L’educazione sentimentale al contemporaneo di Santarcangelo 2012

Virgilio Sieni "Sogni" - foto di Ilaria Scarpa

Il senso più profondo di un festival teatrale, così come ci piace immaginarlo, è quello di lasciare un segno anche sul territorio d’origine. Questo di certo è possibile già con delle scelte artistiche oculate, con una programmazione insomma che non cada nel tranello di una scelta cool, alla moda, solo perché appartenente a un filone vivace dal quale in molti hanno deciso di pescare, ma che rischierebbe un’autoreferenzialità irriconoscibile per la stragrande maggioranza del pubblico. Ma è lavorando sul territorio insieme ai cittadini, rendendoli parte di un’opera complessa, talvolta concettuale, facendoli insomma immergere in qualcosa che forse essi stessi avrebbero difficoltà a decifrare da fuori che si concretizza la modalità più funzionale per piantare e stimolare il seme.

È nelle ultimissime edizioni, da quando in effetti la manifestazione ha ripreso il nome di “Festival Internazionale del Teatro In Piazza”, che questa modalità di ascolto e partecipazione ha cominciato ad assumere connotati precisi. Indimenticabile ad esempio, lo scorso anno, il lavoro di Marco Martinelli e del Teatro delle Albe con Eresia della felicitàLa continuità in questa 42° edizione emerge anche da questo punto di vista, anzi la direzione artistica di Silvia Bottiroli, affiancata dai due condirettori Cristina Ventrucci e Rodolfo Sacchettini, ha continuato a progettare in questo senso facendo assumere al concetto di teatro in piazza anche una connotazione di partecipazione vera e propria all’allestimento metaforico dell’agorà teatrale.

Le esperienze che abbiamo avuto la possibilità di osservare, molto diverse tra loro, non prescindono da una visione estetica ben precisa. Dal linguaggio installativo di Richard Maxwell al laboratorio a cielo aperto del Teatro Valdoca, passando per le visioni surreali di Virgilio Sieni, in tutti e tre i casi siamo di fronte a risultati esteticamente compiuti. Opere nelle quali i segni messi in campo dagli artisti sono visibili e profondi quanto il lavoro degli interpreti santarcangiolesi.

Richard Maxwell "Ads" - foto di Ilaria Scarpa

Al teatrino della Collegiata lo schermo inclinato di Maxwell crea il dispositivo ottico per la visione collettiva di Ads (Santarcangelo), lavoro concettuale, soprattutto negli intenti. Ai partecipanti sono state poste due domande, intimamente connesse ed entrambe destinate quasi sempre al fallimento perché puntano all’origine della nostra esistenza: «Cos’è importante per te?», «In cosa credi?». Il materiale riposto nelle mani degli interpreti è perciò di portata ontologica enorme e la sua capacità di detonazione è direttamente proporzionale alla varietà umana a cui viene affidato. Scorrono di fronte al pubblico alcuni dei partecipanti, non tutti insieme poiché a ogni replica si alternano con altri rendendo l’esperienza della fruizione unica e dalla durata variabile. L’artista americano (membro del gruppo New York City Players) ha creato uno speaker corner virtuale, dietro al vetro inclinato un podio dal quale i cittadini tengono i propri discorsi. Un architetto che crede nella bellezza, un vegetariano accalorato mentre spiega la sua scelta etica, un bibliotecario che cita Gramsci e così via. La voce e le scelte di vita dei partecipanti sono sicure e definite quanto immateriali sono le loro presenze. Gli ologrammi ci raccontano di uomini e donne passati in quel teatro in un altro tempo.

Allo sferisterio di Santarcangelo un plotone di performer in nero attraversa la grande scena progettata da Cesare Ronconi. È un omaggio, nel centenario della nascita, al celebre musicista John Cage, figura che ha influenzato le arti performative e dunque anche il nuovo teatro americano da metà degli anni ’50 con le sue ricerche sulla “musica casuale”. Nello spiazzo che si spiega di fronte allo spettatore, costretto di volta in volta a scegliere su quale sezione posare lo sguardo, la scena è divisa in due macro-aree. Alla destra del pubblico quello che sembra uno spazio dai segni maggiormente contemporanei, grandi parabole bianche sono sorrette da strutture in alluminio, sulla ghiaia è posato un materiale plastico scuro; è come il letto di un fiume, su di esso gli assoli dei performer: momenti di lavoro sul corpo, danza e arti marziali in entrambi i casi sono codici utilizzati con sicurezza ma su gesti leggeri. Della zona sinistra riconosciamo una maggiore ritualità. Centrali le tende degli Indiani d’America (presenti anche nella parte destra) e la paglia. Al centro dei due “sistemi” c’è la tecnica: fari a vista, amplificatori e casse, per una scena che irradia luci e suoni. I ragazzi, partecipanti al laboratorio del Teatro Valdoca intitolato Le case dei sogni di John Cage − del quale ho visto una prova che già aveva la caratura di uno spettacolo − corrono, si uniscono in gruppo, poi si dividono, si stringono al muro o a terra sul brecciolino; c’è un eterno movimento, il risultato è affascinante e dirompente.

