Intorno a Black Reality. Incontro con Valerio Gatto Bonanni

foto di Daniela Silvestri e Lucia Cattaneo

Incontriamo Valerio Gatto Bonanni, autore con Gianluca Riggi del progetto Black Reality, in un bar nascosto di Campo de’ Fiori, nel cui retrobottega le due vecchiette che lo gestiscono dormono e cucinano; tavolini in marmo e consunte sedie di legno, i frigo dei bar di una volta, un microcosmo protetto nella Roma caotica, una bolla serena, adatta al nostro ospite.

Come nasce il progetto di Black Reality, un percorso che ha portato allo spettacolo al debutto lo scorso 9 Marzo al teatro Palladium di Roma?
Una mattina sotto casa mia al Nuovo Salario arriva una ruspa che fa un grande montarozzo di tutto il campo nomadi e manda tutti via, distrugge un ecosistema che viveva nel disordine e nella spensieratezza ma era fatto di persone che conducevano la propria vita, bambini che giocavano… La mattina dopo, altra sorpresa: vedo una famiglia (papà mamma e bambini che intanto scorrazzavano) che si avvicina al montarozzo e incomincia a estrarre assi di legno, tessuti, così preparandosi un bagaglio di robe; dal montarozzo si spostano poco più in là, iniziando un nuovo insediamento quasi nello stesso luogo da cui sono stati cacciati. Mi sono venuti in mente dei versi di Mariangela Gualtieri che dicono: «La vita s’attacca, mette le radici in ogni luogo / Quanto siamo uguali, in quanto esseri umani, / ad una pianta che vuole bucare il cemento per essere, per esistere».
Da questo piccolo episodio ha iniziato a crescere la mia indignazione e poi il desiderio di documentarmi riguardo i viaggi che i migranti compiono per raggiungere il nostro paese. Dopo questo primo percorso solitario mi sono confrontato con Gianluca Riggi: abbiamo parlato di televisione, indifferenza, reality show, e iniziato a pensare allo spettacolo: un reality con i migranti e delle prove simili a quelle che devono superare per poter vivere in Italia. Non volevamo fare uno spettacolo che si ponesse dialetticamente nei confronti della televisione, non volevamo né cannibalizzare il linguaggio televisivo né esserne cannibalizzati, volevamo mettere su un gioco.

Come avete lavorato con i ragazzi e in co-regia con Gianluca Riggi?
Volevamo fare un gioco, per quanto stronzo, cinico, bastardo… E il gioco è stata anche la modalità attraverso cui abbiamo lavorato nel momento creativo, ha permesso ai partecipanti di rilassarsi, raccontare, creare il gruppo. Gianluca aveva scritto dei pezzi che io però mi rifiutavo di accettare perché per me vale la scrittura scenica; quelle scritture c’erano ma non le abbiamo utilizzate, servivano per essere liberate.

I ragazzi migranti che portate in scena nello spettacolo come e dove li avete incontrati?
Attraverso una dei protagonisti, l’attrice Magda Mercatali, scelta come conduttrice del reality per far da contrasto con il modello “velina”, vista la sua età anagrafica. I ragazzi provengono dalla CDS (Casa dei Diritti Sociali), una scuola dove si insegna l’italiano agli stranieri.

foto di Daniela Silvestri e Lucia Cattaneo

Come hanno invece vissuto il cinismo che scaturisce dallo spettacolo?
Bene, perché noi fin da subito abbiamo cercato di far chiarezza sul senso del percorso che volevamo intraprendere, rassicurandoli inoltre riguardo il fatto che giocavamo in un “recinto protetto”.

C’è stato uno scarto di cinismo dalle prove alla realizzazione? Lo dico perché nello spettacolo probabilmente si tratta piuttosto di una rappresentazione del cinismo.
La nostra è stata ironia amara, rappresentazione di cinismo, perché forse la mediazione del gioco ci ha portato a questo, la battuta sul «cioccolatino», o sul «troppo abbronzato» erano in questa dimensione. Non abbiamo forzato verso il grottesco, non volevamo calcare troppo la mano. Poi mentre stavamo in prova io ero molto spaventato dalla potenziale reazione del pubblico, forse troppo.

Bisogna pensare a un pubblico comunque abituato a un certo grado di cinismo e a loro come forse (è una provocazione) coscienti del razzismo di cui sono quotidianamente fatti oggetto.
Certo, quello che mi ha stupito e che non lo vivono con la stessa indignazione che proviamo noi di fronte alle angherie che devono subire. La mafia, la burocrazia, ostacoli che devono affrontare e che noi conosciamo benissimo, non sono vissuti come dei limiti. Poiché il vero limite è stato già superato nel momento in cui hanno deciso di emigrare. Una volta superato il viaggio tutto ciò che si pone loro come ostacolo viene affrontato con una spensieratezza risoluta, per cui noi non potevamo metter loro troppo in bocca delle proteste politiche che appartenevano più a noi che a loro. Poi la cifra che ci interessava era anche quella dell’avanspettacolo, la rappresentazione ludica di una situazione tragica.

