Diario nel diario di Teatri di Vetro – La diocesi

fine serata a Teatri di Vetro 6 (foto trend-online.com)

Un diario è qualcosa di quotidiano. Sbagliato. Un diario è qualcosa di periodico. Sbagliato. Un diario è qualcosa di episodico. Già meglio. Un diario è qualcosa di istantaneo. Ti ci stai avvicinando. Un diario è qualcosa di momentaneo. Meglio ancora. Un diario è qualcosa che esiste di per sé, non è prima né dopo, sta lì. Vero. E allora quando vuoi, come vuoi, per il tempo che vuoi, puoi avvicinarti e decidere che gli appunti che stai prendendo diventeranno un diario. E che basta un inizio un po’ meno convenzionale del solito a chiarire che quello che si leggerà non sarà una recensione, non una riflessione. Ma un diario, appunto. La cosa che, neanche te ne accorgi, e ci sei già dentro. Quasi che potresti cominciare con una parola, anzi due, qualcosa che somigli a una considerazione, ma che come niente potrebbe essere anche il titolo di uno spettacolo. Porco mondo.

Così si chiama la nuova fatica di questo Biancofango, nome che in sé contiene una contraddizione esemplare. Maggio a Roma è uno stato mentale, un vortice breve, quella stessa energia che ti spinge giù per le vie di Garbatella si occupa di far rallentare le auto un attimo prima che ti tirino sotto quando, attratto da quel volto che ti sembra di riconoscere o dalla musica di un’installazione che sta per cominciare in uno dei lotti, alzi la testa oltre la visuale convenzionale. Andare oltre la visuale convenzionale. Di questo si occupa Teatri di Vetro, il fulcro che canalizza quell’energia. Nel bene e nel male uno degli eventi di questa capitale, ora che sempre di più ci tocca di inseguirli, ora che alle spalle ci sbarrano le porte degli spazi. Uno dopo l’altro. E allora davvero, porco mondo.

Dello spettacolo diretto da Francesca Macrì per l’azione di Andrea Trapani e Aida Talliente hanno parlato a fondo altre righe, che sono andate a fotografarne sia la potenza estetica e metodologica, sia soprattutto il fastidio odioso e viscerale che ti prende allo stomaco, ascoltando quei corpi contrarsi dentro una materia cui sembrano non appartenere mai. Sei seduto in platea, tutto intorno a te asseconda quella finzione che del teatro è massimo vessillo, non c’è niente che ti suggerisca dimensione altra, niente che ti serva a emanciparti dalla situazione canonica di platea. In scena, un uomo e una donna, immersi in un’azione continua, alle prese con l’invecchiare dei pochi oggetti in scena. Ci sono luci di scena, ci sono movimenti decisi, ci sono pause. Tutto è estremamente “messo in scena”. Eppure c’è un virus che buca la quarta parete, si attacca come si attaccano gli sbadigli. Improvvisamente delle parole che senti non ascolti più il significato, ché quello sta tutto nel diaframma che trema per emettere suoni. È quello dell’attore, ma è anche il tuo, che fai di tutto per soffocare un conato di vomito. Se stringi il braccio di chi ti sta accanto non è davvero per stupirti, a voce sussurrata, di quanto siano bravi i due sul palco, quanto per evitare che quel conato si esprima in un silenzio totalmente imbarazzato, quell’attorcigliarsi delle viscere che ti lascerebbe lì, al gelo della tua condizione di spettatore.

