risale al 1992, si carica della loro forza scenica, perfettamente disegnato sulla figura di due clochard sopra le righe (evanescenti e poetici, come negli Uccellacci e uccellini di Pasolini) che nel dialogo sciolgono temi da dissertazione filosofica; Vetrano e Randisi portano in questa dimensione liminare, quasi onirica, tutta la loro capacità di attrarre con leggerezza e felicità interpretativa, mai fuori da quella convenzione con lo spettatore che è quasi dedizione all’atto dell’ascolto. La vita e la morte, attraversate nel cerchio di lumini attorno: con due malandati cappotti spigati aperti sul davanti Totò e Vicé in un cimitero vanno, e non sanno dove, si caricano della poesia frammentata, che non ha bisogno di unità drammaturgica perché vive di quella sentimentale, e giocano fra il vero e il verosimile (“Piove – dice Totò – ma a Vicé non glielo dico così crede che non piove e si bagna. Non piove più – dice Vicé – ma a Totò non glielo dico così crede che piove ancora e si bagna”), cercano il loro senso magico delle cose, gli eventi del mondo, concludendo ogni citazione con “chi lo dice?” e non ricordano mai la fonte perché non ce n’è: fonte è l’uomo, ognuno che vive e che muore. È qui che il teatro torna a Pirandello e il palco si fa – di vita e morte – specchio d’ogni azione.

Simone Nebbia

Articolo apparso su Hystrio 1/2012

Comments
  • Paolo 24 novembre 2012 at 23:22

    Sublimi interpretazioni di un testo evanescente, etereo, a tratti quasi irritante nel reiterare schemi definiti (chiamata, risposta, domanda, risposta chiusa o interrogazione e via a ripartire) e non originali: due poetici clochard, come tante volte ne abbiamo visti in letteratura e al cinema, si interrogano con virginale candore sulla vita e la morte, l’amicizia e il dolore, sullo sfondo di un cimitero in una notte di luna, con un velo di fanciullesca semplicità e i moti (di stupore, di gioia, di dolore) propri di chi ha scelto di non crescere per rimanere avvinghiato alla vita. Grandissimi, Vetrano e Randisi, per l’uso del corpo, della lingua, delle movenze, in un crescendo che nobilita un testo che deve moltissimo alla loro interpretazione e che sfonda a meraviglia la quarta parete di un pubblico difficilissimo (la periferia estrema del Quarticciolo) con un successo insperato. Viene voglia di vederli impegnati in qualcosa di più…

  • bioinorganic 26 febbraio 2013 at 16:08

    Io ho conosciuto di persona Vicè e Totò perchè, ogni giorno, per andare a scuola alla Turrisi Colonna (a Piazza Marmi)attraversavo il Capo, da Via Papireto sino a Porta Carini. Ricordo come Totò fosse lo scemo buono, ricercato da tutti i bottegai del Capo per “abbanniari” la loro merce. Invece Vicè era lo scemo più smaliziato. Come dimenticare, in periodo elettorale, le loro discussioni politiche provocate apposta da alcuni buontemponi o i loro comizi a favore, un giorno, di un partito ed il giorno successivo a favore del partito contrario. Li ho incontrati per lungo tempo,sino agli anni ’80, poi il mio trasferimento in altra zona della città me li ha fatti perdere di vista. Purtroppo non ho visto nè letto il racconto di Scaldati

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