Split Screen: il Libero Esperimento Teatrale di Aram Kian

Foto di Riccardo di Gianni

Penultima settimana di questa settima edizione di Let Liberi Esperimenti Teatrali al Teatro Cometa Off di Roma. Tocca, tra gli altri, ad Aram Kian, giovane attore di Sinago Milanese qui in veste di autore e regista di Split Screen, per la presenza in scena di Sergio Grossini, Mauro Pescio e Marco Pinna.
Di Aram Kian ci ricordavamo bene la storia personale, con così grande sensibilità e acume drammatizzata, con l’aiuto di Gabriele Vacis che lì ne era anche regista, in Synagosyty, visto nel novembre 2009 al Valle. Di lui sapevamo ogni particolare, innanzitutto le origini persiane ma la evidente cittadinanza italiana, stampata su una carta d’identità allora da rinnovare. Soprattutto conoscevamo bene la sua flessuosa e versatile presenza in scena ed è stata una sorpresa vederlo scomparire dal palco per ritagliarsi altri ruoli. Synagosity è ora il nome del progetto teatrale intero, segno che quella felice tappa era stata un trampolino importante. E il merito di Let è da sempre quello di attirare molte interessanti realtà off, parola che di questi tempi a Roma contiene molte speranze.
Due protagonisti sconosciuti tra loro e vengono uniti da un bizzarro trapianto di piedi. Nerd dei videogiochi uno, scrittore intellettualoide l’altro, si sveglieranno dall’operazione scoprendo di essersi scambiati, oltre ai piedi, i rispettivi talenti e opteranno per un secondo intervento mirato a scambiarsi, stavolta, i cervelli. Per evitare un secondo rigetto il chirurgo imporrà loro di tramutare la convalescenza in una convivenza forzata.
Il plot è una sorta di economicissima commedia degli errori à la Woody Allen, di cui si trovano tracce nella verbosità più che nel genio comico. Pur senza stare a discutere l’abilità degli attori (Mauro Pescio fa il meglio che può come raccordo tra i quadri nei panni di un surreale medico sempre entusiasta) a mancare quasi del tutto di mordente è proprio il testo. La vena leggera nasconde neanche troppo velatamente (al punto da riportarlo nel foglio di sala) un intento condensato nel breve apologo di David Foster Wallace sui due pesci che non si interrogano come sia l’acqua in cui abitano, troppo presi a nuotare. La piccola morale degli opposti che si attraggono e della cecità del narcisismo finisce per culminare in una istantanea e un po’ goffa catarsi, non sostenuta se non da un susseguirsi di sketch e sigillata da un monologo finale del dottore che vorrebbe un po’ troppo a buon mercato fare il punto sui mali del mondo contemporaneo.

Foto di Riccardo di Gianni

A penalizzare il lavoro non sono tanto il tono leggero e la messinscena umile, che invece molto spesso servirebbero a tante operazioni pompose e serie che ci capita di affrontare, quanto piuttosto l’eccessiva didascalia lasciata come zavorra al testo. Di recente,  nel seminario condotto allo spazio idra di Brescia, il drammaturgo Stefano Massini  ricordava l’assunto di Freud secondo cui solo il 13% delle intenzioni umane passa attraverso le parole e lo applicava alla drammaturgia dando ad esso il valore di bilancia sull’espressività di personaggi e interpreti. Forse è questa interessante considerazione, che manca a questo spettacolo, un 87% di respiro concesso all’opportunità di una comunicazione non verbale. Scrivere per la scena, soprattutto se è con toni e situazioni leggere, in questo caso paradossali, che si vuole raccontare l’umano, impone di lasciare agli interpreti in scena e allo spazio la possibilità irripetibile di respirare, in modo che la dizione del testo si annulli in un momento vero e proprio diventando sussurro diretto alle orecchie del pubblico.

A questo “libero esperimento teatrale” di Aram Kian servirebbe paradossalmente una bella iniezione di ciò che il suo autore aveva così bene dimostrato in passato, quell’apertura di libertà e immediatezza che rilasciava un testo vissuto, non semplicemente detto. Specialmente quando il ritmo e la presenza ne offrono l’opportunità, il compito del racconto scenico è di usare tutti i legnetti sparsi per alimentare il falò. Più si riesce a raggrupparli più la ricerca è agile e puntuale. Alle semplici gag, così, resterebbe solo il compito della diavolina. Il resto brucerebbe da sé. Come ai tempi di Synagosyty.

Sergio Lo Gatto

Split Screen
di Aram Kian
con Sergio Grossini, Mauro Pescio, Andrea Pinna
scene Nicolas Bovey
musiche originali Riccardo Di Gianni

Comments
  • Mar Nero 19 marzo 2012 at 21:56

    Solo per dire due cose: numero 1) a me lo spettacolo è piaciuto; numero 2) il complemento di 23% è 77% e non 87% (chissà cosa avrebbe detto Freud su un inciampo di seconda elementare)

  • sergio lo gatto 20 marzo 2012 at 09:45

    Carissimo Mar Nero,

    Grazie della correzione. Purtroppo il refuso è sempre in agguato. In verità la percentuale era 13%. Corretto, grazie ancora. Per l’ennesima volta, tuttavia, ci dispiace dover riscontrare nel tono di certi commenti a questo nostro lavoro un tono davvero acido che non riusciamo, nella fattispecie non *riesco*, proprio a comprendere. Da dove arriva tutta questa altezzosità nei confronti di una critica scritta con tutta l’attenzione dovuta?
    Al di là degli stupidi errori (deprecabili, per carità e che anzi ti ringrazio di aver notato), non mi offende affatto quel tono acido e la battutina su Freud, ma molto di più lo fa quel tuo “a me lo spettacolo è piaciuto”. Come se questa cosa annullasse il valore della critica o la cogliesse in fallo.
    Per l’ennesima volta sarebbe auspicabile che certi lettori (basta farsi un giro per i commenti di questa rivista) capiscano che la critica non sta qui a dire “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”, nemmeno “è bello” o “è brutto”.

    Caro Mar Nero, davanti a una birra che veda te e me amabili conversatori, il fatto che lo spettacolo ti sia piaciuto è interessante e legittimo almeno quanto il fatto che non sia piaciuto a me. Ma qui il discorso è diverso. Qui si mettono per iscritto dei ragionamenti. Non ho mai usato in nessuna critica i termini “non mi è piaciuto”, nemmeno “non l’ho capito” o “non interessa”. Perché non mi permetterei di far valere una semplice opinione come critica.
    Un ragionamento è qualcosa di molto più complesso, che prende in considerazione l’intera materia, sia estetica che relativa al processo creativo. Il tuo “a me è piaciuto” lo fa? Se hai poi voglia di intavolare una discussione su questo livello, questa precisa sede è molto più adatta a questo che alla semplice invettiva.

    Grazie di aver letto.
    Saluti
    Sergio Lo Gatto

  • Mar Nero 21 marzo 2012 at 19:50

    Con tono leggero l’intenzione era di cavalcare l’onda di una critica condivisibile e sulla schiuma dell’autoindulgenza – la citazione dotta di Freud – utilizzare la chiave numerica per sgonfiarla e riportarla verso la sabbia dove tutti siamo.

    Non capisco nulla di teatro, pertanto non si tratta di invettiva.

    Ciao
    Mar Nero

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