Quando saremo grandi! de La Fabbrica – Nei recinti della mamma vita

Ci sono posti a Roma che riescono in certi precisi momenti a raccontare la città in una maniera così limpida da lasciare stupiti: uno di questi è il Kollatino Underground, vissuto in una serata in cui contemporaneamente ospitava uno spettacolo della compagnia La Fabbrica dal titolo Quando saremo grandi!, diretto da Fabiana Iacozzilli, e nell’altra sala, quella del bar, il maxischermo con una delicata partita del campionato di calcio di Serie A. Ma non me ne sono accorto subito, soltanto all’altezza dei primi venti minuti dello spettacolo e la corrispettiva metà del primo tempo qualche lontano grido dialettale ha invaso l’ascolto della scena: sarà a noi, alla nostra percezione, accoglierlo o meno, capire quanto accresca e quanto impoverisca l’esperienza dell’arte.

Ci accoglie all’entrata una cartella stampa davvero esaustiva, in cui rintraccio che La Fabbrica nasce a Roma nel 2002 e nella sua proposta afferma di voler “difendere la scena dalla realtà, portare in scena un’altra dimensione, un altro spazio, un altro tempo”; tutto questo ha come proposito quello di trasferire lo spettatore in un luogo in cui potersi affrancare dalla realtà stessa, costituirne un’altra più incline a rappresentare pienamente la sua complessità. Questo, per questa compagnia, e tendenzialmente per quasi ognuno che al teatro si provi. Lo spettacolo – finalista a Scenario 2009, vincitore di Teatri Abitati stesso anno e al debutto al Fringe 2010 di Napoli – non cela fin dalla scheda i suoi rimandi beckettiani, determinando l’attesa di qualcuno che faccia diventare grandi questi tre bambini (Simone Barraco, Matteo Latino, Ramona Nardò), quella mamma che invece non arriverà. “Quel topo morirà se non la ammazzo”, in epigrafe alla scheda questo verso da Finale di partita, lo stesso paradosso si articola con precisione anche in questo spettacolo: tre bambini in grembiule bianco, tre enormi fiocchi rossi, tre cartelline da scuola elementare, la loro immagine è da un lato estremamente fanciullesca, ma il viso è sfigurato dalla vecchiaia, imposta dal tempo che passa e lascia le proprie tracce in un’attesa senza assoluzione.

La scelta spaziale è votata alla profondità, percorsa da tre segmenti che sono barriere da non superare, linee parallele che non s’incontrano se non nelle esigenze a specchio, come quando chiamano la mamma. Nel verbo al futuro del titolo quell’attesa si fa frenesia imbrigliata (ben dosata anche dalla parte fisica), scade il concetto di tempo e si fa polveroso; così questo rendere vecchi i bambini è un’opportuna opera di drammatizzazione dell’istinto, ciò che compie la vita sugli esseri umani, l’opera del divenire sull’accadimento dell’istante, quindi nel rispetto della proposta di ricerca della compagnia è rappresentazione di realtà intima in luogo di quella di superficie. Ne nasce uno spettacolo delicato ma anche violento, in cui il simbolo è di facile assimilazione e l’uso dei pochi elementi (su tutti la geometria) riesce ad innescare con semplicità azioni e sentimenti.

Infine, un tema forte dello spettacolo, giocato attraverso un discreto gioco di rimandi metaforici, è la manomissione dell’ordine che confonde e sfoga la più acuta repressione, ma dura appena il tempo di ricrearne uno tutto nuovo in cui scontare la continua, mancata emancipazione: ricomporre l’ordine da altri prestabilito li riconsegna a una felicità d’esecuzione, ma di certo non li libera dalle catene, stringendole sempre più forte finché passeranno ad altri dopo di loro. La forzatura del recinto, pare dirci, di quel recinto imposto dal ben comportarsi anche a discapito delle nostre esigenze di uomini, non ci abbandonerà, anche da vecchi.

Simone Nebbia

QUANDO SAREMO GRANDI!
da un’idea di Fabiana Iacozzilli e Linda Dalisi
con: Simone Barraco, Matteo Latino, Ramona Nardò
regia: Fabiana Iacozzilli

Visto al Kollatino Underground il 1 febbraio 2012