La realtà e il suo doppio. L’ultimo lavoro di Deflorian/Tagliarini

foto Ufficio Stampa

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini sono seduti alla sinistra estrema dello spazio, con gli oggetti che saranno di scena condividono l’attesa, estenuante per il gran numero di persone che deve accedere nella sala dell’ex bocciofila dove da un paio di anni ha sede l’Angelo Mai. In via di Caracalla si è raccolta in forze, per questo secondo appuntamento con le produzioni di Zone Teatrali Libere (Ztl), promosso all’interno del cartellone del Palladium, una larga fetta della comunità teatrale romana, poi c’è lo spettatore accorso per il passaparola ed ecco che si riempiono anche due panche appositamente sistemate a poco più di un metro dal proscenio.

Nell’attesa il vuoto della scena guida lo sguardo sui soli elementi già presenti, dei fari, posizionati a terra con delle piantane, i due attori/performer avranno modo così di muoverne il fuoco. Come sempre c’è una certa delicatezza nelle luci di Gianni Staropoli, vengono abbassate quelle di sala ma non del tutto, Daria e Antonio guadagnano lo spazio e cominciano a monopolizzare sguardo e attenzione del pubblico. L’incipit è una brusca deviazione dalle attese, lo spettatore viene accompagnato con lentezza e ironia all’interno dello spazio mentale e diegetico, quello di Janina Turek, entrando però dalla porta di servizio. Tagliarini e Deflorian cominciano dalla morte della casalinga polacca, chiedendosi in quale posizione potrebbe essere caduta, quali fossero i gesti dei passanti accorsi in aiuto. Janinia Turek cade con la busta della spesa in mano: camminata, infarto, caduta.

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Con l’impostazione formale tipica dei due precedenti spettacoli  (Rewind e From A to D), dedita al totale accantonamento di qualsiasi spettacolarizzazione, la vicenda di Janina Turek lambisce solo di striscio l’incipit metateatrale, fino a quando i due artisti cominciano con brevissimi e ravvicinati aggiustamenti a guadagnarsi la strada inseguita da due anni, da quando uscì su La Repubblica, l’articolo sul reportage di Mariusz Szczygieł dal titolo appunto Reality. Ormai il pubblico è dentro. Accantonate le derive comiche contenute nella messa a nudo della pratica teatrale utilizzata per rappresentare la morte (far finta di essere morto, essere immobili, non respirare, cadere in una posizione muscolarmente disordinata e dolorosamente innaturale…) è la vita della donna polacca a diventare il motore dello spettacolo. Janina Turek, a un certo momento della sua vita, probabilmente mentre stava per rientrare a casa, ripulendo le suole delle scarpe sullo zerbino, comincia a pensare ai quaderni dove appunterà gli accadimenti della sua vita, divisi per categorie e numerati, uno per uno. Un’opera di raccolta del quotidiano che ha dell’incredibile. Emblematica proprio la scena dello zerbino, era il 1943 spiega Daria, da quel momento cominciano più di 50 anni di vita, descritti e annotati senza la minima emozione. 748 quaderni senza uno sbaglio (la donna ritagliava un quadratino di carta e lo incollava sopra l’errore), è questa una delle cose che maggiormente ha sbalordito i due artisti; parlando con Daria emerge proprio lo stupore di fronte alla ricerca di senso in una logica spostata rispetto alle nostre comuni abitudini. Forse è proprio lo stupore visibile negli occhi dell’attrice a veicolare quelle emozioni di cui le migliaia di annotazioni mancano, ma è pure il loro intreccio, è la sequenzialità a spiazzare e soprattutto sono i vuoti tra gli accadimenti. Non solo perché passando gli anni l’anonima casalinga – che mai rivelò la sua compulsiva abitudine – diluiva le annotazioni dato che la vita iniziava a rallentare la sua corsa, ma soprattutto perché Tagliarini e Deflorian da un certo punto in poi abilmente mettono in crisi la certezza della realtà. Questa non esiste proprio a causa di quegli spazi neri. Quei vuoti, strappi su una linea cronologica lunga più di cinquant’anni, mettono in crisi la veridicità del racconto aprendo voragini in cui sarebbe facile cadere tentando di ricostruire il senso mancante. Sappiamo per esempio che con la solita freddezza Janina appuntò nella categoria “visite non annunciate” il ritorno del marito dopo anni di prigionia, ma non sappiamo quello che c’è stato un attimo prima o un attimo dopo.

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Lo stupore che si fa veicolo di un’emozione tangibile – catturando il pubblico più di quanto farebbe un trattamento empatico della drammaturgia e della recitazione – si alterna all’analisi concettuale della materia, al ripensamento sui mezzi e sul ruolo dell’artista performativo, come nel finale in cui la danza balinese dietro al telo diventa metafora di tutto l’approccio estetico e del lungo percorso di ricerca. Ma non ci sono Pina Bausch o Andy Warhol, a mettere in moto la macchina scenica questa volta è una donna che ha scelto di conferire al proprio quotidiano una dimensione temporale disumana componendo un’opera sulla propria realtà capace di fagocitare tutto il resto. La forza dei due artisti prodotti da Ztl sta proprio nel loro stare in mezzo a tutto questo senza rimanerne troppo immischiati, almeno apparentemente, guardando di lato e guidando così il nostro sguardo.

Andrea Pocosgnich

visto l’11 maggio 2012
Angelo Mai
Roma

Reality
ideazione e performance Daria Deflorian e Antonio Tagliarini
a partire dal reportage di Mariusz Szczygieł REALITY,
traduzione di
Marzena Borejczuk,
Nottetempo 2011
disegno luci Gianni Staropoli

consulenza per la lingua polacca Stefano Deflorian, Marzena Borejczuk e Agnieszka Kurzeya
collaborazione al progetto Marzena Borejczuk
organizzazione e comunicazione Filipe Viegas
una
produzione Planet3/Dreamachine, ZTL-Pro, Festival Inequilibrio/Armunia
 con il contributo di Provincia di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali
in collaborazione con Fondazione Romaeuropa / Palladium e Teatro di Roma
 Residenze Armunia/Festival INEQUILIBRIO, Ruota Libera/Centrale Preneste Teatro, Dom Kultury
Podgórze patrocinio Istituto Polacco di Roma
 con il sostegno di Nottetempo, Kataklisma/Nuovo Critico, Istituto Italiano di Cultura a Cracovia,
Dom Kultury Podgórze
ringraziamenti Janusz Jarecki, Iwona Wernikowska, Melania Tutak, Magdalena Ujma and Jaro
Gawlik