Riflessioni sulla ripresa di Einstein on the Beach

foto di Lesley Leslie-Spinks (www.pomegranatearts.com)

Con piacere ospitiamo le riflessioni di Roberto Giambrone sullo spettacolo Einstein On the Beach.

Laureato in Discipline dello Spettacolo e Dottore di ricerca in Studi culturali, Roberto Giambrone è giornalista professionista e critico di teatro e danza. Collabora con La Repubblica-Palermo e Danza & Danza. Pubblica saggi e articoli di diverso argomento su alcune riviste, tra cui Engramma e Danza & Ricerca. Ha curato diverse rassegne e pubblicazioni sul teatro e la danza. Dirige, con Eugenia Casini Ropa, la collana “Danza d’autore” per la casa editrice L’Epos di Palermo. È autore di Pina Bausch. Le coreografie del viaggio (Edizioni Ephemeria, Macerata 2008). Dirige l’Ufficio Stampa e l’attività editoriale del Teatro Biondo Stabile di Palermo

La ripresa di Einstein on the Beach di Bob Wilson a quasi quarant’anni dalla sua prima edizione offre alcuni spunti di riflessione su una stagione teatrale che sembrava definitivamente storicizzata e che invece si presta a nuove stimolanti analisi.

Siamo abituati allo stile Wilson, così riconoscibile e addirittura rassicurante, con la sua eleganza formale, i suoi colori cangianti, le pose scultoree e i lenti movimenti che hanno scandito, in oltre trent’anni, il teatro, la lirica e addirittura le sfilate di moda di un regista ormai consacrato. Quante volte, nel descrivere questo o quello spettacolo del teatro contemporaneo, abbiamo citato il maestro statunitense, aggettivando un preciso modo di intendere la scena? “Wilsoniano”, appunto, “alla Bob Wilson”.

E però, rivedendo adesso Einstein on the Beach, questa pietra miliare del teatro novecentesco (grazie a Pomegranate Arts e Change Performing Arts e al Teatro Valli di Reggio Emilia, che ha ospitato le uniche due recite italiane), scopriamo che le definizioni offuscano sempre la memoria degli eventi, semplificano, forse necessariamente, per un discorso storiografico, ma a discapito dell’enorme varietà di contenuti e di segni che certe opere dal vivo posseggono.

Così, l’abitudine che trasforma certe invenzioni sceniche in stilemi ci fa perdere per strada (talvolta insieme all’artista) tutte le sfumature di quelle invenzioni. Per esempio, proprio rivedendo Einstein, scopriamo che è un’opera divertentissima, ironica, una specie di viaggio nel paese delle meraviglie di carrolliana, ma anche timburtoniana memoria. E chi lo avrebbe mai detto? Sono il primo, lo confesso (ma sono certo di non essere il solo), ad aver maturato negli anni l’idea di un teatro immagine wilsoniano più algido che passionale, in sintonia con le geometrie delle sue scene, le luci e gli effetti, le musiche minimaliste di Glass e compagni. E invece, a dispetto delle seriose teorie sulla performance degli anni in cui Einstein nasceva, abbiamo sorriso dinanzi all’irrituale esibizione del coro (che a un certo punto tira fuori, “a tempo”, finanche uno spazzolino da denti), al trucco einsteniano del primo violino, allo stravagante processo celebrato da un anziano giudice e da un bambino, agli orologi che corrono all’indietro, a razzi e attori che volano, fino al tenero saluto dell’anziano tranviere di colore, che conclude quasi cinque ore di incalzante e complesso spettacolo raccontando una storiella d’amore alla Peynet.

