Trouble Festival 8: Happy Dirtday, Laurie Anderson!

foto www.guimaraes.pt

Trouble, in inglese Problema, questo il nome del festival che dal 28 maggio al 2 giugno ha aperto le porte di Les Halles, ex-fabbrica riqualificata a spazio polifunzionale per le arti nel centro di Bruxelles. Problema come essenza di contraddizione, come esperimento di crisi, come luogo aperto in cui far incontrare i ragionamenti. E, questa volta, meno sono definiti, meglio è: non si tratta infatti di un festival teatrale, ma di una showcase di live art in cui la parola chiave sembra essere “attraversamento”. Come su queste pagine ci piace spesso ripetere, è lì che le varie sperimentazioni si incontrano, in luoghi istantanei, fugaci e mobili dove le percezioni possano incontrarsi a risolvere un’urgenza. O a riscoprirla viva. Alle note del programma del festival, che presentano la live art come espressione di uno «spirito collettivo», una verticale di rapporto tra scena e pubblico, fa da eco l’esperienza pionieristica del primo Writing Shop: nel corso dell’intera settimana un gruppo di sei critici (oltre al sottoscritto, Karl Svantesson dalla Svezia, Diana Damian dall’Inghilterra, Anette Pettersen dalla Norvegia, Pauline De La Boulaye e Olivier Hespel dal Belgio) si ritrovano a condividere uno spazio di riflessione e scrittura collettiva.

Apre le danze Dirtday (Another Day in America) di Laurie Anderson, che si potrebbe definire una sorta di lezione-performance-concerto, nello stile della performer statunitense, alla ribalta da quasi quarant’anni. Il palco è costellato di piccoli lumini elettrici simili a quelli che si trovano nelle chiese; allo schermo di fondo fa da contrasto un pannello più piccolo; una poltrona con asta microfonata da un lato, una station elettronica dall’altro, con il proverbiale violino appeso al suo supporto; una nuvola di fumo rado avvolge l’ambiente. Non si tratta di narrazione, non si tratta di reading. Questo spettacolo è una sorta di loop interminabile in cui le parole, sussurrate al microfono e a volte modificate da filtri vocali che alludono a dimensioni altre, si alternano al tipico soundscape fatto di note continue accatastate in un’armonia sbilenca, mai lineare, sempre sofferente.
Nel 1977 Laurie Anderson inventava uno speciale violino suonato con un archetto che al posto del crine di cavallo ha un nastro magnetico. L’effetto è inconfondibile, una sorta di lamento di sirena che si spande sotto al tono monocorde di chi sussurra, sempre ammiccando, mezze verità sui temi caldi del cosmo. Un cosmo interiore fatto di favole dark, parabole caustiche e una sottile satira un po’ anacronistica che ancora profuma di Greenwich Village anni Settanta.
La linea narrativa, frammentata e non sempre facile da seguire, sembra esplorare – in maniera innegabilmente creativa tra giochi di parole e di rimandi – le strutture di potere della società contemporanea, dal sistema dei generi nel mondo animale al sistema di potere nelle democrazie contemporanee, usando come filo conduttore quello, appunto, del loop, ovvero qualcosa che non finisce mai realmente. Tra voce sussurrata e monocorde (un tratto distintivo di Anderson fin dagli esordi) e musica, reali pause non ve ne sono, ci si imbarca in un viaggio ipnotico che ha per macro-tema la mancanza pressoché totale del silenzio. Un’operazione decisamente frontale e quasi violenta nei confronti del sistema percettivo convenzionale a cui il teatro ci ha abituati.

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Sfortunatamente, laddove Anderson forza la mano aggiungendo inserti testuali che svirgolano oltre i confini della linea concettuale o momenti performativi apertamente esterni (l’uso di un auricolare da cuscino come filtro vocale da applicare direttamente in bocca), l’attenzione va perdendosi: schiacciata da una certa supponenza che deriva dall’indubbia perizia nell’esecuzione, si sgretolano i capisaldi di una struttura che fa molto affidamento sulla presenza. In altre parole, quando il semplice fatto che in scena ci sia l’icona Laurie Anderson invece che un performer qualsiasi prevale sulla necessità di comunicare un’urgenza, allora la solidità di una partitura pur così ben presentata subisce un attacco cruciale. E non appena la percezione dello spettatore riesce a sottrarsi all’ipnosi visiva-uditiva, ecco affiorare quelle che, se provenissero da chiunque altro, non avremmo problemi a chiamare ingenuità. Allora d’improvviso quei dissonanti loop di violino somigliano molto di più a una sequela di note casuali neanche perfettamente eseguite; certe tirate ammiccanti diventano un capriccio drammaturgico e i pochi elementi in scena, lontani dall’essere funzionali, sembrano oggetti accumulati senza un ordine reale.
Andando a riflettere sullo spettacolo, si finisce per aggiungere alla canonica considerazione della statura artistica di Laurie Anderson il tentativo disperato di ritrovare il senso perduto di certi passaggi. E allora una performance che vorrebbe essere innanzitutto coinvolgente non ha fallito il suo compito?

Sergio Lo Gatto

visto a Bruxelles, Palais des Beaux-Arts, il 28 maggio 2012

DIRTDAY (Another Day in America)
testi, voce, violino
Laurie Anderson