Mk, Il giro del mondo in ottanta giorni: indifferenza e alterità

foto di Andrea Macchia - fonte www.80jours.org

Il Palladium ha accolto, ormai qualche settimana fa, l’ultima tappa del progetto che ha visto la compagnia romana Mk in viaggio per Il giro del mondo in ottanta giorni. Al festival romano Istantanee al Kollatino Underground di questo progetto era stata presentata una costola, una coreografia indipendente dal titolo Quattro danze coloniali viste da vicino (visto anche ad Armunia 2011). Così come ispirato al grande romanzo di Jules Verne era anche Speak Spanish (2009).
Il lavoro che ora Michele Di Stefano presenta al fedele e appassionato pubblico capitolino si inserisce in una dimensione di continuità rispetto alle altre tappe, così da poterlo meglio definire come un “progetto” piuttosto che uno spettacolo tout-court (ovvero Il giro del mondo in ottanta giorni), anche se segna una spaccatura, una presa di distanza netta rispetto a quanto abbiamo avuto modo di vedere sulle scene del Kollatino, o a Forlì in occasione di Crisalide festival, o già allo stesso Teatro Palladium nella scorsa stagione. Questa distanza che l’assetto coreografico e visivo identifica rispetto al percorso è segno e sintomo di una maggiore chiarezza di intenti stilistici e di un pensiero artistico che si delinea – qui ancor più che prima – con forza e limpidezza.
Riassunto brutalmente — come non meriterebbe — il “concetto”, che programmaticamente e manifestamente accompagna da sempre la danza di Mk, questa volta verte e si coagula nella creazione di un pensiero attorno al senso del viaggio, dimensione che lega le culture, le differenze, gli spazi fisici e mentale, quelli che dunque sono gli elementi fondanti nel romanzo di Jules Verne. Questi elementi sono però osservati ora attraverso la lente della contemporaneità, per indagare quale significato assumano in quest’epoca in cui si schiaccia il globo e insieme si annienta il desiderio della sua esplorazione, stritolata tra il pensiero capitalistico e un’attitudine al viaggio deviata: il turismo.

foto di Andrea Macchia - fonte www.80jours.org

Il tema è trattato con un approccio ironico, anche laddove formalmente preciso e pulito. I riferimenti al libro dello scrittore francese sono riscontrabili attraverso l’analisi semiotica degli abiti tradizionali e delle bandiere di paesi orientali, nelle partiture coreografiche che accolgono elementi di danze tradizionali rilette dal corpo occidentale. I segni del viaggio, delle etnie incontrate durante il cammino sono dunque letti da un pensiero e da un corpo eurocentrico, dove chiaramente ciò che Di Stefano presenta non è l’alterità culturale bensì la denuncia dell’appiattimento di questa alterità rispetto ad una struttura intellettuale univoca, che trova le sue basi nella cultura dominante a cui apparteniamo. Il pensiero passa privo di retorica, attraverso quello che giustamente fu definito un “corpo sottile”, ma non ancora incisivo e innovativo come accade invece in quest’ultima tappa del progetto.

Nello spettacolo che abbiamo da poco visto al Palladium, il libro di Jules Verne in effetti non c’è. Il viaggio attraverso il mondo non è restituito né attraverso segni esteriori (vestiti, gestualità rituale o caratteristica), come accadeva nelle tappe precedenti, né attraverso un particolare uso del corpo coreografato.
Un sottile filo drammaturgico, un rimando — ironico e disincantato — al romanzo lo si trova nella bandiera del Nepal, a cui fa seguito un cappellino di paglia cinese e fuggevolissimi elementi di danze che alludono alla tradizione orientale, elementi sempre più confusi nella grana coreografica di Mk. L’indifferenza, che prima di tutto si manifesta nei confronti del riferimento letterario, è però un’indifferenza sottile e sensuale dei corpi l’uno nei confronti dell’altro, del suono rispetto a ciò che accade sulla scena, del personaggio che entra armato di impermeabile e freccia e vaga, agisce senza nessuna relazione con la danza che prende corpo sulla scena.

