Utopia. L’arca russa attraverso il Naufragio

Foto di Ufficio Stampa

Al Teatro Argentina va in scena Naufragio, secondo capitolo della trilogia/epopea The Coast of Utopia, scritta nel 2002 dall’inglese Tom Stoppard e qui proposta in un’agile traduzione di Marco Perisse e Marco Tullio Giordana, che cura anche la regia. Una regia che è quasi una riverenza nei confronti della lingua scenica, un continuo inchino che lascia il passo al testo. Un testo che le sponde di quell’Utopia le percorre tutte, raggiungendo una perizia e una finezza davvero sbalorditive.

La vicenda riapre qualche anno più tardi di dove il primo capitolo, Viaggio, l’aveva lasciata. Nell’amena tranquillità di un parco di primavera si riaccende la discussione del gruppo di pensatori: chi è emigrato in Francia, chi in Russia, Belinsky, Bakunin e Herzen emergono qui come tre facce dello stesso prisma. In loro esplode, fiammeggia e si estingue la spinta incontrastabile a una coscienza. Appesantito il primo dalla gravità di una vita personale di infrangibile solitudine, ossessionato il secondo dalla formalizzazione di un modello anarchico – condizione che in sé contiene un paradosso -, scosso il terzo dall’urgenza di nominare un muoversi comune, dal constatare un battito vitale e da uno scetticismo nichilista che gli dividerà il cuore anche negli affetti.

Lasciato alla prima parte lo spinoso compito di introdurre ambientazione e personaggi, questa seconda può viaggiare più leggera, le vele gonfie di una potente maestria letteraria e una fame di domande e speculazione che sembra non avere tregua. I dialoghi serrati esplorano davvero ogni più recondito angolo di sapienza storica, dimostrando una chiarezza di pensiero davvero sorprendente. Lo strumento più affilato di Stoppard è come sempre l’ironia, quel gusto per il tratteggio sottile del personaggio che qui, applicato a nomi e soprattutto a idee così segretamente parte del nostro stesso immaginario occidentale, riesce a stemperare anche gli affondi dialettici (e quasi didattici) potenzialmente più pesanti. Il risultato ottenuto, con precisione d’orologio, è un esperimento di traduzione e interpretazione del pensiero che percorre anni di storia e inanella con costanza il racconto epico di un’intera evoluzione culturale.

Si potrebbe prendere nota di ogni singola battuta, ma non viene lasciato tempo sufficiente. E forse il nodo sta proprio lì. La storia va avanti e non aspetta, la razionalizzazione di un così cruciale susseguirsi di eventi giunge sempre con qualche secondo di ritardo. Aiutato da un ritmo leggero e da una educata regia, messa al servizio della struttura, il testo di Stoppard mette così lo spettarore nella stessa condizione dei protagonisti, in continua asincronia con il verificarsi di una sorta di presagio. Tutti i ragionamenti sull’arretratezza (sociale e culturale) del sistema zarista, sulla già galoppante corruzione dell’Europa, sul fatto che la Russia «illuminerà l’Occidente con la sua letteratura» – quando e se finalmente libera da censura – e tuttavia finirà per «appartenere alla geografia ma non alla storia»; tutte le deduzioni, così cristalline nella loro lungimiranza, affiorano in stanze chiuse, in salotti privilegiati in cui la polvere del mondo non entrerà mai. E lì muoiono, come in un museo della coscienza in cui non arrivano suoni dell’esterno, protetto e per questo già morto ancor prima di nascere.

Foto di Ufficio Stampa

Il silenzio che contorna tutti gli sproloqui dei protagonisti fa il paio con il tono emotivo ma posticcio degli scarni fondali e con i costumi così ben curati e intonati al colore delle luci, nella creazione di questo mondo altro in cui le idee si annientano a vicenda con la loro stessa forza, fuoco contro fuoco. Mentre fuori infuria la Seconda repubblica parigina e i moti insurrezionalisti polacchi e Bakunin finisce in catene, dentro c’è sempre tempo per sciogliersi in un momento di riflessione, in fondo così squallidamente inutile. Punte alte di allegoria arrivano con il personaggio di Kolja, il figlio di Herzen, una sorta di incarnazione della stessa Russia (sorda solo finché il tuono non fa brontolare le costole) e che funge da termometro emotivo degli eventi, o quando il morbo dell’idealizzazione colpisce anche la sfera del cuore, con Natalia, moglie di Herzen, che attacca lunghe tirate su un amore che non ha confini, finendo poi di quell’amore vittima e colpevole. Mentre la scena finale si avvita in un onirico e vorticoso flashback che ci riporta a quella iniziale, capiamo allora che gli unici momenti davvero dolorosi sono un tradimento, una morte e un naufragio, appunto, che tende la mano al Salvataggio che vedremo la prossima settimana.

