Focus Sicilia: Dietro le quinte del Garibaldi Occupato

occupato - Mario Barnaba

«La città è alla Kalsa e alla Kalsa tende sempre a tornare», scrive Roberto Alajmo a proposito di uno dei quartieri più suggestivi e rappresentativi di Palermo. Qui, nei pressi di Piazza Magione, non lontano dalla Chiesa di Santa Maria dello Spasimo, sorge il teatro Garibaldi, occupato a partire dal 13 aprile e finalmente aperto. In arabo Kalsa è Al Halisah, l’Eletta, la Pura. In un tempo segnato dalla pratica liquida dell’occupazione, il Garibaldi è stato scelto, eletto appunto, ulteriore stendardo dell’autonoma riappropriazione di spazi culturali chiusi e assurdamente negati. Alle soglie del voto per l’elezione del nuovo sindaco la città, commissariata dal gennaio 2012, è in fermento. C’è chi tenta il dialogo con le istituzioni, così come il movimento attivo presso i Cantieri Culturali della Zisa, riuscito a seguito di un lungo percorso di progettazione e di discussione a raggiungere una serie di insperati obiettivi, tra i quali la restituzione alla cittadinanza della sala cinematografica d’essai ( 500 posti e mega schermo), oggi ribattezzata Sala Vittorio de Seta. E c’è chi, come gli odierni lavoratori e lavoratrici dello spettacolo garibaldini, rifiuta la mediazione e guarda a nuove strade, non ancora ben definite.

Sabato 28 aprile si è svolta l’inaugurazione dei lavori con la prima convocazione del tavolo tecnico Fare spazio del Teatro Garibaldi. Cinque gruppi costituiti dall’attuale Assemblea permanente, dedicati rispettivamente a musica, teatro, danza, arti visive e spazi, si sono riuniti per dare inizio a un attento ragionamento sulle politiche culturali cittadine e nazionali, sulle modalità di assegnazione e gestione degli spazi pubblici. «Vogliamo crescere da un punto di vista progettuale – raccontano gli occupanti – affinare le competenze, capire se in città vi siano altri spazi sui quali porre l’attenzione».

Per una valutazione critica volta alla trasparenza. Queste le intenzioni di chi ha affermato sin dai primi giorni di non voler occupare l’edificio per appropriarsene. Il Garibaldi è piuttosto un simbolo, uno degli esempi evidenti della noncuranza istituzionale, delle promesse disattese, delle strumentalizzazioni partitiche. Vero, così come vera è l’unicità del luogo sulla quale insiste da anni Matteo Bavera, direttore artistico del teatro sino al 2008. Più che corretto allora che tra gli obiettivi di questi giorni ci sia anche quello di ripercorrere la microstoria del Garibaldi per ricostruire i fatti legati alla chiusura e alla ristrutturazione. Perché è questo uno dei punti nodali della vicenda garibaldina che, in linea con la buona tradizione italiana, ha avuto bisogno di un gesto eclatante e ben visibile per tornare ad essere presa in considerazione.
Chissà in quanti si ricordano che negli anni Novanta la Kalsa è stato uno dei quartieri partecipi del tentativo di rinascita culturale e morale agognato e parzialmente raggiunto dalla città subito dopo le stragi del ’92. In quanti, ancora, hanno memoria del progetto palermitano Shakespeare al Teatro Garibaldi, ideato da Carlo Cecchi e Matteo Bavera, con l’appoggio del Teatro Biondo di Guicciardini e della Provincia, prima residenza artistica nel “teatro-rudere” chiuso da circa trent’anni, che ha visto per tre estati consecutive (1996-1998) le rappresentazioni alternate di Amleto, Sogno di una notte di mezza estate, Misura per Misura, con la partecipazione, tra i tanti, di Valerio Binasco, Iaia Forte, Spiro Scimone, Francesco Sframeli.

Teatro Garibaldi pre-restauro - foto di Ezio Ferreri

Solo a partire da quel momento, con la stesura di un progetto esecutivo da parte della precedente direzione, si ottenevano il finanziamento europeo di 4 milioni e 600 mila euro, parte dei quali destinati al restauro, e la nomina di Teatro d’Europa. Tra le tante stranezze: i lavori iniziavano sei anni dopo l’arrivo dei fondi, si svolgevano a porte chiuse e superavano i tempi prestabiliti (un anno, mai “reintegrato”, era stato concesso dalla direzione). La Sovrintendenza ai Monumenti è stata quasi costretta a mettere piede in teatro dopo un anno e mezzo e dopo una segnalazione del problema alla stampa da parte di artisti nazionali e internazionali.
Il progetto iniziale è stato completamente stravolto, il teatro chiuso. Il restauro avrebbe dovuto seguire due direttrici, racconta l’ex direttore artistico: da un lato conservare l’immagine originaria, l’identità di teatro all’italiana, dall’altro fornire strutture tecnologiche per le quali vi erano a disposizione 2 milioni e 600 mila euro, tra cui palcoscenico e platea mobili, per riprodurre tutte le possibili relazioni tra azione scenica e spettatori sperimentate nel tempo. Soluzioni queste, che prevedevano anche l’aumento dei posti disponibili. Invece il Comune intonacava e cementava, stravolgendo i volumi e restituendo un teatro agibile per gli stessi cento posti iniziali.