In quest’ultima tappa il romanzo è contraddetto, messo in discussione, lavorato e infine negato nel suo senso intrinseco dal lavoro del corpo e dalla coreografia che i corpi costruiscono nello scambio con il suono e con il dispositivo visivo. Il processo di lavoro ha generato un atteggiamento – ancora una volta – indifferente nei confronti del riferimento letterario da cui il progetto stesso ha avuto origine.

foto di Andrea Macchia - fonte www.80jours.org

A crearsi è uno stato del corpo che diventa uno stato del suono e dell’immagine, apre uno spazio che non c’è, situa il viaggio fuori dalla geografia e dalle culture.
Se le tappe precedenti suggerivano la perdita della possibilità di riconoscere la diversità, donata in pasto quotidiano ai nostri occhi e alle nostre orecchie, resa vicina e perciò lontana, schiacciata in un melting pot culturale, quest’ultimo giro del mondo cerca di nuovo un altrove, non più esterno — perché impossibile da rintracciare — bensì interno. Il margine tra qui e altrove è lo spazio in cui tutto accade: le dinamiche del corpo coreografico, del corpo suono, del corpo immagine, e la coreografia stessa che si crea tra i dispositivi indicano continuamente questa dimensione altra. Quell’indifferenza assume dunque significato come strumento utile allo scopo: la costruzione di un altrove che occupa uno spazio interno, puntuale e in espansione, un non-luogo. E questo altrove trova concretezza e vita nella presenza: dei corpi, del suono, dell’immagine  – sobria –  e di una composizione coreografica di tali elementi al di fuori di una gerarchia tradizionale che vorrebbe vedere il corpo predominare sul resto.

Chiara Pirri

31 marzo – 1 aprile 2012
Teatro Palladium [stagione 2012] Roma

Il giro del mondo in 80 giorni
Produzione mk11, Festival Torinodanza Torino, ZTLpro Provincia di Roma/Assessorato Politiche Culturali
in collaborazione con Fondazione Romaeuropa/Palladium, Mosaico Danza/Interplay Festival residenze Armunia Festival Castiglioncello e La Zona Teatro
con il contributo del MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali
con Philippe Barbut, Biagio Caravano, Haithem Dhifallah, David Kern, Roberta Mosca, Laura Scarpini & guests musica Lorenzo Bianchi light design Roberto Cafaggini fumi Lorenzo Bazzocchi coreografia Michele Di Stefano organizzazione Anna Damiani/PAV web Biagio Caravano
www.80jours.org / documentazione video Anna de Manincor/ZimmerFrei

Comments
  • Matteo 13 aprile 2012 at 15:16

    “Lontano, ma da dove?, mi canto mentalmente mentre volo, senza scalo da niente a niente” – Herbert Pagani
    Bellissimo spettacolo e bellissimo pezzo!
    M.

  • Scrooge 13 aprile 2012 at 15:39

    anche scrooge si è espresso sull’argomento!
    http://scroogeit.blogspot.it/2012/04/sullimportanza-dellautore.html

    • Redazione 13 aprile 2012 at 17:55

      Sono d’accordo con Chiara, Scrooge, limitarsi a darci informazione riguardo al fatto che *sul tuo blog* hai espresso un’opinione su questo punto non è esattamente segno di correttezza, tantomeno di alto livello di analisi critica.
      Spero che, oltre a firmarti, in futuro tu abbia qualcosa di più stimolante di un link da aggiungere alla discussione di queste pagine. Altrimenti ci toccherà chiamarti con l’altrettanto anonimo ma ben più spiacevole nome di: Spam. ;) Sergio Lo Gatto

  • Chiara 13 aprile 2012 at 17:36

    Nonostante voglio sottolineare che il luogo dei commenti è tale perché ognuno possa esprimere la propria idea, che tu qui invece non fai, perché ad un’altra pagina web, deviando il mezzo: spazio dei commenti, verso un utilizzo che penso non gli sia consono, in realtà su questa cosa passo, mi interessa poco.
    Trovo però che la tua critica di: conformismo, nei confronti dello spettacolo di MK, aldilà del fatto che non mi trova d’accordo -ma questo è ancora una volta poco interessante-, non è adeguatamente giustificata.
    Giustifichi un pò la tua idea, riguardo l’utilizzo della musica, ma non lo fai per il resto delle critiche che adduci allo spettacolo. E questo mi dispiace, perché è uno dei motivi per cui la critica perde oggi di valore, importanza e credibilità.
    Va bene criticare in negativo -benissimo direi! compito arduo ma a volte necessario-, ma che la critica sia giustificata da un’analisi, altrimenti è fine a se stessa.

    Per la prossima volta ti chiederei “scrooge”, se vuoi di firmarti, altrimenti anche solo di riportare il tuo pensiero nel corpo del commento.

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