Scoprendo il Teatro Studio Uno con due spettacoli di DionisoinDemetra

Nina e Marta - DionisoinDemetra

“Ehi voi! Qui ce n’è un altro!”, gridano gli speleologi di questa città ogni volta che rintracciano i dispersi teatrini di periferia in cui si ravvisa – a bene ascoltare nel trambusto del traffico barbarico – un fiato ancora, un minimo respiro che denuncia una qualche lontana dichiarazione d’esistenza, in questo territorio falcidiato da cataclismi politici. E così, con il nostro caschettino giallo in testa, ce ne andiamo questa volta a scoprire il Teatro Studio Uno, nel quartiere Torpignattara (nome che personalmente – io che conosco la zona da bambino – mai mi sarei sognato di scrivere su queste pagine): piccolo spazio di pochi posti in un cortile interno di condominio, scuro e rintanato sotto una scalinata sinistra, ma che mi lascia ben sperare per quello che sapranno farne i ragazzi che hanno deciso di gestirlo e di aprire a quel che troveranno lungo il cammino. Per il momento è già molto importante sapere che non c’è affitto né minimo garantito, ma ci si prende il rischio di andare a incasso con compagnie ignote. Non durerà? Staremo a vedere. Per ora onore a loro e a chi li seguirà.

Giunto tra la Casilina e il West, dunque, l’occasione è stata la curiosità attorno a una giovane compagnia dal nome complicato: DionisoinDemetra, ma che sciogliendolo dichiara così nelle intenzioni la forza, l’energia ebbra delle arti che si sprigiona da quella madre Terra cui inevitabilmente appartiene. Dioniso, dunque, partorito da Demetra (e che forse lì vorrà restare). La compagnia, nata nel 2008 da Greta Agresti, Annalisa Lori e Sara Fallani (quest’ultima ora altrove), si propone di creare nuova drammaturgia utilizzando l’uomo come campo d’indagine (e questo sfido che non sia fine e mezzo più o meno della totalità degli artisti…), cercando nel rito comunitario un’opportunità di trasformazione dello spettatore. E cioè il teatro. Queste le dichiarazioni espresse, in realtà ben altro e più complesso pare l’obiettivo, a giudicare da questi due spettacoli proposti in dittico, ma senza connessione fra i due, autonomi l’uno all’altro, come dichiarato dalla regista Greta Agresti.

sENZA nOME - DionisoinDemetra

sENZA nOME è spettacolo che la vede autrice, regista e anche co-protagonista, assieme a Carlo Disint e Maurizio Sacchetti. Si tratta di un lavoro che intende interrogarsi sull’uso distorto dei mezzi di comunicazione – in primis la tv – ravvisando il difetto di percezione che ne abbiamo come spettatori, privati di coscienza critica. Per farlo usa un fuoco centrale, un uomo legato a una sedia costretto come l’Alex Delarge di Arancia Meccanica a guardare la tv e ascoltare dal vivo le intromissioni pubblicitarie della società moderna, che lo costringe a operare scelte e gli impone la sua condizione di consumatore inguaribile. Attorno a lui fanno il loro ingresso i disturbatori, di volta in volta rappresentanti di forme della società civile: amore, potere, religione, denaro, politica, ogni elemento lo spinge sempre più a fondo imponendo i propri stilemi. La ricerca, in questo spettacolo, è sincera e desidera mettere in campo urgenze personali che si sentono collettive, l’impatto culturale sconta in effetti un’estetica ancora di là da sbocciare e che poggia su forme già molto sperimentate negli ultimi vent’anni. Ma la tensione è viva, sincero e concreto è l’obiettivo che si pone in esame, desiderosa di crescere questa compagnia che cerca opportunità e una propria misura.

Nina e Marta è invece un testo di Stella Novari, diretto ancora da Greta Agresti e con in scena Annalisa Lori, assieme alla stessa Novari. Qui il discorso, artistico e ambientale, muta: un divano d’interno casa, due donne in una stanza vivono il dialogo della loro distanza sociale (una donna borghese e la sua giovane governante), scopriranno presto quanto questa distanza non esista di fronte alla solitudine e al gioco dei sentimenti, naturale e perverso a un tempo. La drammaturgia testuale, intervallata da musiche e momenti fisici nell’oscurità onirica che ne disegnano i passaggi di relazione, mantiene all’inizio un velo delicato che però nell’incedere dello spettacolo si va perdendo in un gioco infruttuoso e confuso, senza obiettivi chiari e vittima di cadute nell’ovvietà che lo rendono poco fluido. Ne restano poche frasi a dirne il desiderio che si articoli attraverso il testo la costruzione spettacolare: un nobile fine, di certo, ma tutta da verificare ne è la potenzialità.

Simone Nebbia