Focus Sicilia: l’isola inonda il Valle Occupato

Buonanotte di Quartiatri – Foto di Futura Tittaferrante

L’onda. Avete mai pensato a una scogliera quando la vede arrivare? Se ne sta lì che si crede granitica e possente, non teme acqua che la scalfisca, quasi – potesse – lo scoglio avrebbe da sorriderne. Poi però lo scroscio fa in modo di declinare la modalità dell’impatto secondo l’elemento di cui la stessa onda è composta: acqua, che allora si fa ovunque e cosparge a suo modo la scogliera che si credeva inattaccabile. Non l’avrà perforata, ma non potrà mai dire di non esserne stata colpita. Se poi la scogliera è questa città di Roma che vive le sue esperienze teatrali credendosi granitica, che vive di sé stessa e si convince che quanto in essa accade è tutto, ciò che accade, quell’ondata arrivata dalla Sicilia è uno scroscio imprevisto, vitale, che grida il suo monito con voce ferma: A sud di nessun nord. Cronache di decolonizzazione al Teatro Valle Occupato per un’intera settimana curata dall’Arsenale, federazione siciliana delle arti e della musica che riunisce trasversalmente esperienze artistiche dall’uno all’altro versante, da Catania a Palermo.

Ma un bell’anticipo era stato uno dei primi appuntamenti della rassegna teatrale del Valle Occupato, Sostanze Volatili, qualche settimana prima: Luciana Maniaci e Francesco D’Amore – omonima compagnia che fa dei cognomi una dichiarazione d’intenti – sono due artisti che operano a Torino da alcuni anni ma vengono entrambi dal sud (Messina lei, Bari lui), che un nord a questo punto pare averlo trovato. Il nostro amore schifo, il loro lavoro compiuto che da un paio di anni sta girando per l’Italia, è uno spettacolo minuto che indaga i meccanismi della relazione di coppia e che ha nell’essenzialità espressiva la sua forza detonante, come un sibilante cortocircuito che infonde nell’apparente leggerezza il dubbio che si stia parlando di situazioni ben più complesse e sentimenti vittime di derive emozionali. La loro leggerezza, dunque, ha un valore di contrasto e si fa lancinante e astuta, componendo dialoghi amorosi in cui rispecchiare il disamore, come un respiro si specchia nell’asfissia.

Sicilia al Valle Occupato – Foto di Futura Tittaferrante

Ad aprire invece la rassegna siciliana è stata la compagnia Teatrialchemici di Palermo, con il loro Desideranza, spettacolo che ha fatto conoscere la compagnia anche oltre il territorio isolano e che lascia al dialogo i cardini di quella relazione intima e violenta tra due fratelli, vittime dell’amore viscerale che si portano e che dal mondo li esclude. Quando invece la scena diventa quella del GIotto di Giuseppe Provinzano tutto cambia, l’intimità si fa mondo, la scena del monologo si trasforma collettiva: l’urgenza dei fatti di Genova 2001 è dopo undici anni di forte impatto, non dover specificare questo nodo irrisolto della storia italiana ma solo pronunciare città e anno è esattamente nobiltà e fallimento dichiarato dello spettacolo: la sua forma espositiva, divulgativa, è ancora la necessità che attiene a quell’occasione e che Provinzano è lungimirante nel dichiararle, in frammenti di idioma greco un futuro in tragedia, non già un passato.

Quartiatri è anch’essa compagnia palermitana, il loro Buonanotte è uno spettacolo di qualche anno e che colpì per freschezza e vivacità ancora oggi in evidenza: quattro attori, quattro sagome che articolano una sorta di strip comedy di critica alla società televisiva (quindi usano lo stesso mezzo a contrasto) e in genere all’esposizione del potere che ha bisogno di imporsi per dimostrarsi reale; cadenzato e allegro il ritmo tenuto su dalla regia di Dario Muratore, il solo peccato è forse un difetto di gioventù legato alla composizione drammaturgica che, pur componendo interessanti immagini, non riesce a conchiuderle in una visione effettivamente concreta.

Danlenuar di Giacomo Guarneri – Foto di Futura Tittaferrante

Ultima, venne la notte. Spettacolo conclusivo della settimana di permanenza è il Danlenuar di Giacomo Guarneri, regista de La pentola nera che pare affascinato da tinte oscure e da luci preziose con le quali ammanta il dialogo distante di una moglie e un marito divisi dai territori lontani del lavoro emigrante; appassionata la drammaturgia che fa dialogare due monologhi epistolari, ma lo spettacolo risente di una veste retorica che non salta oltre il racconto orizzontale, tenendo anche la visione in equilibrio fra un uso statico e tecnico di quella luce e dall’altro lato invece certi tagli che aprono bellissimi squarci in una storia d’altrove, che rinnova lo strazio in un canto disperato di perdita, alla fine di tutto, quando le due voci si fanno una e in quella di lei si rinnova, nell’assenza, la scelta d’amore.

La Sicilia è stata a Roma, dunque, ma non in vacanza. È giunta con quella vitalità che si raccoglie attorno ad esperienze forti, a più livelli di condivisione, che interseca l’Arsenale ai teatri occupati come il Coppola a Catania e il Garibaldi Aperto di Palermo, fino alle promesse di rete che Latitudini si spera abbia la forza di mantenere, per garantire alla costellazione di compagnie siciliane una forza di coesione e propulsione. L’onda si rompe sulla scogliera a lasciarla bagnata. Ma quando torna indietro, si ricompatta a ritornare mare.

Simone Nebbia

visto in maggio 2012 al Teatro Valle Occupato
Roma

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