Come sono entrate in relazione le tradizioni diverse tra loro e voi nella costruzione dello spettacolo? C’è un’unica scena che pare accogliere l’immaginario rituale di popoli lontani, in cui una ragazza vestita di bianco cammina tra i “concorrenti”, non più tali, con un sottofondo musicale e luminoso evocativi di una dimensione altra. Come si situa nell’economia dello spettacolo?
Per me ha significato un taglio netto rispetto al prima e al dopo, un’eccessiva uscita di campo, uno spaesamento che situava il tema e l’idea dello spettacolo su un altro piano estetico e di significato. Le loro diverse culture si sono tranquillamente incastrate tra di loro, i cattolici con i musulmani, senza che emergessero conflitti. La scena a cui ti riferisci è una scena di ricomposizione di cui sentivamo l’esigenza. Ricomposizione nel senso di riappacificazione tra elementi che fino a lì non si erano parlati, cioè elemento femminile e elemento maschile, tra miti, ritmi.

Come avete impostato il rapporto tra realtà e teatro? Lo spettacolo ha un intento anche documentaristico?
A un certo punto abbiamo smesso di credere solo nel reality, che effettivamente risulta essere una cornice, attraverso cui fare emergere l’elemento vitale di queste persone, muovendoci anche sul piano simbolico. Nello spettacolo ci sono sempre più piani in bilico, da una parte il piano inconscio, simbolico, personale, dall’altra quella del reality, del filtro del teatro. In bilico tra l’esigenza di documentazione e la non volontà di giocare sul pietismo delle loro storie. Ali che piange nell’attraversare il fiume non piange per la madre ma piange per se stesso. Questo per noi era più importante di tutto il percorso che lui aveva fatto sotto un tir, del fatto che da Venezia era stato rimandato in Kurdistan e aveva dovuto rifare tutto il percorso al contrario. La parte più forte di documentazione sarà nel film che Berardo Carboni e Alice Rezza stanno montando. Loro hanno fatto un lavoro più forte sulle loro vite quotidiane, i loro amici, sono andati nei posti dove vivono, cose che si possono fare per un film non in uno spettacolo.

foto di Daniela Silvestri e Lucia Cattaneo

Le istituzioni come hanno partecipato? Vi hanno sostenuto?
La Cgil ci ha dato un contributo, un sostegno soprattutto logistico. C’era molto interesse perché l’idea originaria suscitava scalpore in tutti i soggetti a cui presentevamo il progetto. La Fondazione RomaEuropa ci ha creduto fin dall’inizio e ha contribuito nella produzione. La CDS (La Casa dei Diritti Sociali) ci ha dato la possibilità di parlare con i suoi insegnanti e di raccontare Black Reality ai ragazzi migranti che frequentano la scuola, stimolandoli a partecipare al laboratorio. L’assessore Cecilia D’Elia invece ci ha accordato il patrocinio e ha ospitato la conferenza stampa nei luoghi della Provincia.

Un’ultima domanda: come avete lavorato sul piano simbolico del colore? Il bianco/nero dei cartellini con cui si invitava il pubblico a votare i migranti da eliminare e le tonalità della scena, ad esempio.
La contrapposizione netta rappresenta la nostra incapacità di discernere senza dividere in categorie nette. Mi ha stupito che tutti votassero sempre bianco mentre noi pensavamo che non avrebbero votato proprio. Io l’ho vissuta come una sorta di protesta dentro al gioco.

Una considerazione generale sullo spettacolo ci porta a pensare che se il pubblico avesse votato veramente, avendo davvero la possibilità di “eliminare” i concorrenti di questo realità, il tutto sarebbe stato più violento, e forse un po’ di violenza in più non avrebbe fatto male. Forse il binomio crudezza/crudeltà si è perso nella formalizzazione, mentre esisteva nelle prove. E se i cartellini fossero stati dati al contrario? Il nero per il bianco e viceversa? Lo scrittore americano Percival Everett riflette molto sula condizione dei neri nella società americana. In uno di questi libri rivela l’identità nera del protagonista solo alla fine; il lettore (che fosse bianco o nero) per tutto il libro immaginava un personaggio bianco. L’immaginario bianco è imperante.

Matteo Antonaci / Chiara Pirri