Così oggi, di fronte alla maschera del teatro Garibaldi, ci si interroga di nuovo e in modi differenti riguardo alle possibili soluzioni di riapertura e gestione. Secondo Bavera, da subito contrario all’occupazione, bisognerebbe ripartire dalle istituzioni: «Non sono d’accordo con questa modalità di procedere e l’ho detto apertamente. È vero che a Palermo ci sono molti problemi e che tutto ciò può essere letto come la manifestazione di un’emergenza e di un disagio reali, ma non è questa la soluzione dei grandi problemi della cultura a Palermo. È stato occupato un teatro disarmato, mentre si sarebbero dovuti attaccare altri cento posti: il Teatro Biondo per esempio, cadavere ambulante, è forse l’unico punto di partenza per una rifondazione del sistema teatrale, l’unico ad avere ancora un po’ di soldi e di competenze. Non sono d’accordo con la pura improvvisazione, con la programmazione incosciente e il qualunquismo teatrale contro il quale il Garibaldi si è sempre battuto. In questi casi sono molti gli interessi che si sommano e tutti trovano spazio perché in una situazione di caos,
di mancanza di struttura artistica, teatrale, va bene tutto. Il rischio è quello di una profanazione artistica, nonché quello di far passare il messaggio che la cultura sia gratuita. Non si deve fornire un alibi per non finanziare la vera cultura attraverso fenomeni di moda».

In conclusione: è chiaro che di fronte alle fosche tinte dell’epopea del teatro Garibaldi di Palermo debba esserci un qualche coinvolgimento istituzionale. Compito arduo è quello a cui è chiamata la futura amministrazione sollecitata da una fase occupazionale di passaggio, un inizio che (per tutelarsi e tutelare) dovrà rifuggire qualsiasi forma di esibizionismo, forte di un passato tanto recente e da non ignorare.

Francesca Bini

Comments
  • TEATRO GARIBALDI APERTO 9 maggio 2012 at 06:06

    io un contraddittorio da parte degli occupanti alle posizioni della vecchia e nobile direzione l’avrei data. Per dover di cronaca quanto meno … ce ne sarebbero di cose da dire a riguardo .. su soluzioni e illazioni!

    • Andrea Pocosgnich - Redazione TeC 9 maggio 2012 at 11:01

      Infatti questo è uno spazio dove è possibile commentare e replicare; e dato che ti firmi come TEATRO GARIBALDI APERTO, ovvero anonimo, ma maiuscolo :) prego avanti con il “contraddittorio”… puoi scrivere una replica.

      grazie

      Andrea Pocosgnich

  • Simone Nebbia 9 maggio 2012 at 11:31

    Intervengo perché molto a cuore mi sta la situazione: sono stato al Garibaldi Aperto appena pochi giorni fa, scrivendo un pezzo (che si trova sempre nel Focus Sicilia) di lancio dell’iniziativa e degli obiettivi, nonché di racconto dell’atmosfera bella che si respirava. E di certo non l’ho fatto solo “per dovere di cronaca” ma per dare conto di una situazione profondamente viva.
    Quindi diciamo che in teoria lo spazio per il contraddittorio, mi si farà notare da chi frequenta gli ambiti del giornalismo, avrebbe dovuto richiederlo l’amministrazione che non lo ha fatto ma abbiamo anticipato dando voce a questa intervista.
    Detto ciò: apertissimi a dare spazio a nuove voci, purché non diventi l’estenuazione di una differenza piuttosto visibile, come ovvio. Felici, inoltre, di costituire uno spazio di dibattito. E’ una delle cose migliori che possa accadere in questo mestiere.

    Saluti
    Simone Nebbia

  • sergio lo gatto 9 maggio 2012 at 15:52

    Sono d’accordo con Simone e Andrea.
    A parte il fatto che da sempre questo sito lascia aperti i commenti proprio per facilitare il contradditorio, è questo articolo di Francesca Bini a fungere da contraddittorio a quello sul Garibaldi Aperto, uscito qualche giorno prima.
    Ti invito a leggere e ti ringrazio di averlo fatto fin qui.
    SLG

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