Quei caldi giorni del teatro romano

foto di Andrea Pocosgnich

L’editoriale di Attilio Scarpellini sull’ultimo numero dei Quaderni del Teatro di Roma (giugno 2012), anticipando una serie di interessanti e mirati interventi sul panorama teatrale romano e nazionale, a ragione sintetizza nel finale la situazione riguardante le politiche culturali, specificatamente teatrali, con l’avvento di «un fantasma a cui persino il teatro, che di fantasmi se ne intende, non era preparato: il vuoto di potere».

Proprio in questi ultimi giorni sono accadute alcune significative svolte in un momento nel quale la geografia teatrale della capitale rischia di mutare la propria fisionomia, nuovamente. Al Teatro Valle si sono incontrate le realtà romane, ovvero, alcuni di quei soggetti che quotidianamente contribuiscono in forme più o meno indipendenti alla creazione di un panorama teatrale artistico, non mi spingo in definizioni più stringenti vista l’eterogeneità dei partecipanti nei mezzi e nei profili estetici. Non è il primo incontro nel quale realtà apparentemente vicine, ma ricche di differenze sostanziali, tentano di parlarsi, non è un caso però che questo avvenga al Teatro Valle, a un anno dalla sua occupazione, ovvero dopo una stagione di affermazione mediatica e di grande lavoro politico – nell’accezione più alta del termine -, mentre il sindaco Alemanno dai microfoni di Radio Radio stigmatizza il progetto degli occupanti e della cittadinanza in questo modo: «Non si può accettare che un gruppo utilizzi quello spazio per i suoi fini, a prescindere dalla qualità del cartellone che hanno proposto, qualità che comunque mi sembra declinante». Chi meglio di lui d’altronde può giudicare la qualità delle scelte artistiche di un teatro? Per inciso il discorso è proprio al contrario, rispetto all’inizio dell’occupazione è infatti negli ultimi mesi che abbiamo iniziato a vedere un lavoro di residenze e rassegne votate alla sperimentazione e al contemporaneo di un certo livello.
L’incontro del 19 è cominciato riflettendo su alcuni punti dolorosi e molto precisi: le difficoltà nelle quali devono barcamenarsi spazi votati a una certa idea di teatro, luoghi – per usare le parole di Graziano Graziani (moderatore dell’incontro) – che hanno costituito in questo primo decennio del nuovo millennio una “zona cuscinetto” grazie alla quale i giovani artisti e le più vivaci pulsazioni della ricerca hanno potuto confrontarsi. Abbiamo già parlato dell’ingiunzione di chiusura ratificata al Kollatino Underground, lo stesso è successo all’Angelo Mai e altri spazi hanno ricevuto multe o ingiunzioni di cessazione attività. Per questo proprio dai soggetti appena citati – insieme ad altri come Esc, Brancaleone e ai cittadini che questi spazi li attraversano quotidianamente – è partita la campagna “Io so dove sto” che mira a denunciare la situazione e a sensibilizzare l’opinione pubblica. Parte della questione è proprio nella natura giuridica con la quale collettivi, gruppi e operatori in genere sono costretti a confrontarsi per avere in gestione uno spazio o partecipare a un bando, ovvero l’associazionismo culturale. Un grande calderone nel quale come sappiamo sguazzano felicemente circoli, locali e pub dove, salvo eccezioni (vedi Riunione di Condominio), il massimo della cultura è rappresentato da freccette e giochi da tavolo che però danno ai gestori la possibilità di spillare dissetante birra a 5 euro la pinta. Questo meccanismo salta nei confronti di chi è riuscito a strappare l’assegnazione di uno spazio al Comune per riempire un vuoto culturale e dunque svolgere un servizio alla comunità senza pesare sulle casse pubbliche, con il premio di ritrovarsi osteggiato e multato da quella stessa amministrazione perché non rispetta una normativa profondamente inadatta e dunque inattuabile in situazioni dove il fine ultimo è la comunità e l’interesse culturale, non la gestione di un circolo di bridge. È perciò evidente che quel vuoto di potere di cui Scarpellini parla si manifesta qui palesemente anche in un vuoto normativo.
Altro tema all’ordine del giorno, non solo nell’incontro, ma soprattutto nella vita quotidiana di ogni artista, è il monopolio Siae. Il quesito fondamentale è: non pagarla come già alcuni tentano di fare, oppure spingere per una riforma più equa di una struttura che sostanzialmente agisce in totale autonomia e senza concorrenza?
C’è da aggiungere, ecco un altro accadimento importante nell’economia di queste ultime giornate romane, che prima di incontrarsi al Valle alcune compagnie sono invece state convocate dal direttore del Teatro di Roma Gabriele Lavia. Obiettivo una rassegna evento – da ottobre a dicembre – sul tema della “perdita”. Queste le indiscrezioni trapelate, tutto tace invece sulle condizioni economiche con le quali dovrebbero confrontarsi gli artisti. Di certo vista la stagione presentata all’Argentina – se escludiamo la tranche del Romaeuropa Festival potrebbe essere il cartellone fotocopia di un’annata pescata casualmente in un impolverato cassetto – il Teatro di Roma si sarà sentito in debito quantomeno con la fetta più giovane del proprio pubblico.
Centrale è anche il futuro dei Teatri di Cintura: mentre al Valle si discuteva proprio di questi temi al Campidoglio veniva ratificata la delibera della Giunta Capitolina con la quale l’Assessore alle Politiche Culturali e Centro Storico Dino Gasperini realizza il proprio sogno della Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea, progetto per il quale ha  speso anima e corpo nell’ultimo anno. Tor Bella Monaca, Quarticciolo, Scuderie della Casa dei Teatri, biblioteca Elsa Morante, Villa Torlonia e Teatro del Lido, coordinati in una struttura unica con tanto di super direttore. Si attende un bando, non si capisce se solo per l’assegnazione degli spazi o se anche per la direzione (che gestirebbe solo alcuni dei giorni di programmazione), per la quale viene tuttora cinguettato il nome di Pino Insegno. Ecco che questo manipolo di teatranti, tutti in semicerchio sul palco del teatro settecentesco, inseriscono tra i loro obiettivi proprio il monitoraggio del progetto. «Dobbiamo pretendere trasparenza dalle istituzioni» è uno dei fili rossi che lega i soggetti presenti. Basti pensare alla graduatoria per i finanziamenti dell’Estate Romana, pubblicata nei meandri del sito del Comune di Roma solo il 20 giugno (e resa pubblica fortunatamente da Paese Sera), con alcune delle manifestazioni già partite, senza per giunta rendere manifesto alcun cenno all’entità dei contributi che verranno erogati, tralasciamo poi i punteggi che vedono al terzo posto la manifestazione “All’ombra del Colosseo”…

