Focus Sicilia: La Demetra di Giovanna Velardi tribale e moderna

foto Ufficio Stampa

Fra gli spettacoli visti alle Orestiadi di Gibellina, il più importante festival di teatro in Sicilia, diretto da Claudio Collovà, e che quest’anno conta una scelta artistica di grande qualità e un buon riscontro di pubblico, sorprende fra tutti l’opera della coreografa palermitana Giovanna Velardi, con il suo Demetra, spettacolo originale e coraggioso che propone una intelligente e audace rilettura del mito in chiave contemporanea che coniugando i video di Dominik Barbier e Anne Van den Steen, la musica elettronica di Domenico Sciajno, contrappone la cadenzata sacralità del rito alla sconcertante agglomerazione di simboli e segni del mondo odierno. Sembra che abbia molto da dire, questa artista palermitana, dallo sguardo forsennato, dai movimenti brucianti, dalla foga irrequieta, e sembra urlare ciò che ha da dire come solo i palermitani sanno fare, con quell’istintuale, primitivo bisogno di affondare mani e piedi nel male, nella carne, nella ferocia per farne uscire un’anima purificata, limpida.
Demetra è una dea-donna-madre, dalle infinite mammelle, dispensatrice di ogni forma di vita o di morte, totalità libera del Femminile, forza primordiale della natura e della sua ciclicità, inizio e fine di tutto, potenza terribile e persino magica che “divora” per dirla con Jung “seduce, intossica”.
La sua è una danza sporca di terra, sollecitata dall’inconscio, una taranta tribale, eversiva, catartica, invasata, abbandonata ad impulsi aggressivi ed erotici, una danza dionisiaca e forsennata, quasi un recupero di quel fondo mitico, primigenio e irrazionale, di un età dell’oro in cui l’uomo conservava un contatto aurorale con il mondo e l’universo. Sogni, fantasie, deliri, allucinazioni, stupore, angoscia, una sorta di memoria del sangue che tenta di scrivere una storia già narrata, ma che sa farsi nuovamente viva nella capacità evocativa di questa straordinaria artista.

foto Ufficio Stampa

Il grembo della terra si trasforma nelle fauci divoranti e mortali del mondo sotterraneo: si spalancano l’abisso e la caverna, l’oscurità della morte per Proserpina, rapita e portata all’inferno da Ade. Il suo corpo appeso ad una corda, ruota, si offre e si ritrae, un pendolo che oscilla nel fluire del tempo. L’inferno sembra essere il tempo dell’oggi, non appena l’uomo viene a perdere la sua eredità mitica, perde la propria anima, diventa solo carne, incomprensibile materia. Gli esseri umani allora si scagliano addosso salsicce e salami, prima portati in sacrificio, ora simbolo di un legame spezzato, di un’abbondanza che si scaraventa addosso con odio e rancore. Nulla di sacro mantiene questo presente, né il Logos, anche l’uomo vitruviano simbolo di razionalità e di armonia con il cosmo, brucia e implode, né l’Eros, una donna super-erotica appare ridotta a bambola sexy su tacchi altissimi e gesti che hanno perso identità e anima. Una società fondata sul possesso e la prevaricazione, sulla crudeltà e l’incapacità di riconoscersi si è affermata a dispetto di una società matriarcale, un tempo mitico, forse più coraggioso, forse più rispettoso della natura, sicuramente senza l’esaltazione dissennata, sgraziata, delirante del presente. La società di oggi appare come un andare senza meta, dove il tempo non ha più possibilità di rigenerazione, ha smarrito la prospettiva di un significato insito nelle cose, in tutte le cose. Segni e simboli si sovrappongono, si sdoppiano, hanno perso la capacità di essere matrici di senso, di stabilire un modello per le azioni umane, una rappresentazione per la collettività in cui riconoscere se stessa e il proprio ethos. Forse solo attraverso il passaggio all’inferno, un inferno doloroso, di rabbia e costernazione, di urla e dolore e continui massacri, si giunge alla verità. Alla fine la grande scultura di Fabio Lupo che campeggia la scena con il suo marmoreo biancore, si anima, sembra percorrere il tempo, sorride, poi invecchia, muore, rinasce, riprende quel sorriso enigmatico che nell’assoluto ha la sua bellezza, la sua verità.

Filippa Ilardo

visto alle ORESTIADI di GIBELLINA, 7 luglio 2012

DEMETRA
Coreografia: Giovanna Velardi
Scenografia elettronica e video: Dominik Barbier/Anne Van den Steen
Musiche: Domenico Sciajno
Costumi: Dora Argento
Luci: Danila Blasi
Scultura Demetra: Fabrizio Lupo
Interpreti: Alice Zanoni, Sabrina Vicari, Simona Miraglia, Emanuela Fenech, Tiziana Passoni, Giovanna Velardi, Dario Tumminia, Federica Aloisio, Valeria Zampardi