S’Ignora. La carne e l’ironia di Franceschelli e Guercio

foto rassegnauburex.blogspot.it

C’è qualcosa di diabolicamente divertente in questo S’Ignora, in scena alla terza edizione della rassegna Ubu Rex, targata Consorzio Ubusettete e quest’anno di stanza al multisala off dell’Orologio, e con ogni probabilità deriva dalla combinazione di autore, regista e interprete. La penna di Fabio Massimo Franceschelli, che ha raccontato (in ordine sparso) un’apocalisse, un parricidio, un’orgia del potere da fantapolitica e un enigmatico paradosso tra sogno e son-desto, finisce nelle mani di Francesca Guercio, che per lui è stata attrice e qui dà sfogo a un folle e potente estro registico. Stavolta sotto i riflettori c’è l’ego decadente e arrabbiato di una donna quarantenne, un’incontenibile Francesca La Scala che chiude a dovere questo cerchio creativo.
C’è chi spesso lamenta quanto l’arte possa essere sessista. E allora questa è una risposta sensata e, cosa più importante, non priva di ironia.

Una Barbie nuda se ne sta abbandonata sul proscenio; intorno, il palco è disseminato di accessori femminili, in gran parte borse e borsette, ma anche (simulacri di società patriarcali) un fornetto elettrico e una scopa; sulla sinistra un angolo off-limits attorno al quale si srotola del filo spinato; sulla destra un divano gonfiabile e un comodino filiforme che fa da altare votivo con tanto di incenso per un pupazzo di Ken in costume da bagno, unico elemento maschile. Quello è l’autore, a cui si deve il massimo rispetto, di cui si esaltano le righe poetiche, quello con l’estro incontrollato di chi ha il permesso di immaginare qualsiasi cosa, di dare forma a qualsiasi ipotesi e di imporre qualsiasi soluzione. Ma questa volta non è così. Il terreno metateatrale su cui si muove l’intero monologo viene calpestato da subito e con frenesia e spirito tali da liberarsi (saggiamente) di certi cliché altrimenti davvero troppo sentiti. Molto è in mano all’interprete, che commenta le battute stesse senza una reale pretesa di confondere il pubblico su cosa sia scritto e cosa improvvisato, piuttosto usando questo ritmo sincopato come un veicolo tenace per andare avanti nel racconto.

foto rassegnauburex.blogspot.it

Questa generazione è stata nutrita a cabaret (anche inconsapevolmente, come cercava di sottolineare Elvira Frosini nel suo Digerseltz, in scena una mezz’ora prima in sala Orfeo) per troppo tempo e il rischio che certe tirate sulle «donne tutte mignotte» in mezzo a uomini affascinanti latin lover suonino un po’ indigeste è lampante. Sarà anche lo schema a stand-up comedy cui la forma monologo scopre il fianco, ma certe volte – soprattutto laddove è potente la presenza dell’attore/attrice – il modo con cui si passa da un’invettiva all’altra conserva un po’ di quell’ammiccamento televisivo, complice la resa al linguaggio forte e al dialetto. E però a salvare questa operazione da una deriva eccessivamente verbosa e compiaciuta è la struttura stessa del testo, così ben razionalizzato dentro i ragionamenti di una donna-modello. Nel senso più filosofico e meno romantico del termine. Maternità, realizzazione professionale e rapporto con gli uomini sono le tappe di una ricerca interiore volta a ricostruire un percorso di coscienza. Anche il pericolo di eccessivo femminismo è scongiurato da una messinscena disseminata di trappole e sgambetti (sia per l’attrice che per lo spettatore), che fa di tutto per presentare tesi, discuterle e metterle da parte, in una forma di negazione che non è mai definitiva, mai rassicurante.

Il contributo visivo di qualche semplice ed efficace cambio luci e di momenti più solenni (un parto simulato sotto le luci rosse in cui La Scala confonde le battute tra urla strazianti e un epilogo con emblematici cetrioli affettati a colpi di mannaia) accompagnano lo spettatore in questo piccolo ma grintoso spettacolo, che non disperde mai la propria energia. E sul ponte sbilenco e sperimentale di una scrittura maschile al servizio di un’analisi femminile la lotta dei sessi perde finalmente ogni equilibrio di propaganda culturale, tornando a vivere di carne e di ironia. Come dovrebbe sempre essere tra gli animali intelligenti.

Sergio Lo Gatto

S’IGNORA
di Fabio Massimo Franceschelli
da un soggetto di Francesca Guercio
interpretazione: Francesca La Scala
regia: Francesca Guercio
consulenza artistica: Claudio Di Loreto
registrazioni “Mr. Flat Recording” di Francesco De Laurentiis
nell’ambito di
UBU REX 3
a cura di CONSORZIO UBUSETETTE

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.