Il rap arcaico di Santopietro alla ricerca del presente

foto Michela Amadei

C’è uno spazio buio, che divide un operaio morto sul lavoro da uno studente, è uno spazio senza tempo di un limbo che permette l’incontro, ma non il dialogo. Il vuoto si riempie con la litania dolce e tremenda di un violino messo in un angolo, accantonato, ma è anche la litania di uno dei tanti giovani che dalla vita non hanno pace, è un urlo che si perde nel vuoto e di quel vuoto risuona.
In un luogo senza connotazioni spaziali e temporali — se non per il perimetro che sul pavimento del Teatro Argot viene disegnato con la terra, elemento che al lavoratore diede la vita e la morte allo stesso tempo, e alcune proiezioni minimaliste (ma forse didascaliche) — si arrampica come un’edera rigogliosa e acerba la parola drammaturgica di Mauro Santopietro. Autore di un vero e proprio azzardo teatrale: Raep. Spettacolo dalla lunga gestazione, iniziata dopo la stesura del testo grazie all’incontro con Tiziano Panici: la presentazione al Premio Scenario per Ustica, l’approdo alla finale e ora le repliche della versione “completa” (almeno per ora) nello spazio trasteverino. Non è un caso probabilmente che alcune delle prove più fresche, ma anche più rischiose passino da queste parti, dove da sempre c’è una vocazione per la drammaturgia.
In una forma lirica che sembrerebbe voler creare una perpetua oscillazione tra la rima romanesca, quella del rap, le assonanze fonetiche e gli arcaismi in latino — sui quali anche il dittongo del titolo vuole focalizzare l’attenzione — l’azzardo è quello della materia trattata. Le morti sul lavoro, avvicinate alle giovani vittime di un sistema sociale iniquo, gli studenti, con il pericolo di cadere nella più paludata retorica. Ma è nella morte che si consuma la dialettica. Il lavoratore l’ha vissuta, ne è testimone in un monologo finale struggente ed emozionante che alla retorica non lascia spazio, il giovane si consuma di rabbia, non trova uscita nonostante gli anni passati a studiare e nella morte cerca la pace.

Foto di Andrea Giansanti

Il rischio è anche – o forse soprattutto – nel voler incarnare in un solo personaggio, quello dello studente appunto, il grido di un’intera generazione. L’antinomia tra il lavoratore e lo studente si risolve in definitiva solo nell’incontro/scontro tra i due. Nonostante il lavoratore abbia meno spazio esplicito all’interno del testo, da morto appare più vivo del ragazzo: sappiamo che lavoro faceva, come ha perso la vita, ci ha raccontato dei suoi due figli e del sogno mai realizzato di poter studiare. Al contrario, se non per brevi momenti nei quali la ricerca sul verso trova un’effettiva efficacia poetica o una forza dirompente — emblematica in questo senso la battuta «Sono anche io la morte bianca» — la scrittura nella partitura dedicata allo studente, “detta” (e non cantata) con forza da Panici, rischia di cadere nel vuoto slogan. Ma è come camminare su una corda tesissima e affilata e allora basta poco per rialzarsi: quel monologo finale di Santopietro è il grido di un operaio morto e nella terra che sporca il suo vestito scuro con cui il corpo è stato riposto nella bara si abbandona anche il dolore di un’intera generazione inascoltata.

Andrea Pocosgnich

in scena fino al 29 aprile 2012
Teatro Argot [cartellone] Roma

RAEP _ Racconto del presente
Finalista Premio Scenario per Ustica 2011
Una produzione Ar.Tè Teatro Stabile d’Innovazione di Orvieto
di Mauro Santopietro
Con Sina Habibi, Tiziano Panici, Mauro Santopietro
musiche dal vivo Sina Habibi
disegno luci Alessandro Calabrese
progetto visivo Andrea Giansanti