Jacob Von Gunten di Lisa Natoli: cade neve o polvere sul Teatro India?

Foto di Ufficio Stampa

C’è una strana sensazione l’ultima sera dell’ultimo spettacolo dell’ultima stagione del Teatro India come l’abbiamo conosciuto, quello progettato e realizzato da Mario Martone perché fosse la casa del teatro indipendente romano e che poi ha subito varie trasformazioni, senza in fondo esserlo mai. La sensazione nasce dai dubbi attorno al suo futuro, che spero presto fugati: se da una parte si parla di una prima parte di stagione 2012/13 messa interamente in piedi con compagnie del territorio, quando cominceranno i lavori di adeguamento non tutti sono sicuri di riavere il teatro per la città — che non possiede spazi per le creazioni del contemporaneo — prima di un’altra stagione ancora. Quindi quando tutti avranno dimenticato cos’è stato, cos’è ancora, il Teatro India. Ma in scena andava uno spettacolo proprio di un’artista romana che nel territorio indipendente da anni si muove, capacissima nel rapporto con gli attori e titolare degli insegnamenti in una delle scuole migliori della capitale, quella della Cometa che è stata fucina di tanti talenti ora di buon livello: Lisa Ferlazzo Natoli con Lacasadargilla, che sceglie spesso progetti corali ed è sensibile alla pagina letteraria, proprio un romanzo ha deciso di portare in scena, quel Jacob Von Gunten composto dallo scrittore svizzero Robert Walser e che narra le vicende di un istituto in cui s’insegna ad essere buoni servitori, usare le maniere corrette e scegliere l’abnegazione sottomessa per i servigi prestati.

Quattro i personaggi che si spingono nelle stanze dell’Istituto Benjamenta: il giovane Jacob appena giunto e desideroso di imparare (Andrea Bosca), presto scoprirà l’inanità dell’esperienza che fa da antitesi alla metodicità, rappresentata qui dalla presenza gutturale e asfissiata di Kraus (ottimo Emiliano Masala), ma vi scoprirà assieme la viscida e visionaria sinuosità del direttore Benjamenta (Alberto Astorri) e la caducità segreta e morbosa di sua sorella Lisa (Monica Piseddu). Avevo visto lo spettacolo in uno studio la scorsa estate, un progetto circostanziato durante il festival Inequilibrio di Castiglioncello (che sta per avere la nuova edizione) all’interno di un piccolo teatro all’italiana occupato dallo spazio scenico fino alla platea e visibile, pertanto, solo dalle balconate in alto. Fu molto suggestivo l’incontro con questo testo che riusciva in tal modo a costruire una percezione slanciata e pure compressa in una sorta di cilindro espressivo, ascolto lontano che lascia percepire i luoghi chiusi, polverosi. Proprio quella polvere, dunque, si fa luogo di passaggio, porta sensibile che trasporta lo spettacolo in un teatro, questo teatro in prossimo mutamento.

Foto di Ufficio Stampa

Due speculari ampolle di pesci rossi, una nell’angolo destro della scena e una sul sinistro, ma lontana sul fondale; la scena si dipana per i 25 metri ormai noti in tutta Italia della sala India, quella così ben sfruttata da Lucia Calamaro per Magick e L’origine del mondo, mobilio antico e pertugi che finiscono sempre per tornare nello stesso spazio scenico, in fondo e lontana la luce più forte, fuori scena, fuori di lì. Un tappeto sonoro (di Alessandro Ferroni e Fabio Vignaroli) si vela di tocchi sinistri ma forse un po’ categorico il suo uso, mentre è di spessore l’uso della luce (di Luigi Biondi) per piccole apparizioni soffuse presto scomparse che compenetrano una scena dimessa e ischeletrita (di Fabiana Di Marco) e illuminano alcuni angoli bui per poco appena, tornando poi nella loro tacita cellula. Di buona fattura sono le dinamiche di relazione fra gli attori, reagenti un ritmo mai strappato ma elastico, fatto di crescita e decrescita, denotando una capacità di Lisa Natoli di tenere stretti i rapporti in cui far coesistere le loro creazioni di scena.

Il testo è di difficile gestione, forse la sua letterarietà è ancora preponderante, così come il cambio in questa dimensione teatrale rispetto all’esperimento iniziale: la profondità vertiginosa a piombo si fa qui profondità prospettica, ma è proprio qui che l’ombra della rappresentazione manomette l’espressione pura e quella cupezza meno riesce ad ammantarsi di senso, fermandosi eccessivamente in alcune parti dispersive e poco concrete a contemplazione della scena.

Cadono dall’alto, fiocchi di neve o polvere ma sono lo stesso ciocche di tempo che qui si fa irrimediabilmente concluso in sé, roteante quella sua inanità, è allora che si ingigantiscono le ombre alla parete, s’insinuano certi silenzi che specchiano quella polvere nelle ampolle dei pesci che restano guardiani di ciò che non muta, nelle sfumature a specchio dei finestroni in fondo, quelli che danno all’esterno dell’India e che la luce conclude in chiusure a riflesso dell’interno: sarà presto polvere in questo teatro, come nell’istituto, ma la speranza è che il mutamento in questo caso sia e che i finestroni smettano di specchiare l’interno e davvero si aprano, a questa invece immutata e mai celata vitalità.

Simone Nebbia

Visto al Teatro India in giugno 2012

JACOB VON GUNTEN
tratto dal romanzo dello svizzero Robert Walser
con Alberto Astorri (Benjamenta), Andrea Bosca (Jacob), Emiliano Masala (Kraus), Monica Piseddu (Lisa)
regia suoni Alessandro Ferroni
luci Luigi Biondi
costumi e scene Fabiana Di Marco
aiuto regia Alice Palazzi
assistente alla regia Mattia Cinquegrani
regia Lisa Ferlazzo Natoli
produzione lacasadargilla, Teatro Vascello e Festival Inequilibrio/Armunia
in collaborazione con Teatro di Roma