Di nuovo un coro di attori luminoso e generoso, al servizio di uno spettacolo che come pochi altri ultimamente dimostra di avere, genuino, il fuoco del “dire”. All’intervallo nel foyer e al cospetto della pioggia che ci attende a fine spettacolo scambio con qualche collega e amico sguardi e parole di compiaciuta approvazione, mentre ripenso a chi di questo lavoro si ostina a parlar male. È un piccolo mistero. E in qualche modo è bello che resti tale. Come questa società teatrale davvero mai riesca a dirsi contenta. Chi lamenta produzioni dal respiro troppo corto, chi sbuffa a una troppo lunga inspirazione. E il velluto degli stabili trattiene tra le sue morbide maglie tutte queste contraddizioni. Contraddizioni vitali, linfa per una discussione della cui morte non vorremmo mai essere spettatori.

Sergio Lo Gatto

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dal 10 al 29 aprile 2012
Teatro Argentina [cartellone] Roma

orari 
martedì, mercoledì e venerdì ore 21.00
giovedì e domenica ore 17.00
sabato ore 19.00
lunedì riposo

Date dei tre spettacoli

Viaggio dal 10/4 al 15/4
durata 2 ore con intervallo

Naufragio dal 17/4 al 22/4
durata 2 ore con intervallo

Salvataggio dal 24/4 al 29/4
durata 2,30′ con intervallo

THE COAST OF UTOPIA
Viaggio-Naufragio-Salvataggio
di Tom Stoppard
regia Marco Tullio Giordana
con (in ordine alfabetico)
Andreapietro Anselmi, Ludovica Apollonj Ghetti, Francesco Biscione, Giuseppe Bisogno, Roberta Caronia, Paola D’Arienzo, Luigi Diberti, Denis Fasolo, Selene Gandini, Corrado Invernizzi, Erika La Ragione, Luca Lazzareschi, Sara Lazzaro, Tatiana Lepore, Alessandro Machia, Bob Marchese, Giorgio Marchesi, Valentina Marziali, Marit Nissen, Davide Paganini, Fabrizio Parenti, Irene Petris, Odette Piscitelli, Marcello Prayer, Edoardo Ribatto, Gabriella Riva, Nicolò Todeschini, Sandra Toffolatti, Giovanni Visentin
e con la piccola Angelica Barigelli

e con la Fisarmonicista Marit Nissen (VIAGGIO)

scene e luci Gianni Carluccio
costumi Francesca Sartori, Elisabetta Antico
musiche Andrea Farri
traduzione di Marco Perisse e Marco Tullio Giordana
regista collaboratore Daniele Salvo
organizzazione generale PAV
ufficio stampa ZACHAR Patrizia Cafiero & Partners
fotografo Fabio Lovino

Una produzione Fondazione del Teatro Stabile di Torino, Teatro di Roma,
Zachar Produzioni di Michela Cescon
si ringrazia la Fondazione RomaEuropa per il sostegno e la collaborazione

Comments
  • Luca 21 aprile 2012 at 10:30

    Come si fa ad elogiare uno spettacolo in cui la gente ronfa in sala dalla noia, tranne i pochi critici e addetti ai lavori compiacenti, mentre in scena c’è uno sperpero di soldi per scenografie e costumi spesso inutili, usate solo per le pruderie visionarie e il delirio di onnipotenza di un regista di cinema e non per una effettiva necessità scenica? Il testo è interessante, ma il teatro è un’altra cosa…con tutto il rispetto per Marco Tullio Giordana e tutti quelli che hanno lavorato a questo spettacolo.

