Il mestiere (vecchio) del drammaturgo. Neil LaBute a Venezia

foto di A. Pocosgnich

Continuiamo a interrogarci sul senso più profondo di questa Biennale Teatro, messa in piedi ad agosto, spogliata del vestito più accattivante e facilmente riconoscibile del festival e vestita con i panni meno appariscenti di “campus per le arti sceniche”. Per una volta i fari sono puntati non sulla creazione, o comunque non in prima battuta, ma sulla formazione. Concetto ormai emblematico in tempi di crisi.  Formazione come via d’uscita dalla crisi, come investimento per impedire che la melancholia – per dirla alla Von Trier – ci seppellisca? Oppure doping tutto nostrano, come pungolava Andrea Porcheddu in un suo articolo apparso sulle pagine proprio della Biennale pochi giorni fa? Di sicuro, al di là dei risultati immediati,  se dobbiamo rintracciare qualcosa di veramente prezioso, è la possibilità per i laboratoristi di mettere a fuoco le pratiche del mestiere in un contesto internazionale. I cinque maestri chiamati quest’anno rappresentano uno spaccato, per natura incompleto, della varietà con cui il medium teatrale viene praticato e rimodulato nel vecchio e nel nuovo continente.

Nell’edizione in corso l’offerta formativa si arrichisce di un “promettente” outsider: l’americano Neil LaBute. Atterrato ieri a Venezia è stato subito intercettato per un incontro col pubblico. Outsider per vari motivi: in Italia è più conosciuto per i suoi film – anche se poi chiedendo in giro non sono molti quelli che ricordano l’alleniano Your Friends & Neighbors o In the Company of Men -; si guarda bene dal trattare il teatro come qualcosa di sacro e come ogni scrittore statunitense è conscio che i meccanismi artistici necessariamente debbono muoversi a braccetto con quelli del mercato; infine è l’unico dei cinque che qui imposterà un lavoro prettamente drammaturgico.  È venuto in laguna insomma per insegnare a scrivere per il teatro. Come farà in soli tre giorni questa è tutta un’altra storia.

La semplicità è ciò che maggiormente colpisce in questo ragazzone del Michigan: ex mormone  (troppo scomodi i suoi testi per la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni), non ha formule magiche da raccontare, le sue opere non cercano la messa in crisi del dispositivo teatrale come accade per molti dei colleghi britannici. Realismo, violenza, ironia, esasperazione sessuale, un enorme lavoro sui personaggi e sulle relazioni che li uniscono,  fanno da detonatore per la scrittura di LaBute: «storie che compongono un mosaico acido, aspro» commenta Porcheddu presentando l’autore al pubblico.

E per chi era abituato all’approccio anglosassone di Donnellan, per chi si è innamorato dei vicoli argentini infestati dai personaggi di Tolcachir, per chi si è lasciato affascinare dall’afflato cinematografico del teatro-danza di Peeping Tom o dai leggendari spettacoli di Ronconi, la visione pragmatica dell’americano potrebbe risultare povera di spunti.  Dai Greci a Mamet passando per lo Zio Vania di Checov – di cui ama «il dolore per l’attesa di qualcosa che non arriva»  – sono fonte di ispirazione. «Sono in debito con ogni artista che ha calcato il palcoscenico prima di me» afferma con ironia LaBute.

«Non mi dispiace essere provocatorio e violento – ammette – perché l’importante è non lasciare spazio tra attori e pubblico. Eliminare il senso di sicurezza degli spettatori. Farli sentire in una situazione reale. La provocazione serve anche a questo: a creare una connessione col pubblico».

E spiega placidamente, ma con passione: «Il personaggio è la colonna del dramma ed è un modo per dare voce a desideri e necessità. Il monologo è la tecnica che permette al personaggio di dialogare col pubblico, di far cadere la quarta parete».

Tutto vero, ma tutto troppo semplice? Forse. O forse siamo noi europei – soprattutto noi italiani –  a essere abituati a entrare in teatro col chiodo fisso dell’utopistica avanguardia?

Sarà interessante dunque spiare in questi giorni la bottega degli scrittori guidata da LaBute, soprattutto ora che in tutto il bel paese nascono e si moltiplicano focolai di quello che ormai è lo sport nazionale per eccellenza in campo teatrale: la nuova drammaturgia. Ecco, chissà che tornando ai ferri del mestiere una drammaturgia nasca veramente, non necessariamente nuova.

Andrea Pocosgnich

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