Primo maggio senza I consigli della settimana teatrale

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Alberto Rabagliati è stato un cantante di quelli che piacevano a mia nonna, e forse all’epoca sua sarebbe piaciuto anche a me e tuttora devo dire che il suo effetto lo fa. Tra i suoi successi come non ricordare quella Mattinata Fiorentina in cui ricordava che «è primavera, svegliatevi bambine»? Ecco, ricordiamocelo, ricordiamo che è primavera e i fiori dovrebbero sbocciare, non certo seccare come accade di questi tempi. Le stagioni sono cambiate, ma non fino al punto di accettare che nei mesi della fioritura ci si debba riparare dalle foglie che cadono rinsecchite come fossimo in autunno; qualcosa non va, qualcosa sta cambiando senza rimedio se teatri, festival, produzioni e compagnie, di colpo come uno stacco del gambo dal suo ramo, iniziano a cadere uno a uno. Per questo motivo il consiglio questa settimana non ci sarà, perché preferiamo usare questa pagina per ricordare diritti e valori negati delle proprie professioni culturali, perché una foglia che si separa dall’albero fuori stagione non ha avuto abbastanza acqua e dovrà trovare nutrimenti alternativi per sopravvivere. Ma dall’albero lontana.

Un’altra canzone, Il maggio di Pietro Gori, sull’aria del Nabucco di Verdi chiamava questo giorno «dolce Pasqua dei lavoratori», chissà se ci ha pensato che ciò vuol dire degli stessi morte e resurrezione. Perché il Primo di maggio dal 1891 − dopo le sanguinose battaglie per le otto ore negli USA degli anni precedenti, che lasciarono questo giorno a commemorazione di tutte le vittime invendicate dell’ingiustizia sociale, fino al nuovo senso seguito alla strage tutta nostra di Portella della Ginestra nel 1947 − in questo paese (come già negli altri) è la Festa del Lavoro, dei lavoratori più precisamente, quelli che in questo Primo maggio 2012 sfilavano in corteo a Torino e sono stati caricati dalla Polizia che preservava dalla contestazione il sindaco Fassino, ultimo segretario dei DS, che una volta si chiamava PCI. I lavoratori in festa, ma qui di lavoratori invece non ce ne stanno più e tutto sta per diventare come una sorta di Primo maggio tutto l’anno, sempre festa perché di lavoro neppure si parla. Dal 1990 il Primo di maggio da tutta Italia si raggiunge Roma per andare a sbracciarsi e misurare la vista al concertone dei Sindacati Confederali ciggiellecisleuil a Piazza San Giovanni, il Primo di maggio ci si ricorda di chi al lavoro non ci va più perché c’è morto dentro – morti bianche le chiamano, ma se ci penso sono incazzato nero –, il primo di maggio è il giorno in cui nessuno deve chiederci niente, nessuno si deve anche solo sognare di esercitare quel potere con cui si diverte negli altri 364.

Scontri del 1° maggio 2012 a Torino - tg24.sky.it

Eppure da qualche anno qualcosa non va e allora ogni tanto è il caso di riformulare il pensiero che ci stava dentro a questo giorno di primavera, altrimenti si perdono i segni del tempo e poi è lo stesso tempo che, irato, ci lascia i segni addosso. Quei sindacati rimasti Confederali sulla carta e nelle notizie da TG, da qualche anno non lo sono neanche un po’, così come alle logiche del lavoratore qualcuno ipotizza si siano sostituite le logiche del mercato e degli imprenditori; il sindaco di Roma tra l’altro ha chiesto loro di contribuire con 240000 euro per i servizi speciali, in vista di un concerto che chiama a Roma centinaia di migliaia di persone, lui che – secondo quanto riportato, tra gli altri, dal Messaggero.it il 30 aprile c.a. attraverso le parole del consigliere regionale del Pd Enzo Foschi – ha foraggiato le sparute attività “culturali” della «Associazione di Promozione Sociale» Casa Pound per 12 milioni di euro, attività come l’incontro in una sala del Campidoglio con un terrorista nero sventata pochi giorni fa. Come se non bastasse, da un anno poi qualcun altro ha pensato bene che San Giovanni non era sufficiente in quanto piazza, ci hanno aggiunto un Paolo Secondo e hanno fatto beato il papa polacco, brav’uomo a quanto pare, ma un altro giorno non si trovava proprio?

Nell’ambiente teatro, sottomondo e primo mondo in pectore, le cose non vanno tanto diversamente: cadono finanziamenti e si estinguono esperienze nobili, mutano geografie e umori, ma soprattutto quel lavoro che altrove giusto soltanto “manca”, qui vive una condizione di mancata riconoscibilità nell’evoluzione culturale di un paese che ha inventato, compitato, esportato l’arte nel mondo, e ora sconta un reflusso tempestoso di annientamento. Da quasi un anno c’è chi ha iniziato come piccoli moti risorgimentali a rimappare l’Italia dei teatri, «lavoratori e lavoratrici dello spettacolo» è la firma che si portano, non sempre i loro obiettivi corrispondono a scelte e modalità apprezzabili e alcuni caratteri sono sul confine pericolante dell’autoritarietà, ma lo spirito che li anima ha avuto l’indubbio valore di riportare in luce il necessario dibattito prima assopito: agli occupanti del Teatro Valle e della Sala Arrigoni a Roma, del Forte Prenestino e del Kollatino Underground e anche a chi era al Rialto chiuso nel 2009, a tutti i centri sociali d’Italia, al novello Garibaldi Aperto di Palermo e al Coppola di Catania, alle azioni della Balena a Napoli, ma anche alle riunioni del C.Re.S.Co. e a tanti altri come loro, chi fa teatro dice grazie anche solo per aver affermato che esiste una professione e come tale merita rispetto.

Scontri del 1 maggio 2012 a Torino - tg24.sky.it

A loro però mi preme dire una cosa di più, oltre le lodi e le critiche in egual misura, a loro come a quell’ufficio stampa bolognese di uno stimato Centro di Promozione Teatrale universitario (quindi quasi all’opposto, paradossalmente) che nei giorni scorsi a una nostra richiesta di accredito ha avuto da dire che «l’ufficio stampa dialoga con le testate giornalistiche e non mi risulta che voi lo siate»: lo stesso seme di lotta e le stesse necessità sono nel nostro di mestiere, perché tale è, per ora volontario e non retribuito, ma è mestiere necessario di percezione e trasformazione, organo propulsivo e voce fuori dal coro, megafono e setaccio dell’arte. Sappiate farne uso, ma abbiatene rispetto.

Nessun consiglio questa settimana, se non quello di andare a votare in tante parti d’Italia, tanto le sale non saranno di certo vuote a causa di questo. Ma un segno va dato e spetta a chi svolge lavoro intellettuale farlo, perché se tante cose si estinguono, una resta ferma almeno per noi: a teatro il Primo maggio non ci andiamo né ci pensiamo, non scriviamo una riga e non vogliamo vedere altri lavorare, non andiamo nei due negozi su tre che hanno deciso di restare aperti e non cediamo alla vita H24, quando il giorno dopo ci torneremo porteremo con noi la coscienza che stiamo facendo un atto politico, senza cui possiamo dire addio alle Feste e al Lavoro e nemmeno ce ne renderemmo conto. Di un ambiente condannato a noi l’onore e l’onere di portare i doni e la croce. È primavera, cantava Rabagliati, e svegliamoci un po’.

Simone Nebbia

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