  • sergio lo gatto 21 aprile 2012 at 18:31

    Caro Luca,
    perdonami ma in uno spettacolo come questo non vedo alcuno sperpero. È di certo uno spettacolo da Stabile, in cui la coproduzione permette il grande respiro di un’opera che se straripa dalle durate e dalla struttura canoniche è solo perché il progetto (innanzitutto poetico) lo prevede. Non vedo tutto questo spreco di risorse. Le scenografie sono quanto di più economico si possa immaginare, soprattutto rispetto agli standard dei Teatri Stabili.
    Ti stupirà, ma per colorare un fondale di rosso, per proiettarvi sopra delle istantanee, per far calare lampadari e slittare velatini servono *molti* meno soldi di quanto non se ne spendano per mausolei di pietra in proscenio, vetrate di sfondo o per quindici metri di candido divano in pelle. È solo un esempio, che non ho a cuore di esplicitare.
    Il Teatro di Roma e altre strutture omologhe sperperano una quantità di soldi per scene inutili intorno a pochi e sopravvalutati attori, che spesso non avrebbero poi così bisogno di lavorare. E tutto con soldi pubblici, con i miei e i tuoi risparmi.
    Oltre alla produzione di Roma e Torino, qui la produzione esecutiva è in mano a un privato: Zachar Produzioni è il nome che qui porta il portafogli di Michela Cescon, che comunque ha investito e creduto nel progetto fin dall’inizio. Quello che si spende nei costumi mi sembra più che giustificato sia da un punto di vista stilistico che, molto più importante, funzionale. Non ci sono in scena orpelli messi lì a caso ma solo usati ad hoc su un palco sgombro e a disposizione di un folto gruppo di giovani e zelanti attori (che rappresentano poi il vero investimento). Io che, come altri su queste pagine, sono spesso molto critico riguardo a come vengono investiti i soldi (soprattutto pubblici) nel teatro di oggi e come certe operazioni vengano spacciate per teatro d’arte, mi trovo qui a spezzare una lancia a favore di questo ibrido.
    Qui siamo alla presenza di uno dei testi più densi e meglio scritti della drammaturgia contemporanea, messo invece in scena con grande umiltà, quel delirio di onnipotenza del regista davvero non riesco a vederlo.
    Provare noia è diritto di tutti. Soprattutto al cospetto di operazioni come queste che si prendono il rischio (ben assolto) di andare a fondo su temi che, oltre alla storia, riguardano l’evoluzione del pensiero. Un principio irrinunciabile che sempre di più certa cultura blasonata dimentica. Ma provare noia è una cosa, per constatare la frivolezza di un’operazione occorrono ben altri argomenti.
    Io – che con te plausibilmente condivido una sfera culturale – esco da uno spettacolo come questo sapendo molto di più su quello che accadde lì in quel tempo e soprattutto quel che accade qui nel nostro. Tu?

    Grazie di aver letto, sinceramente.

    SLG

  • Paolo 21 aprile 2012 at 20:34

    Condivido in pieno la risposta di Lo Gatto: Luca evidentemente sa poco di scene, costumi e costi associati, e non ha mai visto, penso, esempi clamorosi di allestimenti che sperperano denaro pubblico (ricorda qualcuno il “Pasticciaccio” di Ronconi, bello ma costosissimo, montato solo 20 giorni a Roma e mai più ripreso?). Aggiungo che lo spettacolo è fuori abbonamento, ed è un altro bel gesto che pochi hanno apprezzato: sarebbe stato comodo “proteggere” la Trilogia con lo schermo degli abbonati che, spesso, digeriscono qualsiasi cosa e che non distinguono Pirandello da Ionesco. In questo caso, invece, la Trilogia deve essere espressamente scelta dal pubblico, e la scommessa mi sembra fin qui vinta, a giudicare dalla sala strapiena che ho avuto modo di vedere sabato scorso. Unico neo: i biglietti a settembre furono venduti con un cast di richiamo (Zingaretti, JasmineTrinca, Boni, Valentina Cervi ed altri) poi rimossi a gennaio

    La noia, invece, è un diritto di tutti, ma in questo caso bisogna proprio andarla a cercare con il lanternino, perché l’operazione è quanto di più valido e culturalmente elevato si possa chiedere ad un Teatro Stabile. Il testo è splendido, dotto, abile nel cambiare e mescolare piani e toni, e sorretto da un cast di ottimo livello (Invernizzi su tutti).

    Giudico invece ingeneroso ed un po’ esagerato il richiamo a Gabriele Lavia (lo vogliamo dire che il “candido divano” e il “monumento funebre” al proscenio sono quelli del suo ultimo “Tutto per bene” che, spero, coprirà parte dei suoi costi con la ripresa del prossimo anno e con una tournée fin qui mancata) che, con lo Stabile da lui diretto, non ha mancato di sostenere e produrre lo spettacolo. Ed è lo stesso Lavia che, pur non avendone bisogno, decide di recitare Pirandello al Quarticciolo ed a Torbellamonaca (non proprio due “campi” facilissimi, ne converrete), tra l’altro ad ingresso gratuito: non è forse questo un esempio di “teatro sociale”?

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