Spunta il verde a Trento, dentro La zona nera dello Spazio 14

Dalla città il foyer - Foto di Simone Nebbia

Posto finestrino. Sui treni regionali non c’è posto fisso a sedere e allora te lo puoi prendere come preferisci, penseresti di guardare fuori ma poi lo scompartimento si anima al punto di non farlo e guardare dentro, dove sono gli uomini in cui specchiarsi. Ma il finestrino fa rumore, batte la lastra in alto sulla base ferma, richiama un’attenzione a ciò che sta fuori: è allora che ci guardi, vallate con l’eco a ripeterci ondate montuose di un solo colore: verde, ovunque il respiro si sappia arrampicare. Passano le stazioni, Ala-Serravalle-Rovereto, quando arrivi a Trento la stazione squadrata spinge rapidamente sulla strada: una città, di automobili semafori e strisce pedonali, come le altre, ma intorno la catena montuosa non ha alcuna intenzione di rompere le sue maglie e brilla di verde, come un semaforo sempre accogliente.

Dal foyer la città – Foto di Simone Nebbia

Lo Spazio 14 è in questa sorta di officina a serranda da quasi dieci anni, da quando cioè Elena Marino e Silvia Furlan di Teatrincorso, in cerca di un luogo per provare che non fosse un salotto condiviso o un subaffitto nei sotterranei di un money transfer, trovarono qui una terra vergine in cui impiantarsi, tener fede alla propria idea e insieme sconfiggerla, insomma farci teatro. Ma uno spazio prove rischia di essere una cosa inutile, il teatro lo è senza una comunità che lo abiti. Così ben presto diedero vita a un ciclo di laboratori che ad oggi può vantare un centinaio di iscritti l’anno e una declinazione a più livelli, capace di coprire molte diverse richieste. Questa è la prima cosa che si percepisce, girando l’angolo che apre al foyer aperto: arrivano uno dietro l’altro gruppi di giovani che questa sera hanno deciso di venire qui a farsi spettatori – la maggior parte – di qualcosa che sono abituati a fare concretamente all’altro capo dell’ascolto, sullo spazio scenico; questa sera l’ascolto lo concederanno a Silvia Furlan, sola in scena per questo La zona nera, monologo che ha come obiettivo quello di trattare il tema del lavoro prendendo le mosse dalla vicenda che ha coinvolto la fabbrica Montecatini di Mori, negli anni ’30, produttrice di alluminio e di malattie per gli operai. Lo spettacolo è inserito in un progetto più vasto che porta lo stesso nome (promosso con viva partecipazione dalle istituzioni locali) e che conta un’altra produzione – Amare foglie che si articola sulla storia delle tabacchine portate qui a lavorare in condizioni disumane dagli anni ’20 agli anni ’60 – e un convegno Teatro e Lavoro, incontro di esperienze tra Pippo Delbono, Marco Bernardi e Andrea Castelli volto a rintracciare la materia e la sua opportunità di messa in scena.

Foto di Enrico Pretto per l’Opera Universitaria di Trento

Dal foyer all’aperto si entra in quella che chiamano “la sala bianca”, disimpegno allargato in cui quella comunità può interagire, misurare la loro reciproca presenza gli uomini; il tetto è tutto in legno a travi, attorno ci sono scenografie di un altro spettacolo, ma quello di questa sera lo vedremo in una “scatola nera” da un centinaio di posti e inizierà da un video: la fabbrica oggi, il lavoro oggi, immagini di documentario che una musica conduce alla visione, macerie dello stabile abbandonato e scritte che portano gli stessi nomi dei paesi visti lungo il treno, quel che resta dell’operosità dei luoghi, relitto del lavoro sommerso dall’incuria e da quel verde silenziosamente penetrato. Il racconto, scritto e diretto da Elena Marino, prende avvio da un riferimento in voce off: i primi versi dell’Inferno dantesco, ed è questo però un esperimento pericolante e coraggioso che porta in campo subito un elemento forte e se ne lascia sovrastare, come sempre io credo con un testo di tale portata, fagocitante di ogni altra materia. Quando Silvia Furlan inizia a parlare lo fa scegliendo una modalità che entra ed esce dalla vicenda, dialogando con la platea e interrompendo la linearità; all’inizio questa costruzione frammentata mina in parte l’intero racconto che percepiamo in modo un po’ evasivo, infreddolendo l’apparato spettacolare che sarà migliore quando in egual misura di forma e contenuto, poi pian piano si svolge la matassa in un corpo più accogliente, quando cioè alcuni elementi entrano in campo a far da sponda dell’attenzione, rendendo maggiore l’intensità e più alta la partecipazione. Uno spettacolo dunque di carattere prima di tutto documentario, che introduce con efficacia alla pericolosità dell’uso dell’alluminio nella nostra vita quotidiana e che punta forte sulla condizione del lavoratore incapace, allora come oggi, di scegliere oltre la mera necessità del lavoro, ma è tuttavia spettacolo che non riesce ancora a farsi – tramite la visione d’arte – autonomo dall’occasione territoriale che lo muove.

Una regione complessa questo Trentino, con molte risorse e tanta partecipazione alla pratica teatrale, prima ancora della visione ma che non la prescinde: c’è una generazione giovane che sta crescendo con ottimi esempi di organizzazione e potrà un giorno mettere a frutto quelle risorse ancora poco valorizzate, potrà imparare dal teatro, ad esempio, la prossimità strabiliante di naturalezza e artificio, come in questo Spazio 14 che ha l’aspetto d’officina ma, voltandosi di scatto oltre il vialetto che dà sull’esterno, non si può non vedere il colore che tutto sovrasta, una linea sottile e invisibile, una linea che si installa fra palco e platea: di questo Trentino in formazione e germinazione, la linea verde.

Simone Nebbia