Writing Shop. Uno sguardo collettivo da Bruxelles — 2/2

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La visione frontale è la potenza di Hassan Khan e del suo A Short Story Based on a Distant Memory With a Long Musical Interlude (Un racconto breve basato su un ricordo lontano con un lungo intermezzo musicale): spazio nettamente diviso in due, da un lato una sobria scrivania da cui leggere il racconto da un mazzo di fogli, dall’altro una postazione da cui creare ed elaborare il lungo intermezzo elettronico. Posizione uno, posizione due, posizione uno. Questo lo schema di uno spettacolo davvero cristallino che racconta un Nord Africa rancido, afoso e affascinante, con un sapore a metà tra Casablanca e un libro di Camus. Messa a confronto con quella di Ricci/Forte, le due estetiche non potrebbero essere più diverse, nel modo in cui l’immaginario viene da un lato sbattuto in faccia, dall’altro suggerito senza didascalia alcuna, solo la precisione di un’esecuzione che della rivoluzione in Egitto riesce a dare un sapore di mistero sepolto e già ridotto a fossile culturale.

A proposito di visione condivisa e di creazione di una comunità di spettatori, è interessante almeno il concetto di partenza di Prolog di Woitek Ziemilski, performance inclusiva in cui il pubblico, dotato di auricolari personali, viene guidato in un percorso motorio/uditivo fatto di piccoli interrogatori sulla fruizione a cui rispondere solo con passi avanti o indietro. La buona idea va poi perdendo forza in una deriva che vorrebbe essere strutturalista e invece azzera la reale partecipazione attiva dello spettatore. Il fallimento nella ricerca di un reale scarto ironico riverbererà nelle discussioni del giorno seguente, mettendo a nudo un atto in parte pretenzioso. Una sorta di messa funebre per Derek Jarman prende l’avvio in I Walk in this Garden di Gilles Pastor, in scena direttamente con Keith Collins, compagno del regista inglese. Sulle “note” di un’intervista in cui lo stesso Collins spiega a un giornalista i motivi per cui il materiale di Jarman resterà privato, scorrono video di The Garden, poetico film del 1990 che i due qua e là rimettono in scena con azioni dal vivo. L’ultima, quella con cui un mazzo di candele di carta volano al soffitto come anime in fuga, regola il tono di questa celebrazione completamente personale che lascia il gruppo un po’ freddo, distante, pervaso da un profondo rispetto ma tutto sommato estraneo a un reale coinvolgimento.

La differenza la fanno invece due performance. Il gruppo iracheno (residente in Svizzera) Urnamo con Sans Titre (Senza titolo): un vero e proprio pezzo di clownerie di altissimo livello in cui i due performer mettono in moto una macchina di azioni estremamente materiche tramite cui arriva, svelta e trasversale, l’idea di alienazione dello spirito che spinge chi abbia subito traumi a gettarsi nella pratica manuale, nella manipolazione di oggetti. Questo tentativo di esorcismo praticato (nel vero senso della parola) ai danni dell’apatia, vessato da un fallimento sistematico (espresso addirittura nel titolo), prende i fondamentali dall’immaginario di Beckett e si rivela essere la performance con la maggior tempra politica. Cosa che dovrebbe appartenere alla live art in quanto fenomeno sociale. Le discussioni dei sei critici lo ricostruiranno come una fotografia del conflitto in Iraq, delle torture di Abu Grahib e, ancor più importante, come una sfacciata dimostrazione del non-senso, non tanto inteso come giustapposizione incontrollata di suggestioni, ma come grammatica necessaria di un animo che non ha modo di esprimersi altrimenti. Un mazzo di rose masticato, petalo dopo petalo, per dieci minuti su una camicia bianca appena scartata e indossata finisce in un’eruzione di sputi rosso sangue che segnano il confine vitale degli oggetti inanimati. Gli oggetti. Gli oggetti e il loro uso. Forse l’unica costante di fruizione su cui sia possibile impiantare un discorso etico universale. Un appiglio necessario per un evento internazionale che mette in campo un linguaggio e per un gruppo che quel linguaggio sta tentando di padroneggiarlo in maniera collettiva. C’è poi il sorprendente Ivo Dimchev, incontenibile performer belga che arriva con P-. Nudo e dipinto alla bell’e meglio, seduto al piano elettrico invita due spettatori alla volta a sedersi a due postazioni con laptop a bordo palco. I due scriveranno una poesia su un documento comune, che apparirà in formato completo su un tablet posizionato di fronte a lui sul leggio del piano. Quello sarà il testo di una canzone improvvisata. E la voce felpata e ironica di Dimchev fa sognare. Finalmente uno spettacolo divertente e divertito, che insegna molto sulla potenza dell’estemporaneità. Un gioco sullo sguardo incrociato che lascia tutti a bocca aperta. L’ultimo giorno il Writing Shop apre le porte al pubblico. Nella sala espositiva al piano interrato di Les Halles sono appesi tutti i fogli scarabocchiati, i testi stampati, i collage realizzati in cinque giorni di lavoro intensivo. Una mappa eterogenea e disordinata che ha un sapore quasi performativo, di certo non coerente. In un circolo di sedie prende poi vita una discussione con il pubblico, se sia o no possibile quell’asse tra spirito collettivo e collettiva espressione. Piano piano ci rendiamo conto che non è delle performance e della loro estetica che stiamo parlando, ma – ancora una volta – di uno sguardo che dovrebbe tornare ad avere un respiro comunitario, il coraggio di un’idea e l’umiltà della sua messa in discussione. Nessuno dei fogli appesi porta una firma. E questo è già un segno importante.

Sergio Lo Gatto