Teatro Valdoca "Le case dei sogni di John Cage" - foto di Ilaria Scarpa

Virgilio Sieni mescola le carte e continua l’interessante lavoro con gli spazi e sulle persone che incontra lungo il suo cammino. Ritorna anche qui, nel titolo, la parola Sogni, ma nella sua accezione — e rappresentazione — più semplici. Quando disabitati, edifici come le scuole elementari si prestano a divenire luoghi dell’immaginazione nei quali, chiudendo gli occhi, si vedono rincorrersi i bambini, si ode il chiacchiericcio delle maestre, sembra di vedere l’arrivo dei genitori. Se l’anno scorso ospitava le opere installative di Intersection, in questa 42° edizione del Festival la scuola Pascucci di Santarcangelo si è lasciata abitare dalle visioni del coreografo fiorentino. Quattro quadri per lasciarsi incantare da un sublime lavoro che mette al centro il sogno. In tre delle quattro aule utilizzate il meccanismo iterativo, ogni volta in modo nuovo e sorprendente, vede un letto con un adulto addormentato. Una volta fatti entrare tutti gli spettatori, la fantasia scatena la propria forza onirica. Bambine con orecchie da coniglio entrano accennando passi di danza, fatine gemelle che guardano dalla finestre ripetendo in coro e sommessamente brevi frasi, un ragazzotto con un soprabito a metà tra il fool e la blu uniforme si avvicina al dormiente della prima stanza, ne descrive le azioni. Nella terza stanza − forse la meno riuscita − il gioco si ribalta: l’aula è vuota e a dormire vi è una bambina.
Si vive un’atmosfera indefinita, pronta a mutare il proprio segno verso l’angosciante incubo o capace di rimanere in stallo nell’asfissiante presenza di un bambino nascosto tra le pieghe dei nostri sogni. Anche in questo caso il lavoro di Sieni colpisce non solo per l’idea, per l’organizzazione dei segni sulla scena, ma anche per la sapienza nel gestire il materiale umano a disposizione, nel chiedere ai partecipanti il minimo sforzo, gesti ripetitivi ma semplici, riuscendo così a sfruttare le caratteristiche fisiche di ognuno all’interno della performance.

La risultante pedagogica, riflessione che mi azzardo a estendere contemporaneamente ai tre lavori presi qui in considerazione, è di notevole portata. Per una volta lo scopo finale non sembra essere (o comunque non solo) quello di far calcare a tutti i costi il palcoscenico ad appassionati e amatori, bensì di renderli partecipi e protagonisti di composizioni artistiche complesse rispetto alle quali possano interrogarsi. La forza del progetto sta dunque in quell’educazione all’espressione artistica contemporanea che da sempre andiamo rincorrendo, educazione involontaria perché praticata dall’interno dell’opera stessa.

Andrea Pocosgnich

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Richard Maxwell / New York City Players
Ads (Santarcangelo)
concepito e diretto da Richard Maxwell
direzione della fotografia Michael Schmelling
direzione tecnica Sascha van Riel
organizzazione e supervisione dei testi Nicholas Elliott
assistenza alla produzione Elisa Bartolucci
produzione New York City Players, Santarcangelo •12 •13 •14 Festival Internazionale del Teatro in Piazza
la prima versione di Ads (New York) ha debuttato al Performance Space 122 di New York nel gennaio 2010

Teatro Valdoca
Le case dei sogni di John Cage
seminario residenziale per attori e danzatori
direzione, scena, luci e trucchi Cesare Ronconi
parole e suoni John Cage
frammenti sul silenzio Mariangela Gualtieri
lavoro atletico Silvia Mai e Lucia Palladino
costumi Gaia Paciello fonica Luca Fusconi

Virgilio Sieni
Sogni
un progetto di Virgilio Sieni
produzione Santarcangelo •12 •13 •14 Festival Internazionale del Teatro in Piazza in collaborazione con Accademia sull’arte del gesto