La palla avvelenata di Monticchiello. Ecco cos’era il teatro

foto di Ufficio Stampa

Nell’alta Val d’Orcia, nel mezzo di un asse immaginario che collega Montepulciano e Pienza, sorge un piccolo paese chiamato Monticchiello. Quanto di più tradizionalmente toscano si possa immaginare: in cima a un serpentone di tornanti persi tra colline gialle e verdi che sembrano dipinte a olio, si apre il grande arco d’accesso in pietra e da lì sale la “Via di Mezzo”, che fende il borgo fino alla piazza, tra muricciole e taverne che affacciano sulla strada.
Da quarantasei anni, da gennaio a luglio l’intera cittadinanza (289 anime, ad oggi, in progressiva diminuzione) si riunisce intorno a un tavolo per discutere grandi temi e sceglierne alcuni come centro per una drammaturgia originale: un “autodramma”, una linea narrativa che si sviluppa attraverso volti e corpi dei reali cittadini.

Durante le tre settimane di repliche la piazza principale del paese ospita un palcoscenico: semplice e nudo, dotato di pochi riflettori, pochi oggetti di scena, due ingressi laterali e un fondale, non si discosta mai davvero dalla funzione che la “piazza”, nel senso più antico del termine, possiede in rapporto a una comunità. Con le luci ancora accese, una ventina di attori di tutte le età prende posto in scena. Buio, poi di nuovo luce, a ritrovarli lì nelle stesse posizioni, come a dire che tra momento reale e momento teatrale non c’è né deve esserci reale distinzione. Il testo (consegnato agli spettatori e che, avverte una riga di nota, potrebbe subire variazioni per adattarsi all’urgenza dei tempi) non è mai improvvisato, viene riportato con grande fedeltà. Eppure la naturalezza con cui si entra nella storia è disarmante: a dare il la sono le classiche discussioni da piazza, ora condite con ironia ora portatrici di quella grezza saggezza popolare che dà forma agli argomenti con colpi di pensiero artigianale. A fendere nel mezzo quest’apertura corale è l’avanzare in proscenio di una bella donna non più giovane: semplice vestito grigio, luce di ghiaccio, volto neutro e braccia lasciate ai fianchi, intona un prologo cantato su una musica apparentemente scollata. Quanto di più sorprendentemente brechtiano si possa immaginare, ci diciamo. Poi ci viene da pensare che non è questo ad aver preso da quello, ma l’esatto contrario: ché quando il teatro (come nel caso del drammaturgo tedesco) vuole parlare alla gente e recuperare la propria funzione di atto politico, è a esperienze come questa che dovrebbe la propria memoria.

foto di Ufficio Stampa

Lo spettacolo 2012, dal titolo Palla Avvelenata, diretto come gli ultimi 31 da Andrea Cresti, ha come spunto evidente la crisi economica, ma come chiave di lettura una semplice ed efficace struttura che incrocia due storie parallele. Dividono lo stesso palco due linee narrative sovrapposte, una di racconto al presente, una di evocazione favolistica. La novella popolare di Campriano, che con l’aiuto della moglie riesce, per una serie di tiri mancini, a vendicarsi di tre speziali che vorrebbero approfittarsi della sua miseria, diviene specchio allegorico che impartisce una morale. Gli speziali della fiaba di Campriano diventano qui tre modelli di capitalismo contemporaneo: un tecnocrate, un finanziere e un uomo politico, i loro abiti regrediscono di scena in scena, da giacca e cravatta a camicie con alamari e sbuffi e scarpe secentesche, testimoniando come le correnti di pensiero che si dicono progressiste si avvitino invece in vizi storici che di quel progresso le rendono nemiche. Se il finale dell’apologo è consolatorio, non a questo si limita quello dello spettacolo, che della favola raccoglie la morale e la tramuta in uno sprone a reagire. È in effetti sottile e significante come un’opera d’arte (ché niente questo lavoro ha da invidiare a certo paludato “teatro professionale”) totalmente popolare e per scelta emarginata non spinga tuttavia il proprio uditorio a soluzioni di conservazione, invitandolo invece a “passare dalle parole ai fatti”. «E allora impariamo che occorre veder e non guardare in aria / occorre agire e non parlare e basta. / Il mostro è pronto a governare il mondo / e non cantiamo vittoria se qualche volta inciampa / perché il grembo da cui nacque è ancor fecondo». Una piccola rivoluzione delle idee.

Quarantasei anni. Sedici in più di chi scrive. Questa l’età del Teatro Povero di Monticchiello, un esperimento popolare che non ha precedenti e che, almeno per adesso, non ha eguali. Un esperimento di cui hanno parlato e scritto tutti: giornalisti e sociologi, antropologi e linguisti, poeti e studiosi di teatro. Ma mai come in questo caso la conoscenza riportata, il racconto per interposta persona sono in grado di trasferire un’esperienza. Perché, banale a dirsi, quello che accade a Monticchiello per tre settimane l’anno non è che l’esito di un lavoro molto più profondo, più complesso, più silenzioso, che ha bisogno dello spettatore esterno per completarsi davvero. A rendere davvero unico il Teatro Povero rispetto ad altre tradizioni popolari è una multipla evidenza: se le rievocazioni storiche o le processioni religiose si ripetono ogni anno identiche da secoli, gli spettacoli della gente di Monticchiello sono sempre connaturati alla dimensione contemporanea, raccogliendo istanze d’urgenza in un vero e proprio racconto del presente; in nessun modo questo rituale è legato alla dimensione religiosa, pagana o misterica, è invece fieramente laico; soprattutto, se altre espressioni di racconto del presente come il cunto siciliano, la canzone folk di radice anglosassone, il blues degli afroamericani o i versi degli chansonnier passano attraverso un filtro poetico individuale, il Teatro Povero è un’espressione completamente plurale e dunque sempre pronta a essere rimessa in discussione, sempre profondamente critica. E dunque realmente politica.
Forse non è un caso che questa è per me l’ultima tappa dei vagabondaggi teatrali dell’estate 2012, ma dal momento in cui prendiamo posto in un agriturismo a pochi passi dal villaggio fin quando lasciamo la taverna che ci ha servito la cena mi è cresciuta dentro una consapevolezza incontrastabile, ritrovata: «ecco che cos’era il teatro».

