Latini sfida l’Ubu Roi di Jarry

Ubu Roi di Alfred Jarry diretto e interpretato, tra gli altri, da Roberto Latini. Recensione

Cosa di meglio per rappresentare l’epoca contemporanea in cui tutto è lecito, nessuna più è la funzione della morale, totalmente asservita a un’evoluzione repressa in cui le trasformazioni antropologiche stanno definendo scenari sempre più cupi, cosa c’è di meglio per sottolineare tutto questo che mettere in scena l’Ubu Roi di Alfred Jarry, opera scritta nel 1896 e prima parte del ciclo di Ubu, simbolo di un teatro dell’assurdo più assurdo che altro ma proprio per questo teatro a tutti gli effetti? All’impresa si dedica Roberto Latini, regista e attore in compagnia di altri sette, in questa nuova produzione che vede Fortebraccio Teatro collaborare con il Teatro Metastasio Stabile della Toscana.

Della funzione rappresentativa di Ubu s’accorse anche il Nobel Dario Fo, che ne usò il riferimento quando si dedicò alla scrittura del monologo Ubu Bas, a cavallo del millennio, per celebrare nell’anniversario dei dieci anni di Mani Pulite un personaggio che aveva definitivamente modificato l’indirizzo culturale di questo paese, quel Silvio Berlusconi che finirà nonno felice di tanti nipotini e tutti ricorderemo i suoi ultimi compleanni, celebrandoli come si deve a un grande capo di Stato. Questo proprio ed esclusivamente perché abbiamo perduto il senso della rappresentazione e con esso quello della realtà, che sono poi la stessa cosa. Ubu irride tutto questo. Ubu anticipava per la penna di Jarry le note più aleatorie del surrealismo: irriducibili, magnifiche quando fossero opera d’arte, terribili minacce di pericolo quando divennero mera realtà orizzontale, che denunciava la sua incapacità di traduzione quando non era più altro il rimando ma sé stesso. Quindi non più rappresentata ma effettiva realtà.

La messa in scena di Latini denuncia, non so quanto volontariamente, questo grande disagio dell’epoca che stiamo vivendo: un grande disegno scenico che mira al bianco prospettico pian piano adombrato, in cui un tondo di luna resta acceso dietro l’attesa e il silenzio dei pescatori di calore per le salsicce ancora crude, che con tale gesto sapranno il loro destino compresso in una libertà asfittica e schizofrenica, la cui unica rivalsa è quella figura trasversale – proprio da Latini interpretata – che porterà sulla temperatura crescente, appeso all’amo, un microfono per amplificare il suono della cottura. Ecco il guaio odierno della rappresentazione, quando sconta il rischio di sottolineare la realtà non la discute e solo la attesta, brutale che sia, lasciando che un grande ballo in maschera se ne faccia sorridente magniloquenza ma mai grave parola che su di essa incida. Il lavoro di Latini sul testo pare proprio soffermarsi su questa incapacità (e tra l’altro non avrebbe grosse distanze dai suoi ultimi percorsi individuali) e sull’impossibilità del potere di legittimarsi pure nell’inevitabilità della sua affermazione. Per farlo si serve di attori particolarmente in forma (su tutti due: Padre Ubu che è Savino Paparella e Madre Ubu uno straordinario Ciro Masella, ma anche con loro Sebastian Barbalan, Lorenzo Berti, Fabiana Gabanini, Simone Perinelli, Marco Vergani), di una cura sempre puntuale e opportunamente dilatata oltre gli schemi tradizionali come da testo, ma che non sembra animata da un’esigenza significativa – pure assolta da alcune trovate di estrema qualità.

Dunque, concludendo, pur con tutta la carica formale, pur con una estrema qualità espressiva che nella regia di Latini è sempre un valore palpitante, pur con tutto questo – e senza dimenticare che si sia di fronte a un testo parodistico e volutamente dispersivo, costruito nell’idea di mettere in crisi le strutture e le convenzioni teatrali – non appare chiara la direzione in cui sciogliere questa densità generata dalla potenza scenica, confusa nel mimetismo pure esaltante dell’attore e nell’esclusività difficile da sopravanzare delle eccitate citazioni: non è fluido il percorso e dunque è minore l’impatto sia fisico che spirituale di una materia che tanto si avverte attraversata e sporcata di sé, come un autore del suo calibro mai si esime dal fare, in cui lo stesso Latini sembra entrare per la necessità di uscirne presto, volendo affermare cosa sia il teatro e gli abissi in cui è caduto da quando la ricerca s’è fatta tradizione, ma proprio per questo comprendendo di doversene trarre per difenderlo, prima di rischiare davvero che quella materia contagi di realtà la migliore realtà dell’opera d’arte. In fondo l’Ubu Roi assolve al meglio il suo compito, a mio avviso, solo finché qualcuno non decida di metterlo in scena.

Simone Nebbia

UBU ROI
di Alfred Jarry
regia Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
scena Luca Baldini
costumi Marion D’Amburgo
luci Max Mugnai
con  Roberto Latini, Savino Paparella, Ciro Masella, Sebastian Barbalan, Marco Jackson Vergani, Lorenzo Berti, Fabiana Gabanini, Simone Perinelli.
direttore dell’allestimento  Roberto Innocenti
direttore di scena Marco Serafino Cecchi
assistente alla regia Tiziano Panici

Prossime date:

28 Febbraio 2012 – h 21
Ravenna, Teatro Rasi [cartellone 2011/2012]

dall’1 al 3 Marzo 2012 – h 21
Modena, Teatro delle Passioni [cartellone 2011/2012]

dal 21 al 25 Marzo 2012 – h 21, dom h18
Roma, Teatro India [cartellone 2011/2012]

Comments
  • Michele Ortore 22 marzo 2012 at 10:48

    Spero di vederlo stasera; insomma, da quello che ho capito, siamo ancora nella linea di Noosfera, con tutti i dubbi che a me per esempio aveva lasciato…

  • Simone Nebbia 22 marzo 2012 at 11:05

    Ciao Michele. Interessante che se ne parli perché in fondo – per chi conosce il percorso ultimo di Latini e il progetto Noosfera – questo lavoro ha una commissione precedente e forse quasi coeva agli inizi del progetto, ma si articola durante un arco di tempo che ha generato due assoli come Lucignolo e Titanic (che di quel progetto fanno parte). Capire e stabilire i rapporti di causa-effetto tra le due vie è molto intrigante, ma io credo non determinante per avvicinarsi all’una o all’altra. Quindi no, non parlerei di linea ma quasi – in questo caso – di materiale di studio (perché come ti dicevo dovrebbe essere precedente, se certo non mi sbaglio). O meglio, immaginandone ovviamente una relazione, ho pensato che questa potesse essere la più plausibile, anche se certo non cosciente e autonomi i due progetti.
    Ciao!
    Simone

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