Non c’è dubbio che la coppia Wilson-Glass volesse divertirsi e farci divertire quando immaginò questo monumento alla postmodernità, affidando i testi al dislessico Christopher Knowles e le coreografie di cristallina bellezza prima a Andy de Groat e poi a Lucinda Childs, raffinatissima performer dell’ex Judson Dance Theater. Entrambi gli artisti continuano a ripetere che lo spettacolo non ha un significato preciso e che sarebbe invece il risultato di una serie di suggestioni su Albert Einstein nate per associazioni di idee e di immagini, come certe scritture surrealiste o, più propriamente vista l’epoca e l’ambiente in cui i due operavano, secondo i principi aleatori professati da John Cage e Merce Cunningham. Di certo non bisogna sforzarsi di leggere lo spettacolo in un’unica direzione, per esempio lasciandosi condizionare dalla figura di Einstein, che pure c’entra molto, per certi riferimenti biografici o anche solo figurativi, per le allusioni alla scienza e alla tecnologia (bomba atomica compresa), o anche solo perché, come dichiarato a suo tempo, il titolo sarebbe nato dall’osservazione di una foto dello scienziato ritratto, appunto, su una spiaggia (ma On the Beach è anche il titolo di un romanzo apocalittico di Nevil Shute).

foto di Lucie Jansch (www.pomegranatearts.com)

Piuttosto gli autori sembrano invitarci a naufragare in questo flusso ipnotico di musiche e immagini dal quale, volendo, si potrebbero anche prendere le distanze allontanandosi dal teatro per poi rientrare, come fanno gli spettatori degli interminabili spettacoli giapponesi del teatro No. Allora, una volta abbandonati al flusso, coglieremmo una miriade di segni, di citazioni, di suggestioni, e altre ci sfuggirebbero sicuramente. In certi gesti dei performer vedremmo in filigrana la biomeccanica di Mejerch’old, e nei danzatori i vortici estatici dei dervisci, rifletteremmo sulle installazioni d’arte contemporanea, da Flavin a Donald Judd, mentre la musica, facendosi più incalzante e metallica come un Gamelan balinese, ci stordirebbe come una droga; e mentre sorrideremmo al nonsense di scene come quelle del processo o dei cantanti in coda al treno, ci prepareremmo all’imponente citazione di Metropolis, con le macchine di luce impazzite, che gli attori cercano di controllare, fino all’esplosione che fa spazio alla luminosa passerella un po’ glamour dell’ultimo atto.

Ecco, Wilson è tutto questo, è mezzo secolo di storia del gusto e di storia dell’arte, di musica e teatro, è colui che ha traghettato la performance degli anni ’50-’70 nel teatro visuale e gestuale degli anni ’80, sviluppando la linea formalista della scena statunitense in contrapposizione a quella espressiva della scena europea, specialmente tedesca (Tanztheater). In un certo senso Wilson è riuscito a comporre, in una forma rigidissima, in quanto molto stilizzata, tutte le nevrosi della scena contemporanea, risolvendo brillantemente quella dialettica tra forma e contenuto in cui si dibatte tutt’oggi il teatro europeo.

E tuttavia, e per questo continua a incantarci nonostante l’overdose di stilemi “alla Wilson”, rimane un enigma che il tempo non chiarisce. Il rinnovato successo di Einstein on the Beach è dovuto alla forza di un teatro visionario che ancora oggi ci affascina proprio per la sua inesplicabilità, per la capacità di attivare il nostro immaginario, e i nostri sensi, attraverso la costruzione di un atlante delle immagini nelle quali ci riconosciamo nonostante (o forse proprio per) la loro stravaganza.

Roberto Giambrone

Leggi l’articolo di presentazione di Chiara Pirri (con le prossime date della tournée)

Einstein on the beach
un’opera in 4 atti
di Robert Wilson – Philip Glass
coreografie Lucinda Childs
produzione Pomegranate Arts, Inc. in associazione con Change Performing Arts; BAM; the Barbican, London; Cal Performances University of California, Berkeley; Luminato, Toronto Festival of Arts and Creativity; De Nederlandse Opera/The Amsterdam Music Theatre; Opéra et Orchestre National de Montpellier Languedoc-Rousillon; University Musical Society of the University of Michigan.