Sergio Lo Gatto

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Comments
  • filippo 5 agosto 2012 at 09:48

    Da conoscitore fin dall’infanzia di questa festa, dissento totalmente, e nego che questo sia stato un tempo “il” teatro, perché c’è tutto tranne l’essenziale: l’arte del’attore. Il livello degli attori è bassissimo, e non è mai stato una priorità a Monticchiello, che somiglia di più ad un teatro da filodrammatica che al recupero di un teatro originale o arcaico. A Monticchiello povero significa, purtroppo da molti anni, ripetizione della pappardella sociologica e “didattica” della scrittura di Cresti, dove si respira di anno in anno lo stesso mischio di odori: la nostalgia d”una supposta purezza originale della civiltà contadina e l’impotenza della comunità del villaggio a resistere agli sconvolgimenti dell’attualità, tutto spiegato senza ambiguità al pubblico, secondo la strategia di vendita di un prodotto “d.o.c”: lo smercio della “tradizione”, che è il marchio comune dell’industria del turismo toscano. Il tutto condito dal ragu’ dei pici di Bronzone, che completano la ricetta in clima di sagra popolare. Per come la vedo io, Sergio, l’unico teatro povero che si avvicina a cio’ che “era” il teatro, è quello di Grotowski: li’ il lavoro della “povertà” significa ritorno all’essenziale tramite la disciplina del corpo dell’attore; altro che ricchisima sagra del picio di Monticchiello, dove povero è, purtroppo, solo il linguaggio.

  • sergio lo gatto 6 agosto 2012 at 10:27

    Mi tocca dissentire, caro Filippo, non più di quanto già espresso nel mio pezzo, soprattutto quando si tira in ballo chissà quale gloriosa disciplina dell’attore, ribadendo invece che – mi dispiace dirlo – ma andando a teatro una media di tre volte a settimana mi capita molto più spesso di incappare in odiose imitazioni di metodi e brodi di ego piuttosto che in sincere espressioni dell’arte dell’attore.
    La forza di Monticchiello è, come credo si possa essere d’accordo una volta compresa la natura del progetto, non nella resa scenica ma nel fatto stesso che esista una produzione di pensiero nata dal basso, senza scuole o teorie se non quelle dell’espressione plurale, costante e tenace. Ancora una volta il risultato “artistico” – con tutte le innumerevoli spine di cui è coperto questo ramo del discorso – avrebbe anche l’umiltà di passare in secondo piano. E invece non ne ha nemmeno bisogno perché, scusami ancora, ci sono molte più precisione e qualità che in tanti spettacoli spacciati per professionisti, di giro, da Stabile o commerciali. Tiri in ballo Grotowski? Personalmente credo – e quanto scritto nell’articolo tentava, a quanto pare senza riuscirvi, di affermare questo – che una volta tanto siamo di fronte a qualcosa che è storia senza stare sulle spalle di nessuno. Il Grotowski di cui parli tu, la sua disciplina, è qualcosa che ci arriva dopo decenni di evoluzioni monche o, forse peggio ancora, di ostinate impuntature anacronistiche. Di cui, tutto sommato, non sono certo ci sia bisogno.
    Ti ringrazio sinceramente di aver letto e spero di proseguire con te e con altri un dibattito a questi livelli.
    A presto e buone giornate.
    Sergio

  • Andrea Cresti 8 settembre 2012 at 12:35

    Ho letto, seppure in ritardo, l’articolo di Sergio Lo Gatto “ La palla avvelenata di Monticchiello” del 3 Agosto us. e subito lo ringrazio della descrizione lucida e profonda del senso più vero della lunga esperienza del Teatro Povero che ha accompagnato fin dall’inizio la mia vita e per fortuna non solo la mia. Ed ho letto anche lo scritto che un paio di giorni dopo ha inviato un certo Signor Filippo che esprime nei confronti della vicenda di Monticchiello, sentimenti fortemente critici negandone sostanzialmente ogni significato positivo.
    Non avrei avuto, al riguardo, niente da dire in quanto ciascuno è libero di scrivere il proprio pensiero assumendone ovviamente ogni responsabilità anche morale, ma dal momento che mi chiama direttamente in causa con toni che mi sembrano più consoni al dileggio che alla critica sento il dovere e affermo il diritto di replicare.
    Dato però che l’autore dello scritto non si qualifica chiedo una cosa e ne propongo un’altra:
    la prima è che il Signor Filippo, per evitare che quanto scrive corra il rischio di essere attribuito ad una sorta di anonimato, dichiari anche il suo cognome e ci dica da dove viene, mentre la seconda è questa: lo invito ad un pubblico confronto con me qui a Monticchiello o dove crede più opportuno in modo da poter parlare dell’argomento guardandoci in faccia.
    Cordialmente

    Andrea Cresti
    Piazza San Martino n°3
    53026 – Monticchiello (SI)

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