Solitamente sospinti da venti provenienti da direzioni diverse gli artisti e operatori (nella maggior parte dei casi svolgono entrambi i ruoli) del teatro indipendente romano iniziano a regolare le proprie vele guardandosi negli occhi, intuiscono che una via possibile è quella di abbracciare le reti e le cause dell’altro senza avere la fretta di crearne di nuove.
Certo da osservatore esterno (intento a rimbalzare la temperatura di quell’incontro su Twitter, qui la diretta) riconosco le divergenze tra chi apparentemente occupa posizioni diametralmente opposte. È il caso degli associazionismi più strutturati come Cresco e i collettivi di occupanti come lo stesso Valle, con nel mezzo soggetti a metà strada quali Angelo Mai e Kollatino, ma più di una cosa li unisce e una è evidente: sono tra quei gruppi di persone che negli ultimi tempi hanno dato un’accelerazione determinante a battaglie che riguardano i lavoratori della cultura e chi ne fruisce. C’è chi come il Valle Occupato ha avuto il merito di riaccendere l’attenzione sul sistema teatro – con tutte le storture e i paradossi che questo implica quando si ha a che fare con i media generalisti – e chi come il Cresco ha lavorato ai fianchi, in silenzio, riportando alcuni problemi dell’arte nelle stanze dei bottoni. Vederli uniti fa sperare in un fronte che possa catalizzare idee e necessità differenti, ma comuni.

Andrea Pocosgnich

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