foto di Enea Tomei

Fortunatamente gli spettacoli “contemporanei” hanno ormai durata definita e difficilmente scavalcano i sessanta minuti. E allora quel fastidio trova presto ristoro, almeno apparentemente. Lo sciacqui dentro uno schiaffo d’acqua fresca nel bagno del Palladium e sei pronto a incrociare di nuovo lo sguardo di quanti, là dentro, nel buio della sala, ti sembrava stessero per pietrificarsi. Davanti alla porta del teatro sta parcheggiata una monovolume blu, vetri coperti da tapparelle spesse. È la macchina di Tamara Bartolini e Michele Baronio, è il loro luogo di esplosione performativa che come titolo, da programma, ha Tu_Two. Si parla di te, ma si parla di due persone, tanto che sembra quasi di sentire, in un sottofondo flebile, la voce di Rimbaud che dice «io è un altro». Controlliamo la lista, siamo i prossimi; entriamo in sei in quello spazio buio: tre sul sedile di dietro, tre nel bagagliaio che ospita una panca di legno. Al volante e sul sedile del passeggero siedono i due performer. Stipati come dentro una scatola di sardine, non c’è tempo di sudare, grazie alla brevità dell’azione, ma molto di più alla sua immediatezza.

Dall’autoradio distinguiamo le parole di Pasolini, coperte poi dal crepitare della modulazione che cambia. Alla luce fioca di una fascia di led bianchi incastrata tra i due schienali anteriori si sussegue una carrellata di “immagini radiofoniche”, un delirio orizzontale che attraversa l’immaginario denso di un’insofferenza nazionale. I due se ne rimangono distanti, mento sul petto, tra loro quel bagliore crea una distanza astrale. Potremmo essere barricati in un’auto che sta attraversando l’apocalisse. Come fossimo un magro manipolo di sopravvissuti ora arresi, dopo un vano tentativo di sfuggire al disastro. Abbiamo guidato fin dove potevamo. Poi la benzina è finita, finite le provviste. Ce ne restiamo in silenzio. Poi i due ci guardano finalmente negli occhi; si scambiano un bacio appassionato e un po’ violento; ci consegnano lumi a led con cui movimenteremo l’inquadratura, mentre loro tirano fuori microfoni e chitarra, indossano sgargianti occhiali da sole e con una gioia disperata che è solo di ultimi momenti cantano una canzone d’amore. Usciamo con la sensazione di un’amara e mezza salvezza e ci troviamo d’accordo che sono queste le situazioni in cui TdV si è specializzato, sono queste le portate più prelibate, momenti di spettacolo istantaneo che rubano la scena alla realtà.

Tamara Bartolini e Michele Baronio - locandina Tu_Two

E di questa linfa – annacquata all’eccesso – vive il Perdere la faccia di Menoventi. Il cortometraggio impossibile realizzato con Daniele Ciprì riflette e gioca con il confine di una realtà che si somma al proprio doppio inseguendo un codice che è chiaro e condiviso solo fino a quando un banale elemento esterno non interviene a spezzare il ciclo. Ed è straordinario sapere e poter dire che di questo spettacolo non è possibile parlare, non è permesso neppure a un diario. Nemmeno quel piglio istantaneo è sufficientemente leggero: spezzerebbe l’incantesimo.
Allora mi chiedo se esista davvero un binario per un attraversamento reale di un evento come questo. Di certo c’è il fatto che le punte sincopate di un racconto intercettano l’evento comunitario che è questo Teatri di Vetro come forse non riuscirebbe neppure una chiacchierata tra amici.

Ed è così che si conclude questa giornata, con il riassunto del passato immediato davanti a piccolo cerchio di due birre e un amaro. Noi di qui ci saremo passati e avremo avuto, del filo di questi eventi, i piedi fermi su mattonelle che invece si muovono. Se davvero saremo riusciti a raccontare qualcosa, sarà il fatto che quel racconto ha vita troppo breve. E si chiude improvvisamente, come un momento che, neanche te ne accorgi, come ci eri dentro ora ne sei fuori. E se ne è andato senza che potessi fermarlo. Porco mondo.

Sergio Lo Gatto

Visto a Teatri di Vetro 6 [programma] Roma
maggio 2012

Leggi anche:
i diari di Teatri di vetro 2012
le recensioni

Teatri di Vetro giunge alla sua sesta edizione per un Assalto i Limiti

————————————————————————–

leggi i diari delle passate edizioni:

Diari 